Le ultime quattro domande

Stasera concludiamo la meditazione sul Padre Nostro: la volta scorsa abbiamo meditato sulle prime tre domande, che riguardano maggiormente Dio, questa volta meditiamo le ultime quattro, che riguardano maggiormente la nostra realtà di creature e di figli.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano.

A differenza delle prime tre invocazioni, dove all’inizio c’è il verbo («sia santificato il tuo nome», «venga il tuo regno», «sia fatta la tua volontà»), nel testo greco all’inizio troviamo il sostantivo: «il pane nostro quotidiano dacci oggi». È messo quindi in rilievo il pane. Il pane nostro, «ton epioùsion». Che cosa voglia dire «il pane ton epioùsion» nessuno lo sa. «Già Origene, all’inizio del terzo secolo, ricordava che questa parola non appariva in nessuno scrittore e filosofo greco: era soltanto qui, nel capitolo 6 del Vangelo di Matteo e nel capitolo 11 del Vangelo di Luca. Origene ignorava che essa ricorreva in un papiro egiziano, insieme a un elenco di spese giornaliere: fave, ceci, olio, fegato, carni, fichi, sale, bietole. Mescolato a queste parole che sembrano appartenere agli appunti d’una padrona di casa, abbiamo: “mezzo obolo (cioè una somma piccolissima) per epiousion”». Del resto le versioni antiche vanno un po’ in tutti i sensi e quindi ci confermano che la parola è di difficile interpretazione.

La versione Vetus latina traduceva «quotidiano», come traduciamo noi oggi. La Volgata di san Girolamo traduceva «supersostanziale», sovrasostanziale, intendendo il pane celeste, il pane dell’Eucaristia. La versione siriaca traduceva «perpetuo», per indicare che non riguarda soltanto l’oggi, bensì ci viene dato nell’oggi per l’eternità. Un’altra versione siriaca parla di «necessario». Interessante è pure la traduzione sahidica: «che viene», il pane che viene; forse è la traduzione grammaticalmente più esatta, che rende meglio il significato del verbo greco. In un’altra traduzione copta troviamo «di domani», il pane di domani; a dire che chi lavora a giornata ha già avuto il pane dell’oggi e, ricevendo la mercede alla sera, può comprare il pane di domani. Nessuno sa esattamente quale sia la versione migliore. La versione CEI e altre hanno optato per il termine «quotidiano» e noi ci atteniamo a questa scelta, che comunque ha una sua logicità.

Notiamo da ultimo che, se la domanda nel testo di Matteo suona: ton àrton em n ton epioùsion dos emìn sémeron, «il pane nostro quotidiano dà a noi oggi», leggermente diversa è la domanda nel vangelo di Luca, che esprime il medesimo contenuto con altre parole: ton àrton em n ton epioùsion dìdou emìn lo kath’ eméran, «il pane nostro quotidiano continua a dare a noi quello di ogni giorno». Luca sembra un po’ più previdente, in quanto non chiede solo il pane per l’oggi, bensì il pane che viene dato ogni giorno.

Possiamo approfondire la riflessione domandandoci chi è il soggetto che esprime la richiesta. Alcuni interpretano il Padre nostro come la preghiera che Gesù consegna ai discepoli itineranti, che manda in missione senza bisaccia e senza denaro (cf Lc 10,4). Hanno lasciato tutto, non hanno nulla e domandano ogni giorno con fiducia che il Padre dia loro quel tanto di cui hanno bisogno per sopravvivere, così da poter predicare oggi il Vangelo, senza preoccuparsi del domani. La domanda suppone un’estrema povertà e un’estrema fiducia. È l’interpretazione più radicale.

Oppure questa domanda si adatta alla situazione del discepolo in generale, non quella del discepolo itinerante che va in giro senza provviste, ma di ogni discepolo che ha deciso di seguire Gesù e non fa comunque conto sulle sue ricchezze né ha tante pretese; non vuole arricchire, non vuole grandi sicurezze, chiede soltanto l’aiuto giorno per giorno.

