Gesù è la vita
Nei due incontri precedenti abbiamo meditato su Gesù che è la via per andare al Padre, per dimorare in lui. È la via in quanto egli è la verità, una verità ben precisa, la più importante di tutte: la verità che riguarda il progetto del Padre nei confronti dell’umanità; con le sue parole e azioni, con tutta la sua vita, Gesù incarna e trasmette la verità dell’amore di Dio per il mondo, al punto da donare il Figlio perché il mondo abbia la vita (Gv 3,16).
Ma Gesù è la via anche perché afferma di essere la vita (14,6), allora questa volta cerchiamo di capire cosa significa, nel Vangelo secondo Giovanni, che Gesù è la vita.
Il tema della vita è centrale in questo Vangelo che si apre dichiarando che nel Verbo incarnato “era la vita e la vita era la luce degli uomini” (1,4) e si conclude dicendo che è stato scritto “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (20,31). Al centro (10,10), Gesù afferma di sé: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.
Tanto per dare un’idea, le parole ‘vita’ e ‘vivere’ ricorrono ben 53 volte in 21 capitoli, quindi in media due volte e mezza per ogni capitolo: è evidente che un tema così importante non si può esaurire in una meditazione. Giovanni parla continuamente di questo argomento, perciò non farò l’esegesi di tutti i versetti in cui appaiono queste parole, ma cercherò di leggerli velocemente per cercare di cogliere il loro significato principale e ricavare qualche spunto di riflessione.
Partiamo proprio dalle parole. Il Vangelo secondo Giovanni è composto da soli 1011 vocaboli, come i romanzetti adattati per i principianti che imparano le lingue straniere, eppure usa ben due parole per indicare la vita, mentre in greco ne esistevano addirittura tre.
La prima è bìos che significa vita quotidiana e ha tanti altri significati collegati che rispecchiano l’aspetto materiale dell’esistenza umana, però questo vocabolo non è mai usato nel Vangelo secondo Giovanni: si direbbe che a Giovanni non interessano le banalità del quotidiano.
Il secondo è psychè che ha pure moltissimi significati, ma nel quarto Vangelo è usato pochissime volte per indicare la vita alla quale la morte pone termine, la vita biologica (10,11.15.17; 12,25; 13,37 e 15,13).
Il messaggio evangelico è tutto centrato su un’altra vita, per la quale usa il terzo vocabolo, ‘zoè’, che di per se nel greco classico indicava la vita animale (da cui viene la nostra parola ‘zoo’) e qui invece sta a significare la vera vita, la vita di Dio, che quando viene comunicata agli uomini viene detta “zoè aiònios”, “vita eterna”, non solo e non tanto perché non ha fine, ma proprio perché è la vita dell’Eterno, di Dio.
Non bisogna confondere tra loro queste due vite: davanti alla tomba di Lazzaro Gesù afferma che “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (11,26), e anche nella sinagoga di Cafarnao aveva detto di se stesso: “chi mangia questo pane vivrà in eterno” (6,58). Così, riguardo al “discepolo che Gesù amava”, “si diffuse [...] tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?»” (21,23). In altre parole, il cap. 21 è stato aggiunto in un secondo tempo, dopo la conclusione del Vangelo, perché alcuni discepoli non avevano capito la differenza tra psychè e zoè, tra la vita fisica e la vita divina, “eterna”, che Gesù dona, sicché avevano pensato che i veri discepoli, soprattutto il discepolo che Gesù amava, non sarebbero morti. Da qui lo scandalo per la morte di quel discepolo e la necessità di spiegare che Gesù non gli aveva promesso una vita biologica infinita.
La vita che Gesù dona è altro dalla vita fisica, infatti nell’ultima Cena Gesù annuncia: “Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete” (14,19). Ciò significa che il mondo tra poco non vedrà più Gesù perché Gesù sarà ucciso, la sua vita fisica finirà in modo violento. Poiché però egli è vivo di una vita divina, che non può essere uccisa, e poiché anche i suoi discepoli riceveranno questa vita, essi lo vedranno di nuovo, potranno di nuovo incontrarlo anche se il mondo non lo vedrà più.
Allora, che cos’è questa zoè, questa vita che Gesù possiede in pienezza e dona ai suoi discepoli?

