Le prime tre domande

 

Riprendiamo la meditazione sul Padre Nostro: la volta scorsa abbiamo meditato sulle parole “Padre nostro che sei nei cieli”. Ora passiamo a meditare le domande che compongono il Padre Nostro, sempre attingendo a piene mani dalle riflessioni del cardinal Martini (forse stavolta ho esagerato, sono colpevole di plagio!) e da qualche altra fonte.

Questa volta mediteremo le prime tre domande, che riguardano maggiormente Dio, mentre la volta prossima mediteremo le successive quattro, che riguardano maggiormente la nostra realtà di creature e di figli. Prima però vorrei dire qualcosa sulla preghiera di domanda, perché il Padre Nostro è una preghiera di domanda.

 

Qualcuno pensa che la preghiera di domanda, o di supplica, sia meno “buona” delle altre, o addirittura che non dovremmo chiedere niente a Dio e limitarci a ringraziarlo, ma non è così.

Gesù nella sua vita ha pregato in molti modi: lodando, ringraziando, supplicando, lamentandosi… Come ogni ebreo del suo tempo conosceva molte forme di preghiera. Ma quando ha insegnato a pregare ai suoi discepoli ha parlato sempre e solo della preghiera di domanda. Ha insegnato come si deve chiedere e cosa si deve chiedere, anche se ha detto: “il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate” (Mt 6,7).

Allora, perché questa sua insistenza sulla preghiera di domanda?

Prima di tutto perché non siamo autosufficienti, come spesso crediamo di essere, ma siamo bisognosi: non abbiamo niente di nostro, ma abbiamo bisogno di ricevere tutto, sia nella sfera materiale, e ancor più in quella spirituale. Chiedere ci aiuta a capire la nostra condizione di figli che ricevono tutto dal Padre che dona con amore e generosità.

Inoltre, quello che chiediamo ci rivela quel che ci sta veramente a cuore. Sant’Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi spirituali, prima di ogni meditazione suggerisce all’esercitante di chiedere ciò che vuole. Avrebbe potuto suggerire di rendersi disponibili a ciò che Dio vorrà donare, di accogliere semplicemente e con gratitudine ciò che Dio donerà attraverso la meditazione, invece ci ha detto di chiedere e chiedere con insistenza, come ha insegnato Gesù, perché impariamo a desiderare i beni migliori, quelli che Dio vuole donarci.

Ricordo una mia alunna che diceva: “Io non chiedo mai niente per me stessa, ma solo per gli altri”. Rimasi colpito dal suo altruismo, ma volli chiederle ugualmente perché si comportava così. Rispose: “Perché se poi Dio non mi concedesse quello che gli chiedo, ho paura che non crederei più in Lui”. In quel momento ho capito meglio che per chiedere sono necessari fede e coraggio.

Fede, cioè fiducia in un Dio che risponde come vuole Lui e non come voglio io, al punto che io posso non percepire alcuna risposta, dato che sono sintonizzato più sui miei desideri che sui suoi. E coraggio, il coraggio di dire cosa mi sta a cuore, cosa mi importa davvero.

Il Padre Nostro raccoglie in sette domande (cinque, in Luca) quel che stava a cuore a Gesù: i suoi desideri più profondi. È come se ci avesse detto: “Imparate a desiderare soprattutto queste cose. Chiedetele ogni giorno, chiedetele con insistenza, chiedetele con fede. Desiderate anche voi quel che desidero io”. Vediamo allora cosa ci insegna a desiderare Gesù.

 

Prima di tutto: “Sia santificato il tuo nome”.

Se si dicesse “sia lodato” oppure “sia glorificato” il tuo nome, probabilmente sarebbe più facile capire questa invocazione. Invece si dice “sia santificato”, un verbo più difficile da comprendere.

La percezione della santità del Nome di Dio è tipica dell’Antico Testamento: gli Ebrei lo capiscono meglio dei cristiani, e per comprendere anche noi dobbiamo metterci alla scuola dell’AT.

Innanzitutto «Il tuo Nome» significa «la tua persona», «la tua potenza», «il tuo essere», «la tua realtà». Ma cosa significa “sia santificato”?

Per il profeta Ezechiele, che usa più volte questa formula, la domanda può significare: «Padre, agisci, intervieni nella storia in maniera che il tuo nome sia riconosciuto grande». Il profeta chiede un intervento di Dio che faccia sbalordire la gente ed esclamare: Dio è davvero grande!

