Il Padre Nostro
In questi tre appuntamenti cercheremo di meditare con semplicità sulla preghiera del Padre Nostro. Cercherò di tener presenti gli insegnamenti dei santi (perché molti santi hanno commentato questa preghiera), ma soprattutto un libro del cardinal Martini che forse non sarà all’altezza dei grandi commenti dei santi, ma probabilmente è più vicino alla nostra mentalità e ai nostri problemi e quindi ci può aiutare, spero, a capire meglio questa preghiera.
Partiamo con una premessa: alcuni considerano il Padre nostro una sintesi di tutto il Vangelo (Tertulliano lo chiamava breviarium totius Evangelii), mentre altri lo relativizzano perché — dicono — è “solo” una preghiera di supplica, di domanda, mentre ci sono nei Vangeli e nella Bibbia tanti altri modi di pregare e tanti altri insegnamenti che non riguardano direttamente la preghiera.
Io non so se il Padre Nostro riassuma davvero tutto il Vangelo, ma se leggiamo questa orazione con attenzione, ci accorgiamo che ogni frase richiama moltissimi passi evangelici e la vita di Gesù. Dunque, il Padre Nostro forse non riassume, ma certamente richiama tutto il Vangelo.
Diciamo qualcosa sul contesto letterario. Sapete che esistono due versioni di questa preghiera: una nel Vangelo secondo Matteo e l’altra nel Vangelo secondo Luca.
I biblisti ritengono che il contesto di Luca sia il più antico: non siamo all’inizio dell’attività pubblica, in un primo discorso programmatico, come in Matteo, ma un po’ avanti nel ministero. Si parte da un’occasione concreta (i discepoli vedono pregare Gesù), dunque da un’esperienza vissuta. Matteo invece inserisce la preghiera proprio al centro del Discorso della Montagna, discorso che probabilmente ha costruito lui mettendo insieme gli insegnamenti di Gesù.
Perciò è più probabile che il vero contesto in cui è nato il Padre Nostro sia quello di Luca, e la sua formula, più breve, sia la più antica.
Allora consideriamo prima di tutto Lc 11. Siamo a metà dei 22 capitoli del Vangelo, durante il viaggio di Gesù a Gerusalemme che inizia in Lc 9,51, quindi già abbastanza avanti anche nella sua biografia. A Gerusalemme c’è anche la basilica del Pater noster, secondo cui la preghiera sarebbe stata insegnata là, sul monte degli Ulivi, verso la fine della vita di Gesù. In ogni caso, per Luca l’insegnamento del Padre Nostro è tardivo, non all’inizio del Vangelo, come in Matteo.
Luca racconta che Gesù stava pregando (è una caratteristica di questo evangelista sottolineare molti momenti in cui Gesù si raccoglie in preghiera) e quando ha finito un discepolo anonimo gli chiede di insegnare a pregare a tutti i discepoli, come anche Giovanni il battista ha insegnato ai suoi. Quindi vediamo che Gesù inizia da un’occasione concreta, dalla sua preghiera, e risponde a una domanda, insegnando prima un contenuto (il Padre Nostro), poi soffermandosi a lungo su un atteggiamento: la perseveranza instancabile nell’orazione. Questo atteggiamento di perseveranza sarà ripreso anche più avanti, nella parabola del giudice ingiusto e della vedova importuna.
Dobbiamo inoltre notare che questo è il terzo di tre brani successivi: la parabola del buon samaritano – la carità – (10,29-37); il dialogo con Marta e Maria – l’ascolto della Parola – (10,38-42); la preghiera del Padre nostro (11,1-4). Quasi a mettere in luce che carità, ascolto della Parola e preghiera non possono mai essere separati.
Il Padre Nostro di Matteo, invece, si colloca nel quadro del Discorso della Montagna, che comprende i capitoli da 5 a 7 del suo Vangelo.

Dopo le antitesi del capitolo 5, Gesù passa, nel capitolo 6, a descrivere tre atti di culto, di religione: elemosina, preghiera e digiuno (è il brano che abbiamo ascoltato nella Messa del Mercoledì delle Ceneri). Di ognuno di questi atti insiste che non vanno compiuti per essere visti dagli uomini. In questo contesto, a proposito del secondo atto di culto, la preghiera, è inserito il Padre Nostro. Il fatto che il Padre Nostro stia esattamente al centro del Discorso della Montagna è un altro insegnamento per noi: ci fa capire che il Discorso della Montagna non lo si può vivere se non si prega.
