Gesù è la via
“Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). È una frase di Gesù talmente lapidaria che si scolpisce subito nella memoria, ma tanto è facile da ricordare, altrettanto è difficile da capire nella sua densità. È così ermetica che rischiamo di attribuirle dei significati inventati da noi, che magari hanno poco a che fare con quello che Gesù voleva dire.
Allora, per cercare di ascoltare con docilità, ci avviciniamo al testo ponendo due premesse.
La prima riguarda quelle frasi di Gesù che nel Vangelo secondo Giovanni contengono le parole “Io sono”. Sono detti “discorsi di autorivelazione” e sono soprattutto di due tipi: assoluti e nominali.
Quelli assoluti, cioè senza predicato:
8,24: “Se non credete che IO SONO, morirete nei vostri peccati”.
8,28: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che IO SONO”.
8,58: “Prima che Abramo fosse, IO SONO”.
13,19: “Perché, quando sarà avvenuto, crediate che IO SONO”.


Ci sono anche brani in cui può essere sottinteso un predicato, anche se non è espresso:
6,20: I discepoli nella barca sono spaventati perché vedono qualcuno che va verso di loro sull’acqua. Gesù li rassicura: “IO SONO, non temete”. Qui l’espressione può significare semplicemente: “Sono io, cioè qualcuno che voi conoscete, e non un essere soprannaturale o un fantasma”. Dobbiamo tuttavia ricordare che le manifestazioni di Dio nell’Antico Testamento contengono spesso questa formula: “Non temete”, e qui Gesù
compie qualcosa che va ben oltre le possibilità umane. Può darsi allora che Giovanni ci presenti una scena di manifestazione divina, giocando sul doppio significato (ordinario e sacrale) di IO SONO.
18,5: I soldati e le guardie che si sono recati al giardino al di là del torrente Cedron per arrestare Gesù dichiarano di cercare appunto Gesù, e Gesù risponde: “IO SONO”. Ciò significa: “Sono io quello che cercate”; ma il fatto che quelli che lo sentono cadano a terra appena egli risponde fa pensare a una forma di manifestazione divina che lascia gli uomini prostrati nel timore dinanzi a Dio. Anche qui Giovanni sembra giocare sul duplice uso di IO SONO.


Ma allora, cosa significa questa frase “IO SONO” che noi di solito non usiamo?
Nell’Antico Testamento ci sono dei passi che contengono l’affermazione “IO SONO” in modo assoluto, come variante della frase “Io sono JHWH” o “Io sono Dio”. La formula “Io sono JHWH” nell’Antico Testamento mette in rilievo l’unicità di Dio: Io sono JHWH e non ce n’è un altro, ma in alcuni libri profetici (il Deutero-Isaia, Osea e Gioele) la frase “IO SONO” viene usata nella traduzione greca dei LXX come un vero e proprio nome di Dio.

Su questo sfondo, l’uso assoluto di ego eimi (IO SONO) nel Vangelo secondo Giovanni diventa perfettamente comprensibile. Gesù è presentato nell’atto di parlare allo stesso modo in cui JHWH parla nel Deutero-Isaia. In Gv 8,28 Gesù promette che quando il Figlio dell’Uomo sarà innalzato (nel ritorno al Padre), “allora saprete che ego eimi”: nello stesso modo, in Is 43,10 JHWH dice di avere scelto il servo suo Israele “perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che ego eimi”.
A volte Giovanni richiama l’attenzione sulle implicazioni di divinità nell’uso di ego eimi da parte di Gesù. Dopo l’uso in 8,58, i Giudei cercano di lapidare Gesù (perché hanno capito che egli si identifica con Dio); dopo l’uso in 18,5 quelli che lo sentono cadono a terra (tramortiti per la manifestazione divina).
Perciò, quando nel Vangelo secondo Giovanni Gesù dice soltanto “IO SONO”, senza aggiungere un predicato, usa un nome divino e quindi intende manifestare ai discepoli la sua divinità, anche se a volte in modo un po’ velato.

Poi ci sono i discorsi di autorivelazione con un predicato nominale. In sette casi Gesù parla di se stesso in modo figurato:
6,35.51: “IO SONO il pane di vita (= pane vivo)”.
8,12 (9,5): “IO SONO la luce del mondo”.
10,7.9: “IO SONO la porta (delle pecore).
10,11.14: “IO SONO il buon pastore”.
11,25: “IO SONO la risurrezione e la vita”.
14,6: “IO SONO la via e la verità e la vita”.
15,1.5: “IO SONO la (vera) vite”.