«Santificherò il mio nome grande», cioè mi manifesterò con opere tali da far stupire, da far lodare il mio nome «disonorato tra le genti, profanato da voi in mezzo a loro». Voi, col vostro comportamento avete fatto sì che le genti disprezzassero il mio nome; ora io ne mostrerò la grandezza. «Allora le genti sapranno che io sono il Signore – parola del Signore Dio – quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi» (cf Ez 36,21ss).

«Sia santificato il tuo nome» è un passivo teologico, cioè: Tu santifica il tuo nome, intervieni in questo mondo così oscuro, così confuso, così violento, così cattivo; intervieni per mostrare che ci sei, che sei giusto, che sei santo, che hai in mano le sorti della storia. È interessante leggere anche Is 29,22-23: «Pertanto, dice alla casa di Giacobbe il Signore / che riscattò Abramo: / “D’ora in poi Giacobbe non dovrà più arrossire, / il suo viso non impallidirà più, / poiché vedendo il lavoro delle mie mani tra di loro, / santificheranno il mio nome, / santificheranno il santo di Giacobbe / e temeranno il Dio di Israele”».

Però possiamo ancora chiederci: si intende che Dio sia riconosciuto come Dio (come nella traduzione interconfessionale in lingua corrente, dove si dice: “Fa’ che tutti ti riconoscano come Dio”)? Oppure si intende: «Sia santificato il tuo nome di Padre», cioè che tutti ti riconoscano non solo come Dio, ma come Padre, tenero, amante, misericordioso, che invia il Figlio per il perdono dei peccati? Si intende “che tutti riconoscano la tua grandezza, la tua potenza, la tua infinità, la tua trascendenza?”. Oppure: “che tutti riconoscano la tua bontà, la tua condiscendenza, il tuo interesse per l’uomo?”.

Probabilmente i due significati non sono in contrasto tra loro, ma il cardinal Martini propende per la seconda ipotesi: “Sia santificato il tuo nome di Padre, cioè che Tu sia riconosciuto come Colui che ama, conforta, perdona, come Colui che, secondo la parabola del figlio prodigo, aspetta, va incontro, abbraccia, mette la veste nuziale, dà il grande banchetto” (cf Lc 15,11-32), e questo perché l’opera di Cristo si riassume nella manifestazione della paternità di Dio: “[Padre,] ho manifestato il tuo nome agli uomini” (Gv 17,6).

Sempre il cardinal Martini cita un testo di uno dei suoi maestri, il padre Michel Ledrus, che dice: «Gesù è venuto a insegnarci a “santificare il nome di Dio”, cioè a trattare Dio come Dio, a non trattare come Dio nient’altro che Dio e la sua gloria, ad amarlo di un amore sommo ed esclusivo, a esaltarlo al di sopra di tutto e specialmente al di sopra di noi stessi, a non metterlo mai nel nostro cuore in competizione con un bene terreno, a essere entusiasti di lui. La sicurezza e la fiducia che Gesù riesce a comunicarci insegnandoci a pregare così, ci fa presentire che questo desiderio è già esaudito, nel senso che Dio sta già manifestando la sua misericordia e la sua gloria nel mondo e sta già portando a compimento il suo disegno di salvezza. In ultima analisi, Dio solo è autore della propria glorificazione e chi prega così come Gesù ha insegnato sa di esserne partecipe e ne desidera il compimento in sé e in tutti, oggi, e soprattutto nella manifestazione regale che egli farà di se stesso alla fine del mondo (cf Ez 36,23)» (Michel Ledrus, Il Padre nostro preghiera evangelica, Borla, Roma 1981, pp. 33-34).

Possiamo concludere questo punto con la sintesi che ne fa il Catechismo della Chiesa Cattolica, un testo arricchito da citazioni notevoli.

2807. Il termine “santificare” qui va inteso non già nel suo senso causativo (Dio solo santifica, rende santo), ma piuttosto nel suo senso estimativo: riconoscere come santo, trattare in una maniera santa. [...]