Partiamo allora dal Vangelo secondo Luca che, come abbiamo visto, forse si avvicina di più al vero contesto in cui è nata questa preghiera. C’è un discepolo senza nome che chiede a Gesù: “Insegnaci a pregare!“. Forse tutti noi, come questo discepolo, abbiamo detto tante volte: «Signore, insegnaci a pregare!». Che cosa chiediamo con questa domanda?
Il cardinal Martini pensava che molta gente non di rado desidera anzitutto raggiungere quell’unità interiore, quel raccoglimento, quel possesso di sé, quella gioia di tenersi bene in mano che è caratteristica di una preghiera profonda. Si tratta di atteggiamenti positivi e utili, ma siamo ancora nell’ambito di una preghiera psicologica, tesa a ottenere alcuni
benefici: imparare a essere calmo, tranquillo, raccolto, pacificato, coordinato, senza una sarabanda di pensieri che mi frulla per la testa. Di fatto coloro che si dedicano alle pratiche yoga o zen imparano simili cose: il raccoglimento, il dimenticare tutto, l’astrarsi dal mondo esteriore, il concentrarsi su un unico punto, magari sul nulla, l’eliminare ogni
pensiero per vivere nella calma più assoluta.
Forse anche noi abbiamo bisogno di questi atteggiamenti per pregare bene. Ci vuole un minimo di concentrazione e unità, perché la preghiera è anche salute psicologica.
Noi vogliamo tuttavia chiedere a Gesù di insegnarci a pregare nello Spirito, soprattutto di insegnarci la disposizione interiore e quali siano le richieste da presentare.
Il cardinal Martini diceva ancora che spesso, quando iniziava la preghiera, apriva il testo della lettera ai Romani, là dove si dice che nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare (cf 8,26a) e diceva: Signore, vedi che non so pregare. Però tu hai promesso lo Spirito in aiuto alla mia debolezza e lo Spirito intercede per me «con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (8,26b-27).

Quindi per noi imparare a pregare vuol dire imparare ad affidarci allo Spirito che ci muove a recitare il Padre Nostro, fino a raggiungere quella condizione interiore di abbandono fiducioso in colui che ha detto: «Non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20).
Oltre a questa disposizione fondamentale di abbandono allo Spirito, se ne possono indicare altre quattro ricavate dall’insegnamento di Gesù: il nascondimento, la sobrietà delle parole, la perseveranza e la fiducia filiale. Pregando, ognuno può capire quale di questi atteggiamenti gli è più necessario.
E veniamo finalmente al contenuto di questa preghiera, cominciando ovviamente dalla parola “Padre”.
Tutti sono d’accordo che uno degli “ipsissima verba Jesu”, ovvero una delle parole che sicuramente è stata pronunciata dalla bocca di Gesù è ‘Abbà’, cioè “papà” o “babbo”. Dunque, è una parola che dice maggiore confidenza rispetto al nostro “padre”, ma non è nemmeno un diminutivo infantile e zuccheroso come “papino” o “paparino”, come qualcuno ha sostenuto. Ancora oggi è la parola con cui un adulto si rivolge in ebraico al proprio padre. Gli ebrei di Israele dicono “abba” e “imma” ai propri genitori.
Ai tempi di Gesù nessun singolo individuo, in Israele, si rivolgeva così a Dio nella preghiera. Nei Salmi non c’è questa invocazione. Dio era considerato il padre di tutto ilpopolo di Israele, di tutti gli ebrei, e l'unico singolo individuo che poteva essere adottato da Dio come figlio era il re di Israele. In ogni caso, non il singolo fedele.
La metafora della paternità divina, quindi, era usata in Israele, ma non troppo, perché i popoli circostanti erano, per così dire, strapieni di miti in cui gli dei e le dee avevano rapporti sessuali tra loro e con i mortali e generavano figli e figlie nel senso biologico della parola. Israele prende le distanze da questa mitologia e quando usa la metafora della paternità di Dio (e, più raramente, della maternità) lo fa in modo non equivoco: Dio non è né padre né madre in senso biologico.