A differenza dell’uso precedente, qui la frase “IO SONO” non è un nome divino. In molti di questi casi Gesù vuole sottolineare il soggetto “io” in contrapposizione ad altri: ciò significa che lui solo, e non altri che pretendono di esserlo, è il pastore, la porta delle pecore ecc. La contrapposizione più evidente è: “Io sono il pane”, perché in quel contesto
la folla esprime l’opinione che la manna data da Mosè fosse il pane dal cielo (6,31).
L’affermazione alla festa dei Tabernacoli, “Io sono la luce”, era probabilmente per contrasto con le luci festive che ardevano nel cortile delle donne presso il Tempio.

La doppia proclamazione: “Io sono la porta” e “Io sono il pastore”, era probabilmente per contrasto con i farisei nominati alla fine del cap. 9. Tuttavia, in tutte queste cinque frasi, l’accento non è esclusivamente sull’ “io”, perché Gesù vuole anche dare rilievo al predicato, che dice qualcosa sul suo ruolo.
Il predicato è una descrizione di ciò che egli è non in se stesso, ma in rapporto all’uomo. Nella sua missione Gesù è la fonte della vita eterna per gli uomini (“vite”, “vita”, “risurrezione”); è il mezzo attraverso il quale gli uomini trovano la vita (“via”, “porta”); egli conduce gli uomini alla vita (“pastore”); rivela agli uomini la verità (“verità”) che nutre la loro vita (“pane”)...
Inoltre, bisogna sottolineare che nel Vangelo secondo Giovanni questa frase “IO SONO” seguita da un predicato, trova una certa affinità con le parabole dei Vangeli sinottici che cominciano con: “Il regno dei cieli (di Dio) è simile…”.
Gesù, storicamente, nella sua missione ha annunciato il regno di Dio (o dei cieli), mentre la Chiesa apostolica ha annunciato soprattutto lui, Gesù Cristo morto e risorto nel quale si compie il regno di Dio. Il Vangelo secondo Giovanni, quindi, è quasi un ponte tra le due missioni: quella di Gesù e quella della Chiesa, trasformando la predicazione sul regno di Dio in quella su Gesù Cristo crocifisso e risorto.
Riassumendo, la nostra frase “Io sono la via, e la verità, e la vita” intende rivelare qualcosa di Gesù, non in se stesso, ma della sua missione in rapporto all’umanità.


La seconda premessa riguarda il contesto di questa frase di Gesù, cioè il lungo discorso di addio nell’ultima Cena, dal capitolo 13 al capitolo 17 (la cosiddetta “preghiera sacerdotale di Gesù”). Con toni di grandissima solennità, Gesù dapprima lava i piedi ai discepoli, poi mangia con loro e dà a Giuda Iscariota un boccone di cibo, ricevuto il quale Giuda esce dal cenacolo per tradirlo. Gli altri discepoli però non capiscono cosa sta succedendo e in questo contesto di incomprensione Gesù affida loro il comandamento nuovo del suo amore e parla con loro rispondendo prima a Pietro e poi a tre domande di Tommaso, Filippo e Giuda Taddeo. Poi prosegue il suo discorso e infine si rivolge al Padre con la preghiera del capitolo 17 nella quale dichiara la sua volontà di offrire se stesso.
La nostra frase fa parte della risposta alla prima domanda, quella di Tommaso che chiede spiegazioni all’inizio del capitolo 14:
1 “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2 Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3 Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4 E del luogo dove io vado conoscete la via”. 5 Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. 6 Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.
All’inizio Gesù esorta i suoi a non essere turbati: precedentemente anche Gesù stesso era rimasto turbato di fronte alla morte (di Lazzaro), perché la morte appartiene al regno di Satana. Mettere a morte Gesù sarà l’atto finale dell’ostilità da parte del mondo e di Satana, suo Principe, ma con la morte di Gesù, il Principe di questo mondo è gettato fuori (12,31) e questa vittoria sarà resa evidente dal Paraclito solo a quelli che hanno fede (16,8-11; 14,17). Così, anche se Giovanni sottolinea più volte l’incomprensione dei discepoli di quanto sta accadendo in quell’ultima cena, comunque essi percepiscono che sta accadendo qualcosa di grave e di temibile, perciò il loro cuore è turbato. Non si tratta solo di ansia e tristezza umane, ma di una vera e propria lotta tra la luce e le tenebre, tra Gesù e il principe di questo mondo, tra la fede e la non fede, e il campo di battaglia è il loro cuore, il loro intimo.
Il contrario del turbamento è la fede che si traduce in sentimenti di fiducia e sicurezza circa l’esito di questa lotta. Gesù esorta i suoi discepoli ad avere fede promettendo loro che potranno dimorare in Dio perché “nella casa del Padre ci sono molte dimore” cioè, c’è posto per tutti. Che cosa sono queste dimore? Non si tratta di una abitazione in cielo, ma coerentemente con ciò che Gesù dice nei versetti e nei capitoli seguenti, si tratta della possibilità dei discepoli di dimorare in Dio e in Gesù stesso. Prima del suo ritorno finale, Gesù ritornerà ai suoi per mezzo del Paraclito, prendendo dimora in loro insieme al Padre (14,23).
A questo punto Tommaso chiede spiegazioni, non avendo capito né la meta della partenza di Gesù né la strada da seguire per giungere ad essa: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”.
Gesù risponde: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. In questo modo chiarisce che la meta è il Padre, e che l’unica via per giungere al Padre è Gesù stesso poiché egli è l’unico che conosce il Padre (cf. 1,18). Gesù è la via in quanto unico rivelatore della verità, incaricato dal Padre di dare la vita all’umanità. In sintesi, Gesù è la via perché è la verità e la vita, ma su questo ci soffermeremo nelle prossime meditazioni.
Ora ci concentriamo soltanto sulla prima parola, cioè la via, lasciando da parte l’esegesi in senso stretto per cogliere altre suggestioni bibliche e spirituali.