La terza situazione che possiamo intravedere dietro alla richiesta è quella dell’uomo che si sa fragile, debole, in precarietà, e confida perciò nel Padre. In questo senso la richiesta del pane corrisponde alla spiritualità che troviamo nel libro dei Proverbi, per es. in 30,7-9: «Io ti domando due cose, / non negarmele prima che io muoia: / tieni lontane da me la falsità e la menzogna, / non darmi né povertà né ricchezza; / ma fammi avere il cibo necessario, / perché, una volta sazio, io non ti rinneghi / e dica: “Chi è il Signore?” Oppure, ridotto all’indigenza, non rubi / e profani il nome del mio Dio». Anche Agostino accostava il brano a questa invocazione. C’è un quarto significato che si collega alla domanda del pane: è quella di chi anela al pane che è Gesù, al pane eterno, al pane della pienezza, e lo chiede fin da oggi. Ricordiamo il capitolo 6 del vangelo di Giovanni, il “discorso del pane di vita”: «“In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù rispose: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”» (vv. 32-35). E poi riprende: «Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo: Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (vv. 48-51).

I commenti dei Padri spaziano dall’uno all’altro dei diversi significati. È lecito anche a noi farlo, chiedendo il fabbisogno quotidiano, affidandoci al Padre come figli e chiedendo il pane eucaristico. La domanda «dacci oggi il nostro pane quotidiano» è molto ampia e ciascuno può darle il significato che lo Spirito gli suggerisce.

Quali sono gli atteggiamenti che questa preghiera suggerisce come atteggiamenti evangelici? Il cardinal Martini ne propone cinque.

Il primo: è una preghiera da gente modesta, non da ricchi. Suggerisce di accontentarsi del necessario, di non volere troppo, di non volere avere tutto, di ringraziare per ciò che viene dato. Il secondo atteggiamento è di grande fiducia filiale nel Padre. Viene alla mente una bellissima traduzione di questo atteggiamento, la famosa preghiera di Charles de Foucauld:

«Padre mio, mi abbandono a Te, fa’ di me quello che vuoi.

Qualsiasi cosa Tu faccia di me io ti ringrazio.

Sono pronto a tutto, accetto tutto. Purché si compia la tua volontà in me, in tutte le tue creature non desidero altro, mio Dio.

Rimetto la mia anima nelle tue mani, la do a Te, mio Dio,

con tutto l’amore che ho nel cuore, perché ti amo,

e perché ho bisogno di amore, di far dono di me, di rimettermi nelle tue mani senza misura, con infinita fiducia.

Perché Tu sei mio Padre».

È un affidamento totale al Padre, per l’oggi e per il domani, per la vita e per la morte.

Il terzo atteggiamento riassume i due precedenti ed è quello che troviamo espresso nel Discorso della montagna (Mt 6,25-34): «Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?». Spesso ci riconosciamo in questa gente di poca fede, molto preoccupata per ciò che bisogna fare, sapere, dire, avere. «Non affannatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena».

Spesso dimentichiamo queste parole e siamo preoccupati e ansiosi per il domani. Questa preghiera invece ci invita ad affidarci al Padre, vincendo le preoccupazioni e la paura del futuro. Il quarto atteggiamento è quello della solidarietà: la richiesta è fatta al plurale: «Da’ a noi oggi il nostro pane quotidiano». Suscita quindi la nostra solidarietà, l’attenzione per i poveri, per chi non ha il pane quotidiano, per i popoli che soffrono la fame.

Un ultimo atteggiamento deriva dall’interpretazione di «pane» come pane eucaristico: è la fiducia nell’Eucaristia, il nostro pane quotidiano, è la fiducia nella parola di Dio, di cui ci nutriamo ogni giorno. Questo cibo ha il potere di sostenerci, di confortarci, di confermarci, di renderci perseveranti. Da soli non ce la faremmo; ma il pane eucaristico, il pane della Parola, chiesto umilmente nella preghiera, ci preserva nelle tentazioni e ci dona quella perseveranza che è capace di rispondere alle promesse di Dio.