Invece Gesù usa senza paura questa parola per indicare il suo rapporto specialissimo con Dio e questo sarà il motivo ultimo che davanti al sommo sacerdote e al sinedrio lo farà condannare a morte (cf Mc 14,61-64). Gesù manifesta la consapevolezza che il suo rapporto con Dio è un rapporto diverso da quello che Dio ha con tutti gli altri uomini: tuttavia, proprio grazie a Gesù, tutti gli uomini sono ammessi a una relazione col Padre simile alla sua, anche se non identica. Gesù risorto infatti dirà: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17), sottolineando una continuità e una differenza nel rapporto che c’è tra lui e Dio, rispetto a quello che c’è tra Dio e gli altri esseri umani.
Dunque Gesù pregava dicendo Abba, papà, e ha insegnato ai suoi discepoli a fare altrettanto.
Noi usiamo la parola ‘padre’ un po’ perché in italiano alcuni dicono ‘papà’ e altri ‘babbo’, e un po’ perché forse abbiamo timore di prenderci troppa confidenza con Dio. Ma almeno nella preghiera personale, almeno qualche volta, dovremmo sentirci liberi di dire: “Abbà, papà”.
A questo punto è giusto chiedersi, sia pure con molta delicatezza e rispetto, perché Gesù ha scelto proprio questo nome e non, per esempio, mamma o madre.
In questo possiamo farci aiutare dalla riflessione teologica femminista, quella moderata, non quella che pretende di modificare i testi evangelici per adeguarli alla propria ideologia. La teologia femminista ci aiuta a criticare e superare una visione religiosa inconsapevolmente maschilista, perché in una società dove Dio è padre, il padre rischia di diventare un dio, con tutte le pessime conseguenze del caso.
È ovvio, ma dobbiamo ripeterlo, che Dio non è maschio né femmina. Ma allora, cosa significa affermare che è padre? Forse è più facile capirlo contrapponendolo al culto della dea madre, culto che forse è stato il primo, agli albori dell’umanità.
La dea madre, la natura, la terra, ci dà la vita e ci nutre, ma i suoi figli rischiano di rimanere sempre parte di essa, di non differenziarsi, di non poter tagliare il cordone ombelicale. Se rimangono parte della natura, la rispettano di più, ma rinunciano anche a intervenire su di essa. Inoltre, la natura madre ripropone eternamente i suoi cicli stagionali: non esiste una vera e propria evoluzione storica, un progresso, una direzione di marcia, perché tutto ritorna sempre uguale.

Considerando tutto questo, quindi, comprendiamo che la dea madre non è una buona madre, perché una buona madre è capace di lasciare andare il figlio, di rispettare la sua alterità. Oggi c’è invece un forte ritorno di forme religiose “materne” nel senso peggiore della parola: si cerca una dea madre che nutre, provvede, risponde a bisogni elementari e infantili di sicurezza e intimità: i fedeli della dea madre non fanno politica, non cercano di capire, non contestano... rischiano di restare per sempre bambini, perché il legame madre-figlio è il più forte che ci sia ed è un legame che rischia di non far crescere il figlio, se non evolve.
Ma quando il figlio nasce, c’è un legame che preesiste al suo rapporto con la madre ed è proprio quello tra il padre e la madre. Perciò il padre è colui che con la sua semplice esistenza, al di là delle sue doti e capacità, rompe il legame tra madre e figlio. La madre non appartiene tutta al figlio: c’era qualcun altro prima di lui. Tutto questo genera rapporti a volte conflittuali, a volte ingarbugliati, a volte molto sofferti, ma l’esistenza del padre è anche quella che dà la possibilità al figlio di staccarsi, di vivere la propria vita, di iniziare una storia nuova.
Rispetto alla dea madre, il Dio Padre genera figli diversi da sé, liberi e magari ribelli, ma autonomi.
Certo, la parola ‘Padre’ — tornando alle osservazioni del cardinal Martini — di per sé non è univoca, può avere tanti significati ed evocare molte emozioni, anche esistenziali, perché ciascuno rivive il proprio rapporto col padre naturale, che può essere stato ottimo, o mediocre, o scarso. È dunque un appellativo che tocca molti aspetti positivi e negativi
della nostra vita interiore e della nostra psiche.
Padre, oltre a essere colui che insieme alla madre dà la vita biologica, è pure colui che educa alla vita ed educa magari in maniera forte. La Scrittura non ha paura di ricordare che il padre è anche colui che castiga. La lettera agli Ebrei ricorda che se accettiamo i castighi del padre terreno, non dobbiamo spaventarci se Dio Padre ci castiga, ci prova, perché è tipica del padre pure la funzione di educatore energico (cf 12,7-11).
