Gesù è la verità
La volta scorsa abbiamo parlato di Gesù che è la via per andare al Padre, per dimorare in lui, e abbiamo capito che egli è la via in quanto è la verità e la vita: siccome è la verità e la vita, per questo è la via per giungere a dimorare in Dio. Allora questa volta cerchiamo di capire cosa significa, nel Vangelo secondo Giovanni, che Gesù è la verità.
A una prima impressione, la frase sembra piuttosto oscura. Anche se non sempre ce ne rendiamo conto, la nostra idea di verità si avvicina molto a quella di San Tommaso d’Aquino (il quale, attraverso gli arabi, l’aveva ricevuta da Aristotele): la verità è “adaequatio rei et intellectus”, ovvero corrispondenza tra realtà e intelletto. In altre parole: la verità consiste nella corrispondenza, nell'accordo, tra la realtà e la sua rappresentazione linguistica e concettuale. Vere sono quelle espressioni verbali, quelle frasi, che corrispondono alla realtà.
Se partiamo da questa idea di verità, la frase di Gesù sembra non avere nessun senso: sarebbe un po’ come dire “Io sono un’idea astratta”, ad esempio “Io sono la logica”, o “Io sono l’amicizia”.
Evidentemente, nel Vangelo secondo Giovanni, la verità ha un altro significato.
Nell’AT ebraico, ’emet è collegato alla radice ’mn (da cui viene Amen): essere fermo, saldo. Quindi ’emet è la solidità essenziale di una cosa, ossia ciò che la rende sicura e degna di fiducia. Dio è assolutamente vero in questo senso, cioè è degno di fiducia ed è fedele alle sue promesse: in un italiano un po’ ricercato potremmo dire che “Dio è verace”. Le parole sono vere se sono solidamente fondate. La vita di un uomo è vera se è fedele alle vie di Dio. C’è dunque un elemento morale del concetto ebraico di verità.
Nei libri apocalittici e sapienziali dell’AT, ‘verità’ è spesso sinonimo di ‘sapienza’. Prv 23,23 mette in parallelo il comando di acquistare verità col comando di acquistare sapienza; il saggio in Sir 4,28 dice ai suoi discepoli di lottare fino alla morte per la verità. Inoltre, ‘verità’ è associata con ‘mistero’, o segreto piano di salvezza di Dio, sicché conoscere la verità è conoscere i piani di Dio (Sap 6,22). Il “libro della verità” in Dn 10,21 è un libro in cui sono scritti i disegni di Dio per il tempo della salvezza. Sap 3,9 promette a quanti confidano in Dio la comprensione della verità.
A causa di questa equivalenza di ‘verità’ con ‘sapienza’ e ‘misteri’, nel NT la parola ‘verità’ allude al piano divino di salvezza che viene rivelato agli uomini. In altre parole, ‘verità’ non è, come per noi, il concetto di verità in generale, ma una ben precisa verità, forse potremmo dire la verità più importante di tutte le altre, la verità per eccellenza. E qual è questa verità? È appunto la verità espressa nel Vangelo secondo Giovanni dalle parole e dall’opera di Gesù. Volendola riassumere in una sola frase, viene comunemente identificata questa frase con Gv 3,16: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Questa è la verità che Gesù è venuto a rivelare, ma non la rivela solo con le parole, bensì con tutto se stesso, con la sua vita, le sue opere, la sua morte e risurrezione. Gesù fa parte di questa verità; Gesù è questa verità.
Apro una piccola parentesi rilassante: negli Stati Uniti, alcuni cristiani fondamentalisti quando


vanno allo stadio espongono un cartello con scritto: “John 3,16”, volendo annunciare questa verità centrale del Vangelo secondo Giovanni. C’è stato un periodo in Italia in cui qualcuno ha cercato di imitarli portando allo stadio o al palazzetto dello sport un cartello con scritto “Giovanni 3,16”, ma non aveva fatto i conti con l’ironia italiana per cui, quando esponevano questo cartello, c’era qualcun altro che tirava fuori una scritta del tipo “Mario 5,33”.


Riprendiamo il filo del discorso: Gesù è la via che conduce al Padre, perché la sua persona (con tutta la sua opera) è ciò che Dio vuole rivelare agli uomini, è la verità, è la rivelazione.
Ora però, partendo dal risultato dell’esegesi, proseguiamo con qualche altro spunto di meditazione.


Abbiamo visto ora che strettamente collegato al concetto di “verità” è quello di “rivelazione”, non solo nel Vangelo secondo Giovanni, ma anche nella comune dottrina della Chiesa. Per molti secoli, fino alla vigilia del Concilio Vaticano II, la Chiesa ha interpretato se stessa come custode e annunciatrice della divina Rivelazione, intendendo quest’ultima principalmente come un deposito di verità (al plurale), nel senso inteso dalla filosofia scolastica: affermazioni vere, perfettamente aderenti al loro contenuto. Nei concili fino al Vaticano I, si discutevano delle affermazioni per giudicare se erano o non erano ortodosse, cioè vere, corrispondenti alla verità. Le affermazioni non vere, non ortodosse, venivano condannate come non appartenenti alla Rivelazione.