E passiamo alla domanda: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» e, successivamente, sulle parole «e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male». Forse ci stupiamo che su sette domande del Padre nostro, tre riguardino il male e il peccato, ma Gesù sa che la nostra vita si svolge in un contesto di peccato e dunque ha bisogno continuamente di essere riscattata e difesa dal male.

La domanda: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» è una richiesta molto importante, non solo per il fatto che siamo continuamente minacciati dal peccato, ma perché l’opera di Gesù, il regno, è anzitutto la liberazione dal peccato. Egli è presentato così nella rivelazione dell’angelo a Giuseppe: «Maria partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). La liberazione dal peccato è il centro della sua missione. Soffermiamoci allora sulle parole di questa invocazione e poi riflettendo sugli atteggiamenti che essa ci suggerisce. Consideriamo le singole parole. L’evangelista Luca ha usato la parola più usuale: «E perdonaci i nostri peccati» (11,4); tuttavia Matteo, la cui espressione è, come abbiamo già detto, più arcaica e primitiva, recita: «Rimetti a noi i nostri debiti» (6,12), e non è usuale. Nella Bibbia ebraica come in quella greca ci sono tanti vocaboli per indicare il peccato, la trasgressione, la disobbedienza. Qui sceglie il concetto di debito probabilmente perché il concetto di debito è relazionale. Il concetto di peccato può essere concepito con il solo riferimento alla legge: c’è la legge e il peccato che la trasgredisce; c’è il precetto e la deviazione dal precetto. Il debito invece sta a indicare una relazione con qualcuno. Parlando di debiti, Gesù ci ricorda quindi che non si tratta semplicemente di nostre deviazioni, trasgressioni, sbagli, infrazioni alla legge, bensì di rottura di relazione con lui.

Perciò questa parola è molto importante. Si può anche tradurre giustamente «peccato», ma intendendo il peccato appunto come la rottura della relazione con Dio.

«Rimetti a noi i nostri debiti». Noi ci confessiamo incapaci di pagare questi debiti. Potremmo dire: ho dei debiti e prima o poi li pagherò. Però i debiti che abbiamo con Dio non riusciamo a pagarli. Lo esprime chiaramente Matteo nella parabola del servo senza pietà: «Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti ecc.» (18,23-27). Il padrone domanda anzitutto che il servo sia venduto, e dopo accoglie la supplica di misericordia e condona il debito.

Il Padre nostro suppone che noi siamo così davanti a Dio: abbiamo debiti che non possiamo pagare, perché abbiamo rotto una relazione d’amore e non siamo in grado di ricostituirla con le nostre forze, se non ci viene gratuitamente ridata. «Rimetti a noi i nostri debiti» è una domanda fondamentale. Noi non conosciamo neppure l’entità dei nostri debiti. La parabola ci parla di diecimila talenti, ma se ci mettiamo di fronte a ciò che il Signore ha fatto per noi, all’amore con cui ci ha abbracciato dall’eternità, ci ha voluto, seguito, sostenuto, allora il nostro debito non è calcolabile, né solvibile se lui stesso non compie un gesto di gratuità e non ce lo condona.

«Come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 5,12). Luca riprende lo stesso vocabolario: «perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore».

Gli esegeti notano che «rimetti i nostri debiti» è l’unica domanda non semplice. Le altre lo sono tutte: sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, si compia la tua volontà, dacci il pane. Questa è l’unica domanda a cui Gesù pone una condizione, e ci chiama in causa.

La versione greca ha un’espressione stranissima: «os kaì emeìs “aphékamen” toìs ophelétais em n», «come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori». Sembra quasi che prima abbiamo dovuto perdonare e poi possiamo chiedere perdono. È vero che il perfetto aphékamen è un perfetto-presente, cioè noi «siamo soliti rimettere». Il legame rimane comunque strettissimo.