Padre è inoltre colui che nutre, che deve procurare il sostentamento ai figli ed è colui che protegge, nelle cui braccia ci si ripara. Il bambino si butta nelle braccia del papà per cercare una difesa, chiude gli occhi mentre lo abbraccia per non vedere il pericolo. È quindi simbolo di rifugio, di conforto.
Il padre rappresenta inoltre la forza della tradizione. Quando noi lo nominiamo, possiamo pensare alle radici che costituiscono la nostra identità di persone.
Nell’invocazione «Padre» che Gesù ci mette sulle labbra sono presenti tutti questi significati.
Tuttavia non è sufficiente perché, se fosse soltanto così, sarebbe un’invocazione adatta per tutti. Il mistero consiste invece nel fatto che, se è vero che il Padre Nostro può essere recitato da chiunque creda in un Dio personale, è però altrettanto vero che è la preghiera insegnataci da Gesù e ha quindi delle radici molto precise. Ne ricordiamo una particolarmente significativa: il battesimo di Gesù.
Egli va al Giordano per essere battezzato da Giovanni. Questi vuole impedirglielo, ma Gesù insiste e Giovanni acconsente: «Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua; ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”» (Mt 3,16-17). Per dire «Padre» occorre che qualcuno mi chiami «Figlio»: «Padre», allora, non è la prima parola, è la seconda. La prima è quella di chi ci dice: «Figlio, figlio mio carissimo, figlio mio amatissimo».
Dunque, nel Padre nostro, Padre è soprattutto Dio Padre di Gesù Cristo, è Colui che Gesù chiama Padre e da cui è chiamato Figlio, ed è fortemente presente in tutto il Discorso della montagna dove, prima del Padre nostro che si trova al centro del Discorso, Gesù nomina otto volte il Padre e ancora lo nomina più volte in seguito. Il Padre è il Padre di Gesù Cristo, e Gesù ce ne comunica la paternità, rendendoci partecipi della propria figliolanza.
Lo afferma chiaramente san Paolo: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!” (Rm 8, 15). Gesù ci dà il suo Spirito e nel suo Spirito possiamo dire “Padre”, Padre di Gesù, Padre mio: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria”» (vv. 16-17). [...]
Essere figli del Padre è la nostra identità, è ciò che ci definisce nel nostro essere più profondo. Nel battesimo ha un punto di inizio, ma continua in ogni momento della nostra esistenza: il Padre ci dice «figlio mio carissimo, figlio mio amatissimo», e noi rispondiamo con la parola «Padre».
Ecco il primo significato di questa parola, da cui poi tutti gli altri derivano: Padre nutritore, Padre educatore, Padre rifugio, Padre sostegno, Padre conforto, Padre anche che punisce e purifica, ma perché ci ha generato in Gesù.
Noi sentiamo perciò di partecipare intimamente a tutta la preghiera di Gesù, che ha questo contenuto fondamentale: «Padre, Padre mio». Percepiamo che la nostra preghiera è una cosa sola con la sua. Una cosa sola anche nei momenti in cui diventa drammatica: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!» (Mt 26,39); «Di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”» (v. 42); «Pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole» (v. 44). Insegnandoci a dire «Padre», Gesù ci coinvolge nella sua determinazione di compiere la volontà del Padre.
E ancora ci assume in quell’atteggiamento che Luca descrive nella conclusione della passione: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (23,34). In tanto riusciamo a perdonare in quanto partecipiamo ai sentimenti filiali di Gesù.
Soprattutto ci coinvolge nell’ultima parola da lui pronunciata, secondo la descrizione della passione di Luca: «Gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”» (23, 46). È il cammino che ci fa compiere mettendoci in bocca la parola «Padre»: cammino di amore, di affidamento, di obbedienza, di perdono, di consegna della vita. Dicendo questa parola noi mettiamo in gioco la nostra vita e la nostra morte: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito».