2814. Dipende inseparabilmente dalla nostra vita e dalla nostra preghiera che il suo Nome sia santificato tra le nazioni:

«Chiediamo a Dio di santificare il suo Nome, perché è mediante la santità che egli salva e santifica tutta la creazione... Si tratta del Nome che dà la salvezza al mondo perduto, ma domandiamo che il Nome di Dio sia santificato in noi dalla nostra vita. Infatti, se viviamo con rettitudine, il Nome divino è benedetto; ma se viviamo nella disonestà, il Nome divino è bestemmiato, secondo quanto dice l'Apostolo: “Il Nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani” (Rm 2,24) [Cf Ez 36,20-22 ]. Noi, dunque, preghiamo per meritare di essere santi come è santo il Nome del nostro Dio» [San Pietro Crisologo, Sermones 71].

«Quando diciamo “Sia santificato il tuo Nome”, chiediamo che venga santificato in noi, che siamo in lui, ma anche negli altri che non si sono ancora lasciati raggiungere dalla grazia di Dio; ciò per conformarci al precetto che ci obbliga a pregare per tutti, perfino per i nostri nemici. Ecco perché non diciamo espressamente: Il tuo Nome sia santificato “in noi”; non lo diciamo perché chiediamo che sia santificato in tutti gli uomini» [Tertulliano, De oratione, 3].

 

E passiamo alla domanda successiva: “Venga il tuo regno”. Il cardinal Martini ci invita a riflettere su quattro punti: che cosa è il regno; la costatazione che questo regno non c’è; che non c’è ma viene; infine gli atteggiamenti con i quali chiediamo che il regno venga.

a) Gesù parla spesso del Regno, ma in parabole, con paragoni, attraverso metafore, allusioni, immagini, ma non ne dà mai una definizione. Una sintesi descrittiva di che cos’è il regno di Dio si può trovare in una nota della Bibbia di Gerusalemme (a Mt 4,17): «La regalità di Dio sul popolo eletto e, per suo mezzo sul mondo, è al centro della predicazione di Gesù [...]. Essa comporta un regno di “santi” di cui Dio sarà veramente il re, perché il suo regno sarà riconosciuto da essi mediante la conoscenza e l’amore. Compromessa dalla rivolta del peccato, tale regalità deve essere ristabilita attraverso un intervento sovrano di Dio e del suo messia.

Questo è l’intervento che Gesù […] realizza non con un trionfo militare e nazionalistico quale lo attendevano le folle, ma in modo tutto spirituale, come “Figlio dell’uomo” e “servo”, con l’opera della redenzione che strappa gli uomini al regno avverso di satana. Prima della sua realizzazione definitiva, nella quale gli eletti vivranno col Padre nella gioia del banchetto celeste, il regno appare con inizi umili, misteriosi (il seme buttato nella terra che non si sa in qual modo cresca) e contradditori, come una realtà già cominciata e che si sviluppa lentamente sulla terra mediante la Chiesa. Instaurato con potenza come regno del Cristo mediante il giudizio di Dio su Gerusalemme e predicato nel mondo attraverso la missione apostolica, sarà definitivamente stabilito e consegnato al Padre con il ritorno glorioso del Cristo nel momento dell’ultimo giudizio. Nell’attesa, esso si presenta come pura grazia, accettata dagli umili e dai diseredati, rigettata dai superbi e dagli egoisti. Vi si entra solo con la veste nuziale della nuova vita; vi sono degli esclusi. Bisogna vegliare per essere pronti quando esso verrà, all’improvviso».

Una nota molto “densa” che cita moltissimi passi dei Vangeli sinottici e fa comprendere che la realtà del regno non è facile, è complessa, ha inizi modesti, non si propone con la forza delle armi e della conquista, non fa leva sulla potenza umana, ma è soprattutto una realtà che entra nei cuori e deve venire da essi accettata.

Perciò, la preghiera «venga il tuo regno» afferma il desiderio umile del discepolo che una realtà dagli inizi poveri, miti, quasi disprezzati, a poco a poco conquisti il cuore degli uomini e sia gioiosamente e liberamente accolta.

È la grandezza del regno, tutto giocato sulla libertà, sulla mitezza, sulla persuasione interiore (non sulla propaganda); ed è la sua debolezza, perché non è affidato a una potenza, a un esercito, alla capacità di piegare il consenso degli uomini. È una realtà intima del cuore, che tuttavia conquista l’universo mediante il cambiamento di vita che essa produce.