Il solo commento al Padre nostro nel Discorso della montagna è quello aggiunto alla fine della preghiera: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15). Il Padre sa che siamo poveri, fragili, che ci offendiamo facilmente gli uni gli altri, e vuole che il suo perdono sia sempre accompagnato dal perdono nostro. Come ancora ci insegna la parabola di Mt 18, noi che abbiamo ricevuto tantissimo perdono da Dio, siamo chiamati a fare almeno il gesto di perdonare agli altri i torti che abbiamo subito. (vv. 28-35). È una domanda molto impegnativa: spesso noi la pronunciamo senza pensare a ciò che significa. Di fatto impegna al perdono gratuito, che è un gesto difficile, a volte eroico.

Gesù ha detto nel Discorso della montagna: «Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). Parole di fuoco, che ci imbarazzano ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, perché non siamo sicuri che veramente qualcuno non ce l’abbia con noi e che non siamo stati capaci di compiere il primo passo della riconciliazione. A noi verrebbe da dire: chi ha qualcosa contro di me, ci pensi lui. Il Signore invece vuole che facciamo il possibile perché l’altro non abbia niente contro di noi. Ci sono persone che quando hanno subito un grave torto, una profonda ingiustizia, covano il rancore per anni. È difficile l’eroismo del Vangelo; ma viverlo è possibile con l’aiuto di Dio.

Si potrebbero citare tanti altri passi che insistono su questo insegnamento. È interessante notare che l’evangelista Marco, pur non riportando la preghiera del Padre nostro, scrive: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (11,25). L’esortazione è presente in tutti gli strati del Nuovo Testamento, perché è centrale nel messaggio di Gesù.

La domanda del Padre nostro «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» tocca da vicino ciascuno di noi. In sintesi, quali disposizioni interiori comporta? Sentirsi davanti al Padre che mi ama infinitamente e vuole fare di me una cosa sola con Gesù, vuole darsi tutto a me.

Il considerare i miei peccati, le mie mancanze, come insolvenze d’amore, amore non dato, non restituito, non ricambiato.

Mettermi, pregando al plurale, in relazione con tutti i peccatori: «Rimetti a noi i nostri debiti», solidarizzando con i peccati dell’umanità intera.

E ancora, mi dispongo a perdonare di cuore e soprattutto (cosa più difficile) a perdonare a chi non mi ha dato quanto ragionevolmente mi potevo attendere. Questa disposizione riguarda anche le famiglie (genitori-figli, fratelli), le relazioni di amicizia e di comunità.

Un altro atteggiamento, più raro di quanto dovrebbe essere, è la certezza di essere perdonati. Qualcuno si trascina nella vita, conservando, nonostante le molte assoluzioni ricevute, il timore che il Signore ce l’ha ancora un po’ con lui. È una tentazione perché, una volta che abbiamo confessato i nostri peccati, Dio ci perdona sul serio.

Un ulteriore atteggiamento che ci viene raccomandato è lo sforzo per cancellare ogni rancore, ogni amarezza, ogni recriminazione che spesso si annidano, pur se non vengono a galla, nel fondo della nostra psiche. Dobbiamo sforzarci di cancellare tutto questo, risentendo la parola di Gesù nel Discorso della montagna: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» (Mt 7,1-2). Ci si chiede un giudizio buono, benevolo, mentre noi, pensando magari di essere buoni, ci riserviamo quella acredine che misura gli altri con una misura stretta.

Infine, entrare nella misericordia del Padre. Luca lo richiama in maniera molto efficace: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» (6,36-38). In altre parole: entrare nella misericordia del Padre vuol dire amarci come Gesù ci ha amato (cf Gv 13,34-35).

E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

La Chiesa lotta da secoli contro l’apparente scandalosità di tale formula e ha sempre cercato di ridirla, di riesprimerla. Sant’Ambrogio per esempio traduceva: «non permettere che cadiamo nella tentazione». Il «non ci indurre», infatti, è una parola molto dura, perché sembra che Dio stesso tenti al male. Sappiamo che la Conferenza Episcopale Italiana ha fatto di tutto per cambiarla nella nuova edizione della Bibbia, sostituendola con «non abbandonarci nella tentazione», per attenuare un po’ l’espressione.