Questa parola, ‘Padre’, può occupare da sola tutta la nostra preghiera. Una tradizione orale racconta che, trovandosi fra’ Masseo con san Francesco sul monte della Verna, lo sfidò una sera ad una gara singolare: chi dei due sarebbe stato capace di recitare più Padre nostro durante la notte. Li avrebbero contati con dei sassolini. All’indomani, dopo l’Ora terza, quando cessava il silenzio della fraternità, fra’ Masseo, con le mani colme di sassolini si recò da Francesco, apostrofandolo con una frase di vittoria: “Ecco i Padre nostro che ho recitato in questa notte. Mostrami i tuoi!” Così san Francesco, con un senso di ammirazione disse al frate: “Io in verità non sono riuscito a finire un solo Padre nostro. Mi sono fermato sulla prima parola per l’intera notte!”
È bello ricordare anche ciò che diceva santa Teresa di Gesù Bambino, quando raccontava che cosa le suggeriva la preghiera di Gesù: «Qualche volta, quando il mio spirito è in una tale aridità che mi è impossibile tirar fuori un qualunque pensiero per unirmi al buon Dio, io recito molto lentamente un Padre nostro e poi la salutazione angelica (l’Ave Maria); allora queste preghiere mi rapiscono, nutrono la mia anima ben più che se le avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte» (Manoscritto C, 318). Questo era per lei il Padre nostro.
E la testimonianza di una consorella attesta: «La sua unione con Dio era continua. Pregava senza sosta. Un giorno la trovai nella sua celletta. Cuciva con grande velocità e tuttavia aveva l’aria così raccolta che gliene domandai la ragione. “Io recito il Pater”, mi disse. “È così bello dire Padre nostro”, e alcune lacrime brillavano nei suoi occhi».
Matteo all’appellativo «Padre» aggiunge «nostro», a sottolineare che è una preghiera collettiva, comune, recitata insieme.
Recitata in primo luogo dalla comunità dei figli di Dio, dei battezzati e – possiamo aggiungere – a nome di tutti i figli di Dio, anche quelli che non conoscono Gesù. Così invochiamo «Padre» con una moltitudine di persone sparse nel mondo e lo diciamo in particolare con la nostra comunità, con quanti vivono con noi la quotidiana fraternità. Ancora, chiamandolo «nostro» affermiamo che Dio è Padre di tutti coloro di cui abbiamo qualche rapporto e magari responsabilità. Egli è Padre di tutte le creature umane, perché tutte chiamate a diventare figli di Dio. Recitando «Padre nostro» sentiamo vicini buddhisti, musulmani, non credenti, qualunque sia la loro condizione esistenziale. In questo modo la nostra preghiera si allarga e abbraccia tutti.
Inoltre Matteo aggiunge: «che sei nei cieli». È una espressione che può avere molti significati.
Il rapporto cielo-terra è molto presente nei vangeli, soprattutto in quello secondo Matteo: «Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo» (Mt 18,18); «Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nel cielo ve la concederà» (v. 19); «Tutto ciò che voi farete nel segreto, il Padre che è nei cieli lo vedrà e ricompenserà» (cf 6,4.6.18). E a Pietro dice: «A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (16,19).
«Che sei nei cieli» non è dunque una semplice aggiunta. Certamente serve per distinguere il Padre celeste da quello terreno, ma soprattutto invochiamo con queste parole il Padre che ci attende nel mondo della trascendenza, nel mondo definitivo, nel mondo delle cose che non passano mai più, nella luce perenne, in cui non c’è più ambiguità, non c’è più insicurezza, non c’è più peccato.
Questo aspetto della preghiera ci può colmare di grande pace, dice il cardinal Martini. Di fatto non siamo mai in una situazione chiara, viviamo sempre rasentati, sfiorati, talvolta coinvolti dal compromesso; la nostra è una situazione oscura, maligna, in cui non si sa mai bene se operiamo davvero secondo il Vangelo oppure no; siamo ogni giorno a rischio di ambiguità. Dicendo «Padre nostro che sei nei cieli», confessiamo però che c’è una realtà dove tutto è chiaro, luminoso, limpido, dove tutto è giusto e vero. Se ci guardiamo intorno, siamo come affaticati, appesantiti e talora oppressi, dal cumulo di ingiustizie che ci circondano e delle quali, volere o no, siamo parte; proclamando «Padre che sei nei cieli» affermiamo che c’è una situazione in cui non c’è più ingiustizia, né lacrime, né amarezze, né incomprensione, né malinteso, e tutto è chiarezza, bellezza, purità.
L’invocazione iniziale del Padre nostro è dunque capace di nutrire, sostenere, confortare il nostro animo.