Dunque il regno è una realtà che non viene etichettata in maniera facile, ma viene vissuta seguendo giorno dopo giorno Gesù e dando fiducia alle parole del suo Vangelo. Una realtà che si vive mettendosi alla sequela di quel Gesù che fin dall’inizio della sua missione pubblica, al Giordano, si umilia mettendosi in fila tra i peccatori e dichiarando così che vuole proclamare il regno nell’umiltà, nel nascondimento, nel disprezzo dei privilegi.

Perciò è giusto domandare che il regno venga, perché non può essere una nostra conquista. È Dio che opera il regno, è Lui che entra nei cuori e li avvince; è Lui, con la grazia dello Spirito Santo, che prende possesso delle anime e le trasforma a immagine di Gesù. In altre parole, il regno è Gesù, è la sua vita, il suo modo di vivere, di amare, di soffrire: proprio per questo il regno si propone in maniera definitiva e assoluta nella croce, nella morte di Gesù per amore.

«Venga il tuo regno» è una richiesta altissima e forse dobbiamo dire che “non sappiamo quel che chiediamo”, come ha detto un giorno Gesù ai discepoli: (cf Mt 20,22). Chiediamo intuendo più che ragionando, più desiderando col profondo del cuore che avendo davanti agli occhi un’immagine ben precisa. Questo è tipico del regno di Dio, della sua libertà, della sua spontaneità, della sua capacità di conquistare i cuori senza forzarli, e insieme della sua insignificanza, della sua non visibilità. Occorre tutta una vita per entrare nel senso profondo della domanda: «Padre, venga il tuo regno». Abbiamo mai pregato, al di fuori del Padre Nostro, perché venga il regno di Dio?

b) Il nostro ripetere l’invocazione dimostra, d’altra parte, che il regno di Dio non c’è ancora in pienezza. Esso infatti è nascosto, è un lievito, è un seme, è una piccola pianticella, è un filo d’erba e ci vuole l’occhio della fede per scorgerlo.

Oggi è certamente più visibile la potenza di satana, ma sappiamo che tutta l’opera di Gesù consiste nel legare tale potenza satanica – che si esprime nel peccato, nell’orgoglio, nella voglia di successo, nello strapotere, nello schiacciare gli altri – affinché venga il regno.

«Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa» (Mc 3,27). Gesù è colui che ha legato l’uomo forte. L’ha fatto durante tutta la sua vita e particolarmente nella sua passione e morte, quando ha legato satana, ha legato la forza della morte e l’ha vinta. Nell’oggi che viviamo, l’«uomo forte» è ancora in azione e in qualche modo sembra dominare. La nostra fede però scorge, nonostante il suo apparente strapotere, la presenza silenziosa del regno già in atto che si oppone a satana e, quale seme e lievito, fermenta la storia.

c) Come viene il regno? Non certo in forza delle nostre opere, bensì con la forza di Dio, con la forza di Gesù, con la grazia dello Spirito Santo. Noi desideriamo chiedere con fiducia che la potenza umile di Gesù si manifesti fino allo svelamento completo e definitivo.

Alcuni esperti discutono se con «venga il tuo regno» si intende quello finale oppure un regno che viene nell’oggi, giorno dopo giorno. Forse è più consono con l’insieme di queste riflessioni considerare la domanda riferendola al presente: «venga il tuo regno»; cioè si manifesti ora, o Signore, la potenza umile, discreta, misteriosa, modesta, mite, convincente della tua verità.

Ovviamente guardiamo anche alla pienezza definitiva: venga il regno nella sua manifestazione finale, quando la morte sarà sconfitta e non ci saranno più né lacrime né terrore né violenza, «perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).

d) Quali sono allora gli atteggiamenti con cui esprimere questa domanda e gli atteggiamenti da essa suggeriti? Se è valido quanto si è detto finora, l’atteggiamento fondamentale non è lo sforzo affinché venga il regno, quasi dovessimo tirarlo giù dall’alto con violenza, bensì un atteggiamento di speranza e di pace.

Questa preghiera nasce da una grande speranza, da un’assoluta fiducia, da un totale abbandono al Signore. E mentre la recitiamo vogliamo camminare sulle orme di Gesù, che ci insegna come il regno viene vivendo una vita di povertà, di amore, di perdono, di dono di sé fino alla morte.

È certamente una richiesta molto esigente, che comprende l’intero Vangelo, e non riusciremo mai ad approfondirla pienamente; il suo significato ci sarà rivelato nello snodarsi dei giorni, se pregheremo con umiltà e ci sforzeremo di testimoniare gli atteggiamenti indicati da Gesù come tipici del regno, a partire dalle beatitudini.

