Meditazione don Giorgio quaresima 2017: "La conversione nel Vangelo secondo Matteo"

Questo inizio della quaresima coincide con l'inizio della settimana della comunità indetta dal vescovo per tutta la diocesi.

Una delle indicazioni che ci ha dato è valorizzare la lettura del Vangelo secondo Matteo che è il Vangelo che si legge in questo anno liturgico A.

Proviamo allora a capire qual è il significato della parola 'conversione' in questo Vangelo, cosa intende l'evangelista quando parla di conversione, dato che la quaresima è in modo speciale il tempo in cui la chiesa chiama i suoi figli alla conversione.

In realtà, tutto il Vangelo secondo Matteo è anche un invito alla conversione e ne specifica il contenuto: soprattutto i cinque grandi discorsi di questo Vangelo ci chiamano a conversione.

Il discorso della montagna (cap. 5-7) ci mostra qual è il nuovo modo di vivere, la nuova giustizia — superiore a quella degli scribi e dei farisei — di chi è chiamato a entrare nel regno di Dio.

Il discorso apostolico o missionario (cap. 10) chiama a conversione gli annunciatori del regno di Dio perché non mettano la loro fiducia nei mezzi umani, ma solo in Dio.

Il discorso in parabole (cap. 13,1-52) provoca il cambiamento di mentalità del discepolo, e in greco "cambiamento di mentalità" si dice "metànoia" che si traduce con "conversione".

Il discorso ecclesiale (cap. 18) invita soprattutto al reciproco perdono e alla riconciliazione che sono alla base della conversione.

Il discorso escatologico (cap. 24-25) chiede con urgenza la conversione in vista della prossima venuta del Figlio dell'uomo, il Signore glorioso.

In questa meditazione non prendiamo in considerazione tutto il Vangelo: ci limitiamo a esaminare i brani in cui si parla di conversione cercando di cogliere alcune suggestioni.

 

  1. Il primo invito alla conversione compare al capitolo terzo da parte di Giovanni il battista: qui se ne parla per tre volte:

1 «In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, 2 dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».

7 Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? 8 Fate dunque frutti degni di conversione, 9 e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre.

11 Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco».

Nel Vangelo secondo Matteo questo richiamo alla conversione di Giovanni non è specificato nei dettagli: l'invito è soltanto a compiere opere giuste senza contare sul fatto di essere discendenza di Abramo. È l'evangelista Luca che ci fa sapere che per Giovanni la conversione ha il significato classico che aveva per i profeti di Israele: ritornare a osservare la legge di Dio, che si è trasgredita in passato, soprattutto facendo giustizia ai poveri. Dice infatti Giovanni: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto» (Lc 3,11). I profeti di Israele non si soffermavano molto sui comandamenti che riguardano il culto o la purezza rituale, bensì su quegli aspetti che potremmo definire "sociali" come sentiremo nella lettura di Isaia del primo venerdì di Quaresima (venerdì dopo le Ceneri: Is 58,1-9):

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:

sciogliere le catene inique,

togliere i legami del giogo,

rimandare liberi gli oppressi

e spezzare ogni giogo?

Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,

nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,

nel vestire uno che vedi nudo,

senza trascurare i tuoi parenti?

In Giovanni l'invito alla conversione è in linea con quello dei profeti che lo hanno preceduto, e anche il messaggio di Gesù lo sarà, ma dal dialogo tra Gesù e Giovanni già si comprende che la "giustizia" insegnata da Gesù sarà superiore a quella proposta da tutti gli altri profeti che lo hanno preceduto, compreso Giovanni. Tuttavia, non dobbiamo "saltare" questo primo significato della parola 'conversione': anche se la giustizia del regno di Dio sarà superiore a quella proposta da Giovanni, la prima e più urgente conversione consiste nel praticare la giustizia distributiva: restituire ai poveri il "di più" che abbiamo accumulato per noi.

Già questa sarebbe una grande conversione: non considerare "mio" quel che ho in sovrabbondanza, ma restituirlo a coloro che ne sono stati privati. Non elemosina, ma restituzione!

 

  1. Il quarto capitolo del Vangelo secondo Matteo ci presenta l'inizio della predicazione di Gesù. Egli usa esattamente le stesse parole di Giovanni, che forse è stato il suo rabbi: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17).

Le parole sono le stesse, sono identiche, ma dalla prosecuzione della narrazione capiamo che il significato è completamente diverso.