Comunque, è un fatto che il Padre nostro parla di tentazione, ne fa oggetto di una domanda specifica. E può stupire che, dopo aver parlato dei peccati e del perdono reciproco ci sia ancora una preghiera che riguarda la liberazione dalla tentazione, ma la tentazione è parte importante dell’esperienza cristiana, è un’esperienza quasi quotidiana.

Cerchiamo allora di capire che cosa significa «non ci indurre in tentazione» o: «non permettere che cadiamo nella tentazione» o: «non abbandonarci nella tentazione».

Anzitutto è chiaro che il «non ci indurre» non vuol dire che Dio tenta al male, ma che permette la tentazione come parte della nostra esperienza, che in qualche modo ci è necessaria per crescere nella fede, speranza e carità. Naturalmente è una trappola in cui il tentatore fa di tutto per farci cadere. E noi chiediamo di essere liberati da questa trappola, che è realissima e pericolosa, anche se ci passiamo a fianco, se cerchiamo di evitarla. Di che tentazione si tratta? Alcuni ritengono si tratti della tentazione per eccellenza, quella che riguarda la fine dei tempi, di cui parla per esempio dalla seconda lettera ai Tessalonicesi: «Allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina, perché non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» (2,8-12). Parole terribili, che concernono la tentazione finale, l’ultimo scatenarsi di satana.

Questa interpretazione però non è più ritenuta attuale oggi da molti che riferiscono la formula del Padre nostro alle tentazioni di cui è composta la vita del credente; e sono numerose. Il cardinal Martini ne ricorda cinque: la seduzione, la contraddizione, l’illusione, il silenzio di Dio, e l’insignificanza di Gesù.

La seduzione. La seduzione è l’essere attratti verso il male – sensualità, invidia, orgoglio, strapotere, crudeltà, vendetta, violenza –, un male che si presenta come tale anche se è vero che spesso acconsentiamo al male perché ci appare con qualche parvenza di bene.

Il secondo tipo di tentazione è la contraddizione. Essa ci tocca quando, facendo il bene, ci troviamo in un ambiente che ci critica, ci impedisce, ci mette i bastoni nelle ruote, ci prende in giro, ci blocca. Dobbiamo allora avere molta pazienza, molta perseveranza e molta umiltà. Il terzo tipo di tentazione è l’illusione, il fare qualcosa che appare come bene, ma da cui non deriva poi un bene. Questa è la tentazione forse più frequente dei buoni, di coloro che servono Dio con generosità, perché il demonio li tenta spingendoli per esempio sulla via della penitenza, dell’austerità, col pretesto della povertà, dell’autenticità, della sincerità, della giustizia, e fa compiere loro opere sbagliate. Si illudono di essere chissà chi, ma poi calpestano le regole più comuni del vivere onesto. Il demonio – ammonisce sant’Ignazio – tenta soprattutto sub specie boni, sotto apparenza di bene, spingendo a fare sempre meglio per poi arrivare ad avere in mano un pugno di mosche, a distruggere una comunità, partendo da intenzioni apparentemente buone.

Gravissima è la quarta tentazione: il silenzio di Dio, un silenzio che fa chiedere all’uomo: perché, Signore, ti nascondi? Perché non parli? È la tentazione vissuta nella Shoà dal popolo ebraico, che ancora oggi si chiede: perché Dio non è intervenuto? Ed è la tentazione che ci assale ogni qualvolta aspettiamo che Dio ci venga incontro e ci sentiamo soli, abbandonati, privi di quell’aiuto che ci attendevamo. Il silenzio di Dio è una tentazione che tocca anche le persone più avanzate nel cammino spirituale.