 

Concludo questo punto con una citazione dalla Didachè, o “Dottrina degli Apostoli”, un antico “catechismo” della stessa epoca dei Vangeli che contiene anche il Padre Nostro. Al termine della preghiera eucaristica si dicono queste parole, quasi un commento a questa invocazione:

“Ricordati, Signore, della tua chiesa, di preservarla da ogni male e di renderla perfetta nel tuo amore; santificata, raccoglila dai quattro venti nel tuo regno che per lei preparasti. Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.

Venga la grazia e passi questo mondo.

Osanna alla casa di David.

Chi è santo si faccia avanti, chi non lo è si converta.

Maranatha. Amen”.

 

Passiamo infine alla terza domanda: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”.

Questa invocazione, «sia fatta la tua volontà così in cielo come in terra», è riportata solo da Matteo, non da Luca. Ci si può domandare se è Luca che l’ha tolta o se è Matteo che l’ha aggiunta. Sembra difficile che Luca l’abbia tralasciata, se faceva parte della preghiera originaria; e d’altra parte corrisponde al senso e allo spirito del cuore di Cristo. Quindi questa parola non sarebbe strettamente necessaria, perché nella richiesta del regno è già compreso tutto, ma è molto utile e Matteo ha voluto accoglierla, a dire che il regno si realizza concretamente nel compimento della volontà di Dio.

Per meditare questa invocazione teniamo presenti sullo sfondo i versetti drammatici di Matteo 26. Mostrano come Gesù, che pure ha desiderato tanto la venuta del regno perché la volontà del Padre si compia, fa fatica ad accettarla: «E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”» (v. 39). E finalmente: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (v. 42). Quindi l’invocazione del Padre nostro è espressa da Gesù nel momento più oscuro della sua vita.

Facciamo una premessa e poi due riflessioni: sulla volontà di Dio in Gesù e nei discepoli e sulla volontà di Dio in noi.

La premessa è questa: possiamo considerare la volontà di Dio sotto due aspetti: quello generale (o trascendentale) e quello particolare (o categoriale).

La volontà di Dio generale è il suo piano globale, il suo disegno sull’universo che è la salvezza di tutti e che abbiamo incontrato in Avvento nelle parole dell’evangelista Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (3,16).

Oppure possiamo ricordare l’inno della lettera agli Efesini 1,3-12: «Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà / secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito / per realizzarlo nella pienezza dei tempi: / il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, / quelle del cielo come quelle della terra» (910). Questa è la volontà di Dio trascendentale, che abbraccia tutto, che penetra in tutte le vicende della storia, anche le più oscure, anche il male. Questa volontà si compirà comunque perché Dio ha deciso così e nessuno potrà impedirlo.

Nella prima lettera a Timoteo Paolo invita a pregare per tutti, perché «questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (2,3-4). È il piano globale di Dio, è la sua volontà, il suo disegno di salvezza che riguarda tutti gli uomini e si serve di tutto: del bene e del male. A volte diciamo che Dio non vuole il male, ma lo permette: è un altro modo per dire che anche il male può essere compreso nel disegno di Dio, nella sua volontà, che vuole la salvezza di tutti gli uomini.

Invece la volontà di Dio che chiamiamo particolare o categoriale è solo il bene (senza il male), è quella che si esprime nei comandamenti, nel Decalogo; questa è la volontà di Dio per noi: specialmente il grande comandamento della giustizia.

Ricordiamo la splendida risposta di Gesù sul comandamento dell’amore: «Un dottore della legge lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”», cioè la volontà di Dio più importante. «Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti”» (Mt 22,35-40).

La volontà di Dio particolare si concretizza in precetti, comandi, azioni richieste per essere come Lui vuole, per essere suoi figli, per vivere davvero lo spirito filiale. Il volere particolare di Dio è quello che, quando lo compiamo, ci rende davvero suoi figli, ci fa essere «secondo il suo cuore».