Per Giovanni la venuta del regno di Dio corrisponde a un giudizio sugli uomini e sulle loro opere, per cui si sta avvicinando la condanna di chi agisce male, mentre entrerà nel regno solo chi ne sarà giudicato degno: la scure è già alla radice degli alberi e ogni albero che non porta frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco. È urgente convertirsi praticando la giustizia per poter sfuggire alla condanna dei peccatori e per far parte di quei giusti che entreranno nel regno.

Anche per Gesù il regno di Dio è vicino, ma non nel senso che stia per giungere il giudizio di condanna: c'è qualcosa di nuovo, il regno di Dio, misterioso ma reale, in cui si entra non con i propri meriti o con la propria giustizia. Paolo direbbe che ci si entra "per grazia", cioè gratuitamente, per iniziativa gratuita di Dio. Dio offre gratis il suo perdono e chiama alla comunione con sé: cosa aspettate a cambiare modo di pensare e di vivere?

In Gesù il regno di Dio si è fatto così vicino che ci si può entrare, entrando in comunione con lui.

È questa la conversione alla quale Gesù invita: entrare nel regno di Dio entrando in comunione con lui. Non tanto e non solo compiendo determinate opere, ma facendosi suoi discepoli, rispondendo positivamente alla sua chiamata per vivere con lui, imparare da lui, seguirlo, amarlo.

Infatti, il capitolo 4 di Matteo è quello in cui si racconta la chiamata dei primi discepoli. Ciò significa che la conversione non è più solo una nuova condotta di vita che corrisponde a degli elevati standard morali: convertirsi ora significa entrare in comunione di vita con Gesù, e attraverso lui entrare nel regno di Dio.

Gesù usa le stesse parole di Giovanni, ma il suo non è un messaggio minaccioso, anzi: è una buona notizia. Per questo nel Vangelo secondo Marco Gesù dice: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Convertirsi significa credere che il Regno si è fatto vicino in Gesù e decidere di entrare in esso facendosi suoi discepoli.

 

  1. Nel capitolo 11 Gesù rimprovera le città del lago di Galilea perché non si sono convertite, cioè non hanno creduto alla sua predicazione e non lo hanno accolto:

«20 Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: 21Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite».

Nel capitolo 12 il rimprovero viene ripreso e allargato a tutta quella generazione:

39«Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. 40Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. 41Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona!».

In questi due capitoli il tema della conversione è legato a quello dei segni, che pur essendo stati numerosi non sono bastati a provocare la conversione di quelli che li hanno visti. Anzi: ne vengono chiesti altri ancora, mentre quelli che sono già stati visti vengono misinterpretati: «Costui non scaccia i demòni se non per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni» (Mt 12,24).

In questo contesto Gesù indica gli abitanti di Ninive come esempio di conversione perché credettero alla predicazione di Giona anche senza bisogno di segni. Il "segno di Giona", infatti, viene interpretato dall'evangelista Matteo come la morte e resurrezione di Gesù («Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra»), ma questa è appunto l'interpretazione posteriore dell'evangelista, mentre nel Vangelo secondo Luca il segno di Giona significa proprio "nessun segno", perché la predicazione di Giona non ebbe bisogno di alcun segno per essere creduta.

Da questo comprendiamo che la conversione richiesta da Gesù è l'ascolto della sua parola, come gli abitanti di Ninive diedero ascolto alla parola di Giona.

Molte volte Gesù si è lamentato della ricerca di segni da parte della gente: ne abbiamo una testimonianza nel Vangelo secondo Giovanni, quando dice «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (Gv 4,48). Questa frase viene pronunciata nel contesto di un brano (Gv 4,46-53) in cui Gesù, a Cana, viene raggiunto da un funzionario del re che ha un servo malato a Cafarnao. Il funzionario vorrebbe che Gesù andasse a Cafarnao per guarire il servo toccandolo con le sue mani, e invece Gesù lo invita ad avere fede e guarisce il servo a distanza.

Anche Matteo (Mt 8,5-13) e Luca (Lc 7,1-10) ricordano un episodio simile, forse lo stesso episodio raccontato con particolari diversi. L'episodio si svolge sempre a Cafarnao ma il protagonista è un centurione, ed è lui che dice a Gesù di non scomodarsi o di non compromettersi entrando in casa sua. Gesù loda questa fede che non ha bisogno di toccare, che non ha bisogno di segni sensibili: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!» (Mt 8,10).

La conversione che Gesù desidera è questa fede che non chiede segni, che non ha bisogno di toccare con mano, di vedere con gli occhi, ma ha fiducia nella sua parola.