È un bene di cui gli uomini non hanno esperienza e del quale, quindi, si può parlare solo per analogia, in modo simbolico, come fa Giovanni. Scrive nel suo monumentale commento Raymond Brown: “La vita naturale è il possesso più prezioso dell’uomo; «vita» è quindi un buon simbolo per indicare il più prezioso dei doni divini che sono fuori della portata dell’uomo”. Per Giovanni la “vita” o “vita eterna” “è la vita di cui vive Dio stesso, e che il Figlio di Dio possiede dal Padre (5,26; 6,57)”.
Con questo, ancora non ne sappiamo molto di che cos’è questa vita, e in effetti il Vangelo, prima di darne quasi una definizione, ne parla simbolicamente, in un “crescendo” di rivelazione che vorrei tentare di riassumere, con un po’ di pazienza da parte vostra.
Dopo il fuggevole accenno nel prologo (“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”, v. 4), la “catechesi” giovannea sulla vita inizia al capitolo 3, nel colloquio con Nicodemo. Gesù dice a Nicodemo che bisogna nascere “di nuovo” o “dall’alto” (ànothen, v. 3) per vedere il regno di Dio; bisogna nascere da acqua e Spirito per entrare nel regno di Dio (v. 5). Dopodiché annuncia quella che abbiamo visto essere la verità centrale del Vangelo secondo Giovanni: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (v. 14-16). Dunque, si ottiene la vita eterna mediante la fede nel Figlio e ciò comporta una nuova nascita, non biologica ma spirituale, da acqua e Spirito, cioè con il battesimo.
Al capitolo successivo Gesù incontra la donna samaritana presso il pozzo e le dice: “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (v. 14). Con ciò fa comprendere che la vita eterna comporta il pieno appagamento della “sete”, cioè dei più profondi desideri umani. Inoltre, alla fine di questo capitolo, la guarigione miracolosa del figlio del funzionario di Cafarnao assume un notevole valore simbolico: mostrando di avere il potere di far arretrare la morte (fisica), Gesù fa capire di essere colui che dona la vita (eterna).
Nel capitolo 5 Gesù guarisce l’infermo presso la piscina di Betzatà e alle accuse di coloro che lo attaccano perché guarisce in giorno di sabato, Gesù risponde: “Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco [...]. Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole” (vv. 17.21). Perciò anche la guarigione del paralitico ha valore simbolico: Gesù, il Figlio, riceve dal Padre il potere di dare la vita a chi vuole.
Subito dopo ci sono altri sei versetti che parlano della vita eterna: “In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora - ed è questa - in cui i morti udiranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (vv. 24-29). Questi versetti in parte ribadiscono un concetto già espresso, ma poi aggiungono qualcosa di nuovo: la vita eterna si ottiene ascoltando il Figlio e credendo in Colui che lo ha mandato; coloro ai quali il Figlio si rivolge sono detti “morti” perché vivono soltanto una vita biologica destinata a finire: apparterrebbero di fatto già alla morte. Essi però, mediante la fede, evitano questa situazione che li condanna e passano dalla morte (da una vita già segnata dalla morte) alla vita vera, eterna. Questo avviene fin d’ora, subito, ma contemporaneamente Gesù annuncia che la pienezza del passaggio dalla morte alla vita avverrà nel futuro definitivo. Con questo egli si identifica con il “Figlio dell’uomo” annunciato da Dn 7,14: il giudice finale (escatologico) che giudicherà dalle loro opere chi è degno di risorgere per la vita e chi per la condanna.
Tra parentesi, questo tema del giudizio o condanna (i due termini sono quasi sinonimi) ricorre spesso e sembra quasi che Gesù assuma questo compito malvolentieri o fino a un certo punto: a Nicodemo aveva detto che il Padre ha mandato il Figlio nel mondo non per condannare ma per salvare, e aveva aggiunto: “il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (3,19); in questo capitolo quinto dice che non sarà lui, Gesù ad accusare chi lo rifiuta, ma Mosè; al capitolo 12 dirà che è la parola che ha annunciato e non è stata accolta a condannare. Insomma, il giudizio di condanna in fondo è un autogiudizio: chi rifiuta la vita, rifiutando di credere nella parola di Gesù e di venire alla luce, si condanna da solo.