E qui nasce una domanda importante: come conosco io la volontà di Dio, ciò che è a lui gradito, ciò che è buono, ciò che è perfetto?

a) Anzitutto, i vangeli mostrano Gesù tutto immerso nella volontà del Padre. Ricordiamo qualche brano dell’evangelista Giovanni. Gv 6,38: «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato»; 8,29: «Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite». Oppure presso il pozzo di Samaria, ai discepoli che lo pregano di mangiare, Gesù risponde: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (4,34).

b) Se Gesù è immerso, identificato nella volontà di Dio, l’adesione alla volontà del Padre caratterizza pure i discepoli. Infatti, alla fine del Discorso della montagna leggiamo: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). E ancor più teneramente e affettuosamente, Gesù si esprime nel Vangelo di Marco: «Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”» (3,34-35). Facendo la volontà di Dio acquistiamo un’intimità unica con Gesù, che supera tutti i legami familiari e affettivi di questo mondo, perché è la volontà di Colui che ci ha creato, che ci ama, che ha dato per noi la sua vita, che è tutto per noi.

Ma qual è la volontà di Dio in me, in noi, nella Chiesa, nel mondo?

Innanzitutto essa si esprime nei comandamenti e nelle leggi della Chiesa, anche se il valore obbligante è diverso a seconda del contenuto.

Ma la volontà di Dio si esprime anche con gli obblighi assunti liberamente verso Dio e verso gli altri. Il cardinal Martini ricorda che, quando era in carica come Vescovo di Milano, aveva seguito alcuni casi di crisi sacerdotale ed era colpito negativamente dal fatto che questi preti, anche i più sinceri, si chiedevano: “che cosa vuole Dio da me?”. Si dimenticavano completamente gli obblighi assunti verso la Chiesa, verso i fedeli, verso la società, cioè una realtà fondamentale per vivere la volontà di Dio: rispettare i patti, gli impegni presi, mantenere le promesse. Anche questa è volontà di Dio. Naturalmente ci possono essere situazioni di eccezione, e la Chiesa infatti giunge talora alla dispensa. Tuttavia quando uno ha assunto un obbligo verso una comunità concreta, soprattutto se lo ha fatto pubblicamente, solennemente, non può dispensarsene come se non esistesse e come se l’unica cosa a contare fosse la propria esistenza personale di fronte a Dio.

Comunque, oltre a ciò che Dio ci domanda coi suoi comandamenti e precetti, rimane ancora molto spazio per la libertà, per scelte libere secondo la volontà di Dio, per richieste che Dio può fare a me e che non si trovano in nessun comandamento o precetto o Codice di diritto canonico.

Rientra in questa prospettiva per esempio la vocazione. Nessuno è obbligato dal Codice di diritto canonico ad assumerla. È la storia di Dio con me, è la mia risposta alla sua parola. E poi ci sono scelte che sono oggetto di discernimento quotidiano: i tempi e i modi della preghiera; i modi e la misura della carità, gli impegni extra familiari... sono appunto oggetto di discernimento.

Conoscere la volontà di Dio è importante per la mia pace, per la mia verità, per l’autenticità della mia vita, tuttavia non è cosa facile. A volte ci chiediamo, anche magari con qualche ansietà: sto davvero facendo la volontà di Dio? Le imprese in cui mi sono imbarcato, la scelta che ho compiuto piace davvero a Dio?

Talvolta la domanda è angosciosa e l’incertezza può tormentare per un lungo tempo.

All’interrogativo di come si arriva a conoscere la volontà di Dio non c’è una risposta matematica. Anzi, a volte l Signore ci mette in uno stato di inquietudine, proprio perché attraverso la ricerca noi ci purifichiamo, ci liberiamo dalle nostre voglie disordinate o semplicemente fragili, e cerchiamo davvero ciò che il Signore vuole per noi.

Per aiutarci nel difficile impegno del discernimento, possiamo ricordare alcune «regole», che sant’Ignazio ha raccolto nei suoi Esercizi spirituali.

La volontà di Dio è palese soprattutto quando noi perseveriamo nella pace. Quando cioè perseveriamo in qualche decisione presa, magari non facile, anche nelle prove, anche nell’aridità, con una qualche profonda pace interiore, è segno che la stiamo compiendo. Dunque, la si riconosce non di rado a posteriori; e ogni scelta è un rischio. Ai giovani in ricerca vocazionale, il cardinal Martini diceva: se volete essere sicuri, non deciderete mai. La vita è un rischio e le scelte, specialmente quelle esistenziali, vanno rischiate. Dovranno essere oggetto di discernimento, con la preghiera, il consiglio, la riflessione, ma non avremo mai la certezza matematica che la nostra scelta corrisponde alla volontà di Dio. È una certezza che avremo solo col tempo e perseverando nella pace. La perseveranza nella pace è davvero un segno della volontà del Signore.