L’ultima tentazione, collegata in un certo senso alla precedente, è di carattere sociale ed è l’insignificanza di Gesù. Il cardinal Martini ricorda la testimonianza di un sacerdote tedesco, che nel suo 50° di Messa rispose a chi lo interrogava sulla sua esperienza di prete: la prova più grande di questi cinquant’anni non è stata per me né la seconda guerra mondiale né il nazismo, ma il fatto che la gente si è allontanata dalla Chiesa e anche le comunità cristiane più ferventi si sono ridotte rapidamente a pochi numeri. È una prova che ci è chiesto di attraversare, proprio perché anche lì il Signore è presente. È una tentazione che richiede un aumento di fede. Per questo motivo è necessario praticare la lectio divina, che rigeneri continuamente la fede.

Infine: come il perdono dei peccati è legato al perdonarci a vicenda i torti subiti («perdona a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo a quelli che ci hanno offeso»), allo stesso modo la difesa dalla tentazione è legata alla fuga dalle occasioni. Non è detto nel Padre nostro ma è implicito: «Non ci indurre in tentazione», così come noi cerchiamo di evitare le occasioni di peccato.

Infine riflettiamo sull’invocazione «ma liberaci dal male».

Secondo me — e qui mi distanzio presuntuosamente dal cardinal Martini — quest’ultima domanda non va letta e interpretata da sola, ma insieme alla precedente, perché insieme formano un’endiadi, cioè un unico concetto espresso con due frasi. La Bibbia è piena di queste figure. Ad esempio i Salmi sono composti quasi soltanto da endiadi: la prima frase propone un’immagine e la seconda la ripete con altre parole.

Per essere precisi, qui si usa l’opposizione: anziché esprimere un’idea con una frase soltanto, la si presenta con due frasi opposte tra loro. Ad esempio, in Malachia 1,2-3 Dio dice: “Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù”. Se prendiamo la seconda parte della frase da sola, salta fuori che Dio ha odiato il povero Esaù, ma a noi ripugna pensare che Dio odia qualcuno che, tra l’altro, non ha nessuna colpa. Bisogna considerare la doppia frase tutta insieme, che significa: “Ho scelto Giacobbe anziché Esaù”, oppure: “Ho preferito Giacobbe rispetto a Esaù”. Allo stesso modo, anche la penultima domanda del Padre Nostro deve essere letta insieme all’ultima, perché insieme compongono un’opposizione che ha un significato leggermente diverso rispetto alle due frasi prese singolarmente. Si dice: “Non metterci dentro la prova (o la tentazione), ma liberaci (tiraci fuori) dal male (o dal maligno)”, e tutto insieme vuol dire “semplicemente”: “Salvaci!”. Salvaci dalle prove troppo dure, dalle tentazioni, da ogni male e dal maligno.

Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che nella versione di Luca non si trova questa opposizione, ma c’è solo la prima parte: “Non ci indurre in tentazione”, o “Non metterci nella prova”, senza: “Liberaci dal male (o dal maligno)”. È vero, ma è vero anche che Luca non scrive il suo Vangelo per gli ebrei, come Matteo, bensì per i pagani convertiti al cristianesimo. Forse non è ebreo nemmeno lui: questa faccenda delle endiadi e delle opposizioni i suoi lettori non la coglierebbero e pare che neanche lui la apprezzi più di tanto.

Martini invece preferisce esaminare la domanda da sola, considerando il verbo «liberaci» che in greco (rysai) è più pregnante, perché significa «strappaci» dal male. Dà dunque l’immagine di chi è già, per esempio, azzannato da un leone e viene strappato dalle sue fauci.

L’esempio forse più drammatico dell’uso di questo verbo ryomai lo troviamo in Mt 27,43. Gesù è sulla croce e gli anziani, i sommi sacerdoti, la gente lo prendono in giro: «Ha confidato in Dio. Lo liberi (rysàstho) lui ora, se gli vuol bene». Gesù è già sulla croce e «liberarlo» vuol dire staccarlo, strapparlo dalla croce.