Al tempo di Gesù la comunità degli Esseni di Qumran chiamava se stessa “la via” e anche il cristianesimo primitivo, prima che ad Antiochia i discepoli fossero chiamati cristiani, era chiamato “la via” (cf. At 24,14).
La via, il cammino, il sentiero, il percorso… è una metafora pressoché universale per esprimere un’esperienza di vita distesa nel tempo che comporta il passaggio da una condizione iniziale (partenza) a un cambiamento che tende verso una condizione finale (non necessariamente raggiunta o raggiungibile).
La via in greco si dice odòs e in italiano ritroviamo questa parola greca nel termine ‘metodo’ (metà odòs). Infatti, anche il metodo è una via, una sequenza di passaggi per passare da una situazione di partenza a una di arrivo. C’è un metodo per eseguire i lavori manuali, ce n’è uno per i lavori intellettuali, e di fatto ci sono molte proposte di metodo per la vita spirituale.
Il cardinal Martini, in un corso di esercizi spirituali sul Vangelo secondo Giovanni, accostava la domanda di Tommaso alla richiesta che c’è in molti credenti di avere un “metodo” spirituale. Lo si potrebbe quasi chiamare il “complesso di Tommaso”: desiderare di avere un metodo chiaro che ti dica sempre cosa devi fare, come ti devi comportare, al limite cosa pensare. “Mostraci la via passo passo, dacci un metodo che ci guidi”.
Entro certi limiti, la domanda è lecita: anche gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola sono stati scritti “per mettere ordine nella propria vita”, nel senso di “non prendere alcuna decisione in base ad inclinazioni disordinate”, ovvero inclinazioni che ci portano lontano dal nostro fine. Ma per l’appunto il metodo di Sant’Ignazio ci riporta sempre al fine, relativizzando tutti i mezzi, tutti. Invece è molto facile innamorarsi del metodo, trovare la propria sicurezza in pratiche spirituali o pastorali magari piissime o aggiornatissime, dimenticando un po’ alla volta il fine.
Scrive Martini: “Che cosa leggo in questo atteggiamento di Tommaso? Mi pare di leggere la fatica che facciamo per raggiungere quella sintesi cristologica a cui Giovanni ci invita. Noi siamo ancora dispersi nelle pratiche, negli strumenti (libri), nei mezzi e vogliamo sempre sapere cosa dobbiamo fare, qual è la via, che libro leggere ecc., mentre invece Gesù dice: “Sono io via, verità e vita”. Non si tratta di rinunciare tout court alle pratiche, ai libri e ai mezzi ma, a un certo punto, è Gesù che deve farci capire il senso di tutti questi segni, pratiche, libri, mezzi, considerazioni, aiuti: tutto si deve unificare nella sua persona, che ci viene continuamente incontro, in una visione contemplativa, unitiva, la sola che può dare valore alle pratiche, ai mezzi, ai libri, alle situazioni, agli esercizi, alle forme di rinnovamento. Senza questo approdo saremo sempre alla ricerca di nuove forme, nuovi mezzi per rinnovare la comunità, dimenticando che Gesù è via, verità e vita, cioè unica fonte di rinnovamento, non immediatamente disponibile nelle nostre mani, ma alla cui
azione è necessario che ci apriamo. Facciamo, insomma, mille cose marginali, dimenticando l’essenziale”.