Da questa concezione della verità e della rivelazione nascevano delle conseguenze perfettamente logiche, che però noi oggi non potremmo mai accettare. Forse l’esempio più evidente lo abbiamo nell’enciclica Mirari Vos di Gregorio XVI nel 1832: il titolo dice “Enciclica sull’indifferentismo e per condannare la libertà di coscienza, di stampa, di pensiero e di culto”.
Scriveva Gregorio XVI: «Veniamo ora ad un'altra sorgente trabocchevole dei mali, da cui piangiamo afflitta presentemente la Chiesa: vogliamo dire l’indifferentismo, ossia quella perversa opinione che per fraudolenta opera degl'increduli si dilatò in ogni parte, e secondo la quale si possa in qualunque professione di Fede conseguire l'eterna salvezza dell'anima se i costumi si conformano alla norma del retto e dell'onesto».
«Da questa corrottissima sorgente dell'indifferentismo scaturisce quell'assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato».
«...pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita "libertà della stampa" nel divulgare scritti di qualunque genere; libertà che taluni osano invocare e promuovere con tanto clamore. Inorridiamo, Venerabili Fratelli, nell'osservare quale stravaganza di dottrine ci opprime o, piuttosto, quale portentosa mostruosità di errori si spargono e disseminano per ogni dove con quella sterminata moltitudine di libri, di opuscoli e di scritti».
Prima di stracciarci le vesti, cerchiamo di capire il pensiero di Gregorio XVI e della Chiesa del suo tempo: se la verità consiste principalmente in dottrine e affermazioni vere, cioè aderenti alla realtà, parole che possono essere enunciate e comprese, ne consegue che il principale nemico da combattere è l’errore che diventa subito falsità, menzogna, acquistando una connotazione morale negativa. Quali diritti potranno mai accampare la falsità e la menzogna? Solo la verità ha il diritto di essere propagata e fatta conoscere a tutti; la menzogna deve essere combattuta e messa a tacere. La coscienza è fatta per conoscere la verità e aderire ad essa: questa è la sua dignità. La “libertà di coscienza” viene definita “deliramentum”, un delirio, perché essere liberi di credere nell’errore, nella menzogna, significa perdersi, rovinarsi. La libertà di coscienza, in questa logica, è libertà di ignoranza e perdizione.
Ciò che voglio dire è che una volta poste certe premesse, le conseguenze sono logiche, sono in certo qual modo necessarie.
Però tutti sappiamo che oggi le posizioni della Chiesa sono diverse. Tanto per fare un esempio, nei suoi innumerevoli viaggi Giovanni Paolo II è stato forse il più grande difensore a livello mondiale della libertà di coscienza e di culto, ovviamente per i cristiani, ma di conseguenza anche per tutti gli altri. Che cosa è cambiato?
È cambiata precisamente la nozione di Rivelazione. Nella costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II sulla divina Rivelazione, la Rivelazione non è intesa principalmente come una dottrina, ma come autocomunicazione di Dio.


Si legge al n. 2:
Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé.
Il n. 6 è ancora più esplicito:
Con la divina Rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini, «per renderli cioè partecipi di quei beni divini, che trascendono la comprensione della mente umana».
Ovviamente il significato di Rivelazione come dottrina non è cancellato, ma diventa subordinato a quell’altro: Dio comunica se stesso in Gesù Cristo. Ora, se l’oggetto della Rivelazione è una persona - e una Persona divina! - capiamo che le parole non possono essere davvero adeguate a esprimerlo compiutamente. Credo che faremmo molta fatica anche solo a dire noi stessi con le parole: chi può riuscire a definirsi e a comunicare completamente se stesso? A maggior ragione, se si tratta di Dio, la adaequatio rei et intellectus, l’adeguamento tra la realtà e l’intelletto, tra le parole e l’oggetto in questione, cioè Dio, non può che essere approssimativo, imperfetto, inadeguato. E dalla consapevolezza di questa inadeguatezza discendono altre conseguenze.