Per questo Martini pensava che la parola «liberaci» aggiunga qualcosa rispetto alla domanda «non ci indurre in tentazione»: dalla tentazione possiamo essere preservati, ma quando siamo nelle grinfie di satana, abbiamo bisogno di essere strappati fuori, di essere liberati dalla

malvagità che ci circonda da ogni parte, che ci seduce, ci coinvolge, ci travolge.

L’altra parola è «dal male», ap  tou poneroù.

Non si allude al male astratto (kak n), di difficile definizione. Ap  tou poneroù si riferisce all’essere liberati dalla cattiveria, dalla malvagità, da ciò che è malvagio. E può essere considerato sia maschile che neutro, quindi: dal malvagio, dal Maligno, ma anche: dalla cattiveria, dalla malvagità.

Nella lunga storia della Chiesa ci si è sempre chiesti: bisogna intendere «liberaci dal male» o «liberaci dal Maligno»? La Conferenza Episcopale Italiana ha scelto, per la sua nuova traduzione della Bibbia, una via di mezzo, in cui «Male» è scritto maiuscolo («liberaci dal “Male”»), così che può comprendere tutti e due i significati. Il problema comunque rimane. Martini ritiene più probabile pensare alle forze della malvagità, scatenate magari da satana, ma che sono ormai una valanga che percorre il mondo, come le guerre, gli stupri di massa in Bosnia, alle azioni atroci dei terroristi... È il gusto di fare il male, è malvagità pura, è crudeltà.

Per concludere, cerchiamo di rispondere alle domande: come opera il Maligno dal quale chiediamo di essere liberati, inteso sia come satana sia come malignità che ne deriva? E come resistere al Maligno, quindi come opera in noi lo spirito buono?

Anche in questo caso ci rifacciamo alle Regole per il discernimento degli spiriti che si trovano negli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola. Egli le propone all’esercitante per insegnargli a discernere i propri movimenti interiori. Così, distinguendo quali sono i suggerimenti del nemico e i suggerimenti dello Spirito, egli sarà in grado di comprendere la volontà di Dio su di sé e di compierla. Dunque tali Regole sono molto preziose per chi compie un cammino spirituale.

Il Maligno opera soprattutto in quattro modi.

Anzitutto seduce. Nella I Regola sant’Ignazio scrive: «…il nemico, comunemente, suole proporre piaceri apparenti facendo loro immaginare piaceri e godimenti sensuali, perché meglio persistano e crescano nei loro vizi e peccati» (n. 314). E la seduzione è spesso legata all’illusione. Sant’Ignazio ha vissuto per anni in quelle che chiama le “vanità del mondo” e sembra dirci: “I piaceri del mondo, in sé, non erano poi granché! Era tutto nella mia testa”.

Inoltre, chi cammina nella via della verità e del Vangelo viene attaccato dal Maligno con la tristezza. «È proprio dello spirito cattivo rimordere, rattristare, creare impedimenti, turbando con false ragioni affinché non si vada avanti» (n. 315), suggerendo che non siamo capaci, che per noi è troppo, che non ce la facciamo. Sant’Ignazio descrive bene questa desolazione spirituale che oscura l’anima, l’inclina alle cose basse e terrene, la inquieta con vari tipi di agitazioni e tentazioni – perdita di punti di riferimento, confusione, disordine –, la rende sfiduciata, senza speranza, senza amore, pigra, tiepida e come separata dal suo Creatore e Signore (cf n. 317). È l’azione tipica dello spirito del male che ci sta agitando, ed è assolutamente indispensabile saperla riconoscere e chiamarla con il suo nome.

Altra azione dello spirito del male è quella di spaventare. Scrive Ignazio nella Regola XII: «È proprio del nemico indebolirsi, perdersi d’animo e indietreggiare con le sue tentazioni quando la persona che si esercita nelle cose spirituali si oppone con fermezza alle sue tentazioni, facendo in modo diametralmente opposto. Ma se, al contrario, la persona che si esercita comincia ad avere timore o a perdersi d’animo nel fronteggiare le tentazioni, non c’è sulla faccia della terra bestia più feroce del nemico della natura umana che persegua con maggiore malizia il proprio dannato intento» (n. 325).