Il capitolo 6 contiene il discorso sul “pane di vita” nella sinagoga di Cafarnao. A differenza del “cibo che non dura”, è Gesù “il cibo che rimane per la vita eterna” (v. 27), “il pane dal cielo, quello vero” donato non da Mosè, ma dal Padre (v. 32). Gesù afferma: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (v. 35). Anche qui ritorna il tema della vita eterna che sazia abbondantemente ogni desiderio (fame e sete) dell’uomo. Questo pane lo si “mangia” non con la bocca, in modo materiale, ma lo si assimila, lo si fa proprio con la fede: “Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (v. 40). Qui per la prima volta si parla di “vedere” come sinonimo di credere: per Giovanni “vedere” significa guardare con fede. È la fede che permette di nutrirsi del pane di vita (cioè, “pane che dà la vita”): “In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia” (vv.47-50). Come il pane, il cibo quotidiano, sostiene la vita fisica, così Gesù alimenta la vita eterna in chi crede in lui.
A questo punto si affaccia anche il tema eucaristico: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. [...] In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterà nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (vv. 51.53-58). Il pane eucaristico dona la vita, però non è un cibo magico: ciò che dà la vita eterna, ovviamente, non è la pura e semplice manducazione del pane eucaristico, ma la fede espressa con il gesto simbolico di mangiare, di assimilare “la carne e il sangue” del Figlio dell’uomo, ovvero tutto ciò che la vita, la morte e la risurrezione di Cristo ci comunicano.
Saltiamo il capitolo 7, dove ritorna il tema dell’acqua viva, e l’inizio del capitolo 8 che contiene l’episodio dell’adultera. Al capitolo 8,51 Gesù esclama: “In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno”. Ovviamente l’affermazione suscita scandalo e viene ritenuta assurda, ma in realtà Gesù sta ripetendo che chi osserva la sua parola, chi crede, riceve una vita che la morte non può minacciare.
Saltiamo anche il capitolo 9, l’episodio del cieco nato, e andiamo al capitolo 10 in cui Gesù afferma di essere la porta delle pecore e il bel pastore (che di solito traduciamo “buon pastore”). Qui c’è qualcosa di molto interessante: Gesù dice al v. 11 che il bel pastore dà la sua vita (psychè, la vita fisica) per le pecore e in prima persona ai versetti 15 e 17 afferma di dare la propria vita (psychè). “Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo” (v. 18). Attenzione però: Gesù come bel pastore dà la propria vita fisica (psychè) perché le sue pecore abbiano l’altra vita (zoè), la vita eterna, e l’abbiano in abbondanza (v. 10).

Arriviamo così al capitolo 11, alla risurrezione di Lazzaro in cui Gesù si manifesta come colui che ha potere sulla vita e sulla morte, compiendo la parola profetica che aveva annunciato in 5,25: “Viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno”. Gesù dice a Marta: “Io sono la risurrezione e la vita” e subito aggiunge due frasi che spiegano l’affermazione: “Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (vv. 25-26). Gesù è la vita perché dà la vita a chi crede in lui, e la vita che egli dona è più forte della morte. Anche se uno muore, perché perde la sua psychè, se crede vivrà perché da Gesù riceve la vita, zoè, che non muore in eterno.
Nel capitolo successivo Gesù entra in aperto conflitto con quelli che lo vogliono uccidere: la guerra tra morte e vita ormai giunge all’epilogo. Ed ecco che al v. 25 c’è ancora lo scambio tra psychè e zoè, come nel capitolo 10: “Chi ama la propria vita (psychè), la perde e chi odia la propria vita (psychè) in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (eis zoèn aniònon). Per ottenere la vita eterna bisogna essere pronti anche a ripudiare (“odiare”) la propria vita fisica, come Gesù.
Questo capitolo e la prima parte del Vangelo si concludono con due versetti molto solenni: “Io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comando è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me” (vv. 49-50). Dunque, si riceve la vita eterna ascoltando-obbedendo a ciò che dice Gesù, il quale a sua volta obbedisce al comando del Padre. Ciò che il Padre comanda, conduce alla vita eterna chi gli obbedisce.