Innanzitutto, non possiamo idolatrare le formule: le parole sono molto importanti, è importante usarle con consapevolezza, non buttarle là a caso, ma non possiamo farne un idolo! Infatti, tutti i concili che, come ho detto, si sono occupati di formulazioni verbali, non hanno mai preteso di esaurire il mistero con le parole. Paradossalmente, i dogmi non ci dicono cosa dobbiamo credere, ma cosa non dobbiamo credere. Infatti le formulazioni dogmatiche sono quasi sempre in forma negativa: “Se qualcuno afferma che... sia anatema, sia scomunicato”. Le formulazioni dogmatiche segnalavano gli errori, le frasi sbagliate, le affermazioni erronee: non pretendevano di esaurire quelle giuste e vere. Le possibili formulazioni di fede sono tantissime, forse infinite, ma non tutte corrispondono alla fede della Chiesa. I concili condannavano quelle frasi che si allontanavano dalla genuina fede ecclesiale, ma non pretendevano di esaurire tutti gli altri possibili modi di dire il mistero. “Io sono la verità”, dice Gesù, “Io, non le definizioni su di me”. Sapendo questo, e conoscendo i limiti del linguaggio umano non pretendiamo, né da noi né dagli altri, di trovare le formule linguistiche perfettamente adeguate a dire Dio. Sant’Ignazio di Loyola, all’inizio degli esercizi spirituali, pone questo “presupposto”: «È da presupporre che un buon cristiano deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l'affermazione di un altro. Se non può difenderla, cerchi di chiarire in che senso l'altro la intende; se la intende in modo erroneo, lo corregga benevolmente; se questo non basta, impieghi tutti i mezzi opportuni perché la intenda correttamente, e così possa salvarsi» (ES 22).
La seconda conseguenza riguarda il modo in cui siamo chiamati a ri-conoscere la verità: la conosciamo mediante la coscienza. Dire ‘coscienza’ è dire qualcosa di più dell’intelligenza: è l’intero soggetto umano capace di cogliere e fare il bene; è intelligenza, sensibilità e volontà. La verità fattuale può essere colta dall’intelligenza, la dimostrazione di un teorema richiede intelligenza: la rivelazione cristiana richiede l’attenzione di tutta la persona in quanto capace di riconoscere il bene. L’intelligenza artificiale, il computer può risolvere un problema complesso, ma non può capire cos’è il bene: ci vuole una coscienza, e la coscienza non può che essere libera.
Della libertà di coscienza parla un altro documento del Concilio Vaticano II: la “Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae”. Questo documento afferma che «tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli». Fin qui, niente di nuovo, ma subito dopo aggiunge: «Il sacro Concilio professa pure che questi doveri attingono e vincolano la coscienza degli uomini, e che la verità non si impone che per la forza della verità stessa».
«Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione [...] così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa [...]. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l'hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. [...]
A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze. Ad un tale obbligo, però, gli esseri umani non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo
dell'immunità dalla coercizione esterna.
[...] La verità va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l'aiuto dell'insegnamento o dell'educazione, per mezzo dello scambio e del dialogo [...].
L'uomo coglie e riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza. E non si deve neppure impedirgli di agire in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso [...]».
Infatti, ed è un altro documento a dirlo, Gaudium et Spes 16, «La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell'amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità. Ma ciò non si può dire quando l'uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all'abitudine del peccato». La coscienza conserva la sua dignità anche quando sbaglia e deve quindi essere sempre rispettata.
Dal rispetto per la libertà di coscienza e di culto, logicamente deriva il rispetto per le altre religioni. Si legge al n. 2 della Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra Aetate: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini».
Infine, la conseguenza più importante di tutte: se la verità è una persona, se la verità è Gesù Cristo, allora per conoscere la verità dobbiamo conoscere lui in tutti i modi in cui egli si manifesta a noi. Innanzitutto nella sacra Scrittura. Dice Dei Verbum 25: «È necessario che tutti i chierici, principalmente i sacerdoti e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della parola, conservino un contatto continuo con le Scritture mediante una lettura spirituale assidua e uno studio accurato, affinché non diventi “un vano predicatore della parola di Dio all'esterno colui che non l'ascolta dentro di sé”, mentre deve partecipare ai fedeli a lui affidati le sovrabbondanti ricchezze della parola divina, specialmente nella sacra liturgia. Parimenti il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere “la sublime scienza di Gesù Cristo” (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. “L'ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo”. [...] Si ricordino però che la lettura della sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l'uomo».
Il Signore Gesù però è presente non solo nella Scrittura, ma anche nella liturgia e nei sacramenti, nella vita della Chiesa e soprattutto nei poveri, nelle persone in ogni modo ferite o bisognose. Non tanto come destinatari della nostra attività caritativa, quasi che noi siamo i ricchi generosi che danno ai poveri, ma proprio come fonte di rivelazione: frequentandoli insieme alla comunità cristiana che prega e agisce ci è data la possibilità di conoscere meglio la verità di noi stessi e il piano di salvezza di Dio per il mondo, il dono di salvezza che è Gesù Cristo.
La verità di Gesù si disvela nell’incontro personale con lui, in tutti i modi in cui egli si rende presente alla nostra coscienza per risvegliarla; in tutti i modi in cui chiama la nostra libertà a rispondergli.