Sempre il cardinal Martini ci indica alcune piste di preghiera che ci vengono suggerite dalla prima invocazione.
Ci è suggerita per esempio la linea dell’abbandono e della fiducia: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,6). È quel Padre a cui non sfugge nulla dei nostri sacrifici, della nostra gratuità, delle nostre umiliazioni segrete, del silenzio che talora dobbiamo conservare a nostro danno per non coinvolgere altri. È il Padre che ricompensa tutto e al quale ci abbandoniamo in maniera fiduciosa e totale.
È quel Padre che, secondo l’insegnamento di Pietro, ha cura di noi: «Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi» (1Pt 5,6-7).
Il Padre conosce dunque i nostri bisogni prima che lo preghiamo.
È la linea dell’abbandono, dell’assenza di ogni preoccupazione: «Gettate in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi».
C’è poi la linea dell’affidamento di tutte le persone che amiamo e di tutte le situazioni che ci opprimono. Siamo testimoni quotidianamente di situazioni di violenza, di oppressione, e non si sa davvero come uscire dallo smarrimento, ci si trova bloccati, coinvolti, legati, confusi.

Eppure l’invocazione «Padre nostro che sei nei cieli» invita a dire: Signore, tu sai il significato di tutto ciò che accade e darai ragione a chi ha ragione e farai giustizia a chi chiede giustizia.
Interroghiamoci allora seriamente sulla nostra capacità di vivere almeno in parte i suggerimenti che ci vengono dalla parola «Padre»; interroghiamoci se prevale in noi l’ansietà o la pace. Certo abbiamo tanti motivi per essere ansiosi; tuttavia se prevale in noi, come sentimento di fondo, l’ansietà, vuol dire che non diciamo con verità la parola «Padre».

Se la diciamo sul serio prevale in noi un sentimento di pace profonda.
Così pure domandiamoci se prevale in noi la tristezza o la gioia. Se prevale in noi la tristezza, l’amarezza, il pessimismo, lo scetticismo, magari il pessimismo sulla situazione della Chiesa, della società, vuol dire che non ci affidiamo davvero a Dio Padre, perché è Lui che ha cura di tutto, Lui che conosce e sa mettere in ordine tutto, Lui che sa riportare tutti a casa.
La pace, la fiducia, la gioia, l’abbandono sono sentimenti che ci mettono sulla via del Vangelo.

Concludo con un pensiero di Santa Teresa d’Avila, che nel suo libro Cammino di perfezione, (27,1; 28,1-2) commenta così le prime parole della preghiera: «“Padre nostro che sei nei cieli!”… Il nostro intelletto dovrebbe andarne così rapito e la nostra volontà così compenetrata da non essere più capaci di pronunciare parola… Come converrebbe che qui l’anima si raccogliesse per elevarsi al di sopra di sé ad ascoltare ciò che le insegna questo Figlio benedetto intorno al luogo dove abita suo Padre, quando dice che è “nei cieli”!»...
Ora considerate ciò che il vostro Maestro dice: Che stai nei cieli. Pensate che importi poco sapere che cosa sia il cielo e dove si debba cercare vostro Padre, infinitamente santo? Ebbene, io vi dico che, per anime distratte importa molto non solo credere questo ma procurare di capirlo per esperienza diretta, perché è una delle cose che più giovano a tenere a freno l’intelletto e a far raccogliere l’anima.
Voi già sapete che Dio è in ogni luogo. Ora, è chiaro che dove sta il re, come si dice, lì sta la sua corte; pertanto, dov’è Dio, lì è il cielo. Senza ombra di dubbio potete credere che dov’è Sua Maestà, là è anche tutta la gloria. Considerate, inoltre, quello che dice sant’Agostino, che lo cercava in molti luoghi e lo trovò finalmente in se stesso. Pensate che importi poco, per un’anima proiettata al di fuori, comprendere questa verità e sapere che non ha bisogno, per parlare con il suo eterno Padre e godere della sua compagnia, di salire al cielo, né ha bisogno di alzare la voce? Per quanto possa farlo sommessamente, egli le è così vicino che l’udrà. E non ha bisogno di ali per andare a cercarlo, ma solo di ritirarsi in solitudine, sentirlo dentro di sé e non meravigliarsi di ricevere un tale Ospite.
Con grande umiltà l’anima gli parli come a un padre, gli esponga le proprie pene e gliene chieda il rimedio...