Ci sono poi altri modi per discernere descritti da sant’Ignazio. Mi limito a richiamare il brano che descrive i tempi per fare una buona scelta.

Il primo tempo «è quando Dio stimola e attira tanto la volontà che l’anima fedele, senza dubitare né poter dubitare, segue quello che le viene mostrato, come fecero san Paolo e san Matteo quando seguirono Cristo nostro Signore» (n. 175).

È un modo di discernimento quasi carismatico, potremmo dire, e però non è così raro. Ci sono scelte sicure, tranquille, scelte nelle quali non abbiamo nessun dubbio. La scelta carismatica non comporta la valutazione di pro e contro, non è nemmeno la ricerca di qualche particolare missione, è piuttosto un influsso dello Spirito.

Il secondo tempo «è quando, attraverso l’esperienza delle consolazioni e delle desolazioni e attraverso quella del discernimento degli spiriti, si raggiunge una grande chiarezza di idee» (n. 176) – non una chiarezza assoluta: consideriamo le scelte dove lo Spirito ci fa rimanere con gioia o dove al contrario suscita in noi amarezza, disgusto, valutando cioè consolazioni e desolazioni. Così troviamo a poco a poco la volontà di Dio.

Il terzo: «È di tranquillità: quando cioè una persona, tenendo presente perché l’uomo è nato, cioè per lodare Dio nostro Signore e per salvare la propria anima e volendo ottenere ciò, sceglie come mezzo un genere o stato di vita nell’ambito della Chiesa per essere aiutata nel servizio del Signore e nella salvezza della propria anima. Ho parlato di tempo tranquillo, quando, cioè, l’anima non è agitata da vari spiriti e usa le proprie potenze naturali liberamente e tranquillamente» (n. 177).

È il tempo della razionalità, sempre ispirata dalla fede e dal Vangelo, in cui però si valutano gli argomenti a favore e quelli contrari.

Resta da dire qualcosa sull’ultima parte della terza domanda: «come in cielo così in terra».

Abbiamo visto la volta scorsa che la corrispondenza cielo-terra appare più volte nel vangelo di Matteo,per esempio nella promessa fatta a Pietro: «Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (16,19), e nella sua ripresa in 18,18: «Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche in cielo. È una corrispondenza abbastanza frequente per l’evangelista Matteo.

Cosa può significare nel suo insieme l’espressione «sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»? «Come in cielo così in terra» si può tradurre: si compia la tua volontà, la tua giustizia, la tua verità, la tua pace, con quella prontezza, eleganza, gioia, decisione, precisione, con cui la compiono in cielo gli angeli e i santi.

Su questa linea è il commento di san Francesco: “Che sei nei cieli: negli angeli e nei santi, illuminandoli alla conoscenza, perché tu, Signore, sei luce, infiammandoli all’amore, perché tu, Signore, sei amore, ponendo la tua dimora in loro e riempiendoli di beatitudine, perché tu, Signore, sei il sommo bene, eterno, dal quale proviene ogni bene e senza il quale non esiste alcun bene.”

Così pure commenta san Tomaso d’Aquino: “Per cieli vanno intesi i santi, nei quali Dio abita, perché, secondo quanto dice Geremia, egli abita in mezzo a noi (cfr. Ger 14,9). E anche quando il salmista dice: “I cieli narrano la gloria di Dio” (Sal 19,2), la parola cieli va presa per santi.

Dio abita nei santi in tre modi: mediante la fede, per cui S. Paolo esorta gli Efesini: “Cristo abiti per la fede nei vostri cuori” (Ef 3,17); mediante l’amore, perché “chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16); e infine mediante l’osservanza dei comandamenti, perché dice il Signore: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).”

Il cardinal Martini conclude: “Se il regno di Dio è la Gerusalemme celeste che inizia, il nostro desiderio è che finalmente venga la Gerusalemme celeste dove non c’è più pianto né dolore, dove le cose di prima sono passate, dove regna stabilmente la giustizia; venga nel compiersi delle particolari volontà di Dio, che tocca a noi compiere con certezza, pace, gioia, facilità. La nostra domanda è che l’insieme della terra faccia risplendere la pace e la luce proprie della dimora di Dio, della pienezza della Gerusalemme celeste”.