Gesù, quindi, dona ai suoi discepoli se stesso, non un metodo. Nel suo libretto Il progetto evangelico di Gesù, Jean Paul Audet sostiene che Gesù non aveva un progetto come noi potremmo pensarlo, una sorta di strategia, ma procedeva guidato dagli incontri che faceva e man mano in questi incontri apprendeva ciò che doveva annunciare. Il teologo Christoph Theobald (che parlerà in Facoltà Teologica il 22 novembre) la descrive come “la santità ospitale” di Gesù: un tipo di relazione che egli instaura con coloro che incontra inaspettatamente. Non sono incontri programmati; a volte sono scontri, ma Gesù affronta gli uni e gli altri. Di episodio in episodio i Vangeli testimoniano che Gesù ascolta chiunque, ogni situazione nuova che gli si presenta: vede le situazioni e lì coglie il Regno e allora lo annuncia.


A queste osservazioni, infine, possiamo accostare quelle molto forti di Papa Francesco nella sua esortazione apostolica Gaudete et exsultate. Scrive il Papa ai nn. 57 ss.: “Ci sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore. Si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo (Cfr Evangelii Gaudium, 1060).
58. Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi. Questo accade quando alcuni gruppi cristiani danno eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie, di costumi o stili. In questo modo, spesso si riduce e si reprime il Vangelo, togliendogli la sua affascinante semplicità e il suo sapore. È forse una forma sottile di pelagianesimo, perché sembra sottomettere la vita della grazia a certe strutture umane. Questo riguarda gruppi, movimenti e comunità, ed è ciò che spiega perché tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, ma poi finiscono fossilizzati... o corrotti.
59. Senza renderci conto, per il fatto di pensare che tutto dipende dallo sforzo umano incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali, complichiamo il Vangelo e diventiamo schiavi di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca. San Tommaso d’Aquino ci ricordava che i precetti aggiunti al Vangelo da parte della Chiesa devono esigersi con moderazione «per non rendere gravosa la vita ai fedeli», perché così si muterebbe la nostra religione in una schiavitù (Cfr Summa Theologiae, I-II, q. 107, art. 4).
60. Al fine di evitare questo, è bene ricordare spesso che esiste una gerarchia delle virtù, che ci invita a cercare l’essenziale. Il primato appartiene alle virtù teologali, che hanno Dio come oggetto e motivo. E al centro c’è la carità. San Paolo dice che ciò che conta veramente è «la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6). Siamo
chiamati a curare attentamente la carità: «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge [...] pienezza della Legge infatti è la carità» (Rm 13,8.10). Perché «tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Gal 5,14)”.
Dal suo osservatorio, Papa Francesco ha avuto modo di conoscere “gruppi, movimenti e comunità, [... che] iniziano con un’intensa vita nello Spirito, ma poi finiscono fossilizzati... o corrotti”. All’inizio le loro ascesi fuori dell’ordinario possono perfino destare una certa ammirazione; il loro impegno è notevole, ma cosa dice San Paolo nel secondo capitolo della lettera ai Colossesi?
“20 Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché, come se viveste ancora nel mondo, lasciarvi imporre precetti quali: 21 “Non prendere, non gustare, non toccare”? 22 Sono tutte cose destinate a scomparire con l’uso, prescrizioni e insegnamenti di uomini, 23 che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e
mortificazione del corpo, ma in realtà non hanno alcun valore se non quello di soddisfare la carne”.
Parole molto dure, ma vere! Di quelli che si affaticano seguendo un metodo umano, Sant’Agostino direbbe che “Valde currunt, sed extra viam”: Corrono forte, sì, ma sono fuori strada. Ed è meglio zoppicare sulla strada giusta, perché almeno un poco ci si avvicina alla meta, piuttosto che correre sulla strada sbagliata, perché più si corre e più ci si allontana dalla meta.
Papa Francesco conclude citando San Paolo e il precetto dell’amore al prossimo, ma anche il discorso dell’ultima cena in Giovanni mette al centro esattamente il comandamento nuovo dell’amore, comandamento che in Gesù non ha solo il suo esempio (amatevi come io ho amato voi) ma anche la sua causa: amatevi poiché io ho amato voi. In greco la congiunzione kathòs ha tutti e due i significati: come e perché.
La meta è il Padre, dimorare in Lui mentre Egli dimora in noi. La via per arrivarci è Gesù: conoscere Gesù, amare Gesù, ascoltare Gesù. Lasciarsi condurre da lui, credendo in lui, nella sua parola, e mettendola in pratica amando.