Nella seconda parte del Vangelo, il discorso sulla vita tende a rarefarsi, non perché il tema diventi meno importante, ma perché qui, finito il discorso per simboli e immagini, si racconta il fatto da cui la vita scaturisce: la glorificazione del Figlio. Gesù viene “innalzato”, cioè (nello sguardo di fede dell’evangelista) contemporaneamente ucciso e glorificato sulla croce, ed è dal suo innalzamento che il dono della vita viene trasmesso agli uomini per mezzo dello Spirito.
Nel capitolo 14 troviamo le frasi da cui siamo partiti: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (v. 6); “ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (vv. 19-21). Vediamo che il tema della vita si lega sempre più a quello dell’amore e dell’obbedienza-osservanza dei comandi di Gesù e del Padre: la vita consiste nell’amore (non solo sentimentale, ma obbediente alla volontà e ai comandi di Gesù e del Padre) grazie al quale Gesù è nei suoi discepoli e i suoi discepoli sono in lui, come Gesù e il Padre sono “uno”, inseparabili e indivisibili nell’amore.
Infine, al capitolo 17, la cosiddetta “preghiera sacerdotale di Gesù” si apre con queste parole che rappresentano finalmente una sorta di definizione della vita: “Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni carne (= l’essere umano mortale), perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (vv. 1-3).
La vita eterna è la conoscenza (esperienziale, non solo intellettuale) di Dio e di Gesù Cristo.
A questo punto possiamo finalmente fare sintesi di tutto quanto abbiamo raccolto finora.
Mediante la fede nella parola di Gesù e l’obbedienza ai suoi comandi si nasce (con il battesimo) a una vita nuova, qualitativamente diversa da quella biologica, una vita alla quale la morte non può mettere fine e che sazia in modo sovrabbondante i desideri più grandi. Questa vita consiste nella conoscenza amorosa di Dio e di Gesù Cristo, grazie alla quale i discepoli sperimentano di “essere in Gesù” e che Gesù è in loro. Questa unione profonda e intima con il Padre e con Gesù si perfezionerà con la risurrezione finale, mediante la quale tutto l’essere umano parteciperà alla vita divina. Perciò la risurrezione non sarà un ritorno alla psychè, alla vita fisica (che i discepoli devono essere pronti a offrire, come ha fatto Gesù, il bel pastore). La risurrezione sarà il pieno passaggio di tutto l’essere umano, compreso il corpo, alla zoè aniònos, alla vita eterna e divina, quando la voce di Gesù chiamerà i morti fuori dai sepolcri. Chi ascolta la sua voce oggi (cioè, le obbedisce) potrà udirla nell’ultimo giorno. Per questo Gesù può dire di se stesso “Io sono la vita”: perché è lui che dona la vita nel tempo e nell’eternità a chi ascolta con fede la sua parola e gli obbedisce nell’amore.

Immagino che questa lettura di tutto il Vangelo secondo Giovanni, anche se per sommi capi e soltanto legata allo specifico tema della vita, possa essere risultata faticosa da seguire, per cui adesso concludo con poche riflessioni.
Innanzitutto, la rilevanza esistenziale di questo tema. Direi che è uno dei temi più importanti nella biografia di ciascuno, forse addirittura il più importante. Per quanto i problemi della “bìos”, della vita quotidiana possano assorbire la maggior parte della nostra attenzione, viene il momento in cui ci facciamo delle domande non solo sulla nostra “psychè”, sulla nostra vita fisica e relazionale, ma in generale sulla qualità della vita e sul senso della nostra esistenza. Chi è giovane si chiede: “Che vita voglio vivere? Chi voglio essere? Chi sono davvero e cosa sono chiamato a diventare e a realizzare?”. Chi ha raggiunto l’età matura prima o poi si chiede: “Era questa la vita che volevo? Ho proprio scelto la strada giusta? Non è tutto più povero e meno gratificante di come l’avevo immaginato? Farò in tempo a correggere gli errori e a completare ciò che ho iniziato? Se volessi cambiare strada, farei ancora in tempo, o sono ormai condannato a tirare avanti?”. Chi è vecchio o malato si domanda: “Finisce tutto qui? Era tutto quello che la vita poteva offrirmi? Ho usato bene i miei giorni? La mia esistenza è stata importante per qualcuno? Lascerà almeno un buon ricordo? Perché deve finire tutto? Che senso ha?”. In ciascuno, cristiano o no, credente o no, c’è il desiderio non solo di una vita lunga e in salute, ma di una vita bella, piena, non minacciata dal vuoto e dalla morte, e soprattutto capace di adempiere quelle promesse di bene che abitano anche nelle esistenze più sofferte.