Lo spirito del male, dunque, seduce, rattrista, spaventa; e, ancora, occulta, nasconde. «Quando il nemico della natura umana suggerisce a un’anima retta le sue astuzie e persuasioni» soprattutto sotto l’apparenza di bene, «vuole e desidera che siano accolte e tenute in segreto: mentre gli dispiace molto se questa le scopre al proprio confessore o ad altra persona spirituale esperta nel conoscere i suoi inganni e le sue cattiverie, perché si rende conto di non poter portare avanti l’opera incominciata, dal momento che sono stati scoperti i suoi inganni» (n. 326).

A questi quattro modi di agire del Maligno se ne aggiunge un quinto: il nemico cavalca le nostre debolezze fisiche e psichiche; dobbiamo perciò stare molto attenti e tenere ben presente che, quando siamo stanchi, nervosi, inquieti, quando siamo un po’ esauriti o smarriti, non dobbiamo seguire le nostre inclinazioni e i nostri pensieri, perché potrebbero essere negativi e fuorvianti.

Oltre all’azione del Maligno è necessario saper riconoscere in noi l’azione dello Spirito buono. Ricordiamo a questo proposito due regole.

Dobbiamo ascoltare lo Spirito che consola. Dice sant’Ignazio nella II Regola: «È proprio del buono spirito dare coraggio, forza, consolazioni, lacrime, ispirazioni e pace, rendendo facili le cose e togliendo ogni impedimento, affinché si vada avanti nel bene operare» (n. 315). Da questa forza positiva sgorga serenità e facilità. L’angelo delle tenebre ci sussurra: Come potremo rimuovere la pietra dalla bocca del sepolcro? Ma a un tratto l’angelo buono viene e la pietra è rotolata via.

E ancora, è proprio dell’agire del nostro alleato nel bene produrre in noi «qualche movimento intimo con cui l’anima resti infiammata nell’amore del suo Creatore e Signore; come pure quando essa non riesce ad amare per se stessa nessuna cosa creata sulla faccia della terra, ma solamente in relazione al Creatore di tutto» (n. 316). È la cosiddetta consolazione spirituale, è l’aiuto che Dio ci dà per sconfiggere satana.

«Chiamo consolazione ogni aumento di speranza, di fede e di carità e ogni tipo di intima letizia che sollecita e attrae alle cose celesti e alla salvezza della propria anima, rasserenandola e pacificandola nel proprio Creatore e Signore» (ivi). Tutto ciò che dà respiro, che dà facilità, che dà serenità, che scioglie i problemi, è opera dello spirito buono.

Dobbiamo sempre ricordare che la nostra esistenza è caratterizzata da una conflittualità, nella quale siamo immersi. Non è un cammino evolutivo tranquillo, di bene in meglio; è una lotta, ed è di fondamentale importanza conoscerne le componenti.

In secondo luogo lo spirito buono ci invita a resistere.

È indispensabile, nei momenti difficili, tenere duro: «In tempo di desolazione non si facciano mai mutamenti» (regola d’oro!), «ma si resti saldi e costanti nei propositi e nelle decisioni che si avevano il giorno precedente a tale desolazione o nella decisione che si aveva nella precedente consolazione» (n. 318). Purtroppo spesso si compiono scelte nel momento della confusione, del turbamento, dell’amarezza, e risultano sbagliate. «Perché, mentre nella consolazione ci guida e ci consiglia di più lo spirito buono, nella desolazione ci guida quello cattivo con i consigli del quale non possiamo imbroccare nessuna strada giusta» (n. 320).

Ecco: abbiamo cercato di meditare il Padre Nostro, ma naturalmente ci sarebbe molto di più da dire e di fatto è stato detto soprattutto dai santi. Però i libri sono solo un piccolo aiuto: molto di più ci può aiutare lo Spirito Santo quando dedichiamo un po’ di tempo e di raccoglimento a questa preghiera.