 

  1. All'interno del terzo discorso del Vangelo secondo Matteo, il discorso in parabole, i discepoli chiedono a Gesù perché usa le parabole per parlare alle folle. Quando io faccio questa domanda nella catechesi agli adulti, di solito mi rispondono più o meno così: «Gesù cercava di parlare ai suoi uditori con un linguaggio semplice, perché tutti potessero capirlo». Invece la risposta di Gesù dice proprio il contrario:

«10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

Udrete, sì, ma non comprenderete,

guarderete, sì, ma non vedrete.

15Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,

sono diventati duri di orecchi

e hanno chiuso gli occhi,

perché non vedano con gli occhi,

non ascoltino con gli orecchi

e non comprendano con il cuore

e non si convertano e io li guarisca!

16Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!».

Nel Vangelo secondo Marco la risposta di Gesù è ancora più dura, come d'altra parte è duro il testo di Isaia citato da Gesù: sembra quasi che Gesù non voglia che la gente lo capisca, così che la loro incomprensione li porti a perdersi completamente.

Evidentemente non è questo il senso delle sue parole.

Gesù distingue tra i suoi discepoli, che ascoltano la sua parola con apertura d'animo, e "quelli di fuori", la gente, quelli che non vogliono essere suoi discepoli, quelli che hanno la presunzione di averlo già capito senza averlo ascoltato davvero. Con questa folla di curiosi Gesù si comporta come i maestri orientali, lanciando loro un mashal, che si può tradurre con parabola, ma anche con "indovinello". Ovviamente non si tratta di un indovinello infantile, ma di un detto sentenzioso finalizzato a sconcertare, a seminare dubbi, a scalzare certezze.

Chi ha ragione? Il padre che accoglie senza riserve il figlio scapestrato che ritorna, o il fratello maggiore che chiede un trattamento più severo?

Ha ragione il bracciante che ha lavorato tutto il giorno e vorrebbe una paga più alta di chi ha lavorato solo un'ora, o ha ragione il padrone che vuole essere generoso anche con chi ha lavorato poco?

Ai discepoli, in casa, Gesù spiega tutto: beati loro! Ma quelli che non vogliono chiedere spiegazioni a Gesù restano fuori e perciò sono destinati a non capire.

Quelli invece che ascoltano le parabole di Gesù con apertura d'animo e di mente, cominciano a vedere le cose da un altro punto di vista, il punto di vista di Gesù.

Cambiano modo di pensare, e come abbiamo visto, il cambiamento di mentalità si dice in greco "metànoia" che traduciamo proprio con "conversione".

La conversione, perciò, è anche un cambiamento di mentalità per assumere come criterio di giudizio la mentalità, i pensieri e i sentimenti di Gesù.

Conversione è capire e accettare il punto di vista del padre che accoglie il figlio scapestrato, il punto di vista del padrone generoso, il punto di vista del buon samaritano... il punto di vista di Gesù.

 

  1. L'ultimo accenno alla conversione lo troviamo al cap. 18, nel discorso ecclesiastico o comunitario.

«I discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». 2Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro 3e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 4Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,1-4).

Qui la conversione è proprio un cambiamento di mentalità totale: abbiamo in comune con tutti gli animali che vivono in gruppo, dai lupi ai polli, l'istinto di primeggiare, di salire la scala gerarchica. Gesù ci chiede di farci piccoli: ci chiede la minorità.

Non occupare posto, ma fare posto agli altri; non comandare, ma servire; non sopraffare, ma valorizzare gli altri.

È una conversione personale, ma anche comunitaria: la comunità dei discepoli di Gesù è così, oppure non è di Gesù e non è nemmeno comunità, ma è un branco, di lupi o di polli a seconda dei casi.

Il bambino è l'esempio del discepolo non perché sia puro (ormai la psicanalisi ci ha distrutto questo mito) ma perché è minore, è uno che non conta, che non può competere con l'adulto.

 

Riassumendo: non abbiamo trovato una vera e propria definizione di conversione, ma alcune caratteristiche: conversione

  1. è restituzione al povero;
  2. è credere al Vangelo come buona notizia e farsi discepoli di Gesù;
  3. è credere in lui rinunciando a segni miracolosi;
  4. è ascoltare la parola di Gesù per fare nostro il suo pensiero;
  5. è scegliere la minorità invece della competizione.

 

Preghiamo il Signore Gesù perché compia in noi la conversione e perché ci lasciamo condurre da lui a cambiare il nostro modo di sentire e di pensare, scegliendo ciò che a lui piace e ciò che è il nostro vero bene.