Giovanni non si è soffermato, come S. Agostino, a descrivere il tormento di queste domande; non ha indugiato tanto sui desideri tumultuosi del cuore umano. Il suo compito era più elevato: ci ha dato la risposta. Alle folle che cercano un pane che non costi sudore tutti i giorni, Gesù dice: “Cercate un altro Pane, quello che il Padre vi darà, e non avrete più fame”. Alla donna che ha avuto cinque mariti, che ha sete d’acqua e di essere amata e non riesce a saziarsi, Gesù dice: “L’acqua che io darò zampilla per sempre, non si esaurisce mai”. A chi è malato o disabile Gesù chiede: “Credi tu nel Figlio dell’uomo?”. A chi cerca una direzione, una guida, Gesù offre se stesso come bel pastore, pastore generoso che dà la sua vita perché le pecore abbiano vita in abbondanza. A chi piange la morte di una persona cara Gesù dice: “Tuo fratello risorgerà”.
Ma l’incontro tra le domande e la risposta non avviene automaticamente, né in modo semplice: tutto il Vangelo di Giovanni racconta una lotta senza quartiere tra la luce e le tenebre, in cui le tenebre inizialmente sono solo ignoranza, poi diventano ostilità e infine attacco diretto per tentare di uccidere la vita. Ma è proprio allora che la vita trionfa e il principe di questo mondo è condannato e “gettato fuori”: Gesù sulla croce è “innalzato”, è glorificato, e dalla croce effonde lo Spirito (19,30). Ciò non è accaduto una volta soltanto: la lotta tra la luce e le tenebre coinvolge anche noi. Anche noi siamo tentati di non ascoltare la parola di Gesù e di soffocarla; anche noi siamo tentati dalla non-fede, dall’incredulità e dalla disobbedienza, dal non-amore che ci preclude la conoscenza del Padre e del Figlio, che ci esclude dalla vita. Tuttavia possiamo fare affidamento sul fatto che siamo stati chiamati, scelti (cf. 6,44.65; 10,16.28-29; 15,16): la grazia ci precede e ci accompagna perché “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.
Certo, la visione di Giovanni è decisamente dualistica: tra la salvezza e la perdizione, tra la luce e le tenebre, tra chi crede in Gesù e chi non crede in lui non ci sono zone grigie né vie di mezzo. Questo pensiero turbava molto sant’Antonio abate nel deserto che si domandava perché alcuni ricevono la grazia e altri – apparentemente – no. Una voce gli rispose: “Antonio, non ti giova conoscere i consigli di Dio: pensa a te stesso”. Per quanto Antonio si arrovellasse e per quanto il suo cuore fosse grande, la salvezza degli uomini non poteva stare a cuore a lui più che a Dio, che li ha creati.
E poi, l’obbedienza al comandamento del Padre e alla voce del Figlio, come è dimostrato da tutta l’esistenza di Gesù, non è una questione ideologica, ma è camminare nella verità.

Così, anche se è evidente che nel mondo e in noi ci sono forze che si oppongono alla vita eterna, non dobbiamo disperare della salvezza di nessuno e nemmeno della nostra, né dobbiamo cadere nella tentazione dello scoraggiamento. Per quanto umile e apparentemente insignificante, la nostra vita è preziosa agli occhi di Dio, che la riscatta dal non senso e dalla morte: in Cristo nostro Signore, nella fede e nell’amore, il Padre ci dona il suo Spirito e ci ammette alla comunione con sé, facendoci partecipi della sua vita, la vita eterna.
Gesù è la vita, perché vivere in obbedienza di fede e in comunione di amore con lui ci fa vivere già ora, come figli, la vita di Dio, la vita eterna.