Il Dies irae è forse la parte più nota della Messa di esequie del messale tridentino. È una sequenza in lingua latina attribuita a fra’ Tommaso da Celano (1190-1265: uno dei primi biografi di San Francesco, che conobbe di persona). Descrive il giorno del giudizio, l'ultima tromba che raccoglie le anime davanti al trono di Dio, dove alcuni saranno salvati e altri condannati al fuoco eterno. Oltre alla melodia gregoriana, è stato messo in musica da grandi autori, come Mozart, Verdi e Cherubini.

Vi propongo di conoscere questo testo perché in quest'ultima settimana del tempo ordinario - che già anticipa il tema della venuta finale di Cristo (parusia) tipico dell’avvento - è proposto nella Liturgia delle Ore come inno alternativo, e anche perché in realtà è poco conosciuto.

 

Dies Irae, dies illa                                                    (Sarà) giorno d'ira, quel giorno (che)

solvet saeclum in favilla:                                            dissolverà il mondo terreno in scintille

teste David cum Sybilla.                                            come annunciato da Davide e dalla Sibilla.

 

Quantus tremor est futurus,                                       Quanto terrore ci sarà,

Quando judex est venturus,                                       quando il giudice verrà,

Cuncta stricte discussurus.                                          a giudicare severamente ogni cosa.

 

Tuba, mirum spargens sonum                                     La tromba, diffondendo un suono mirabile

per sepulcra regionum,                                              per le regioni dei sepolcri,

coget omnes ante thronum.                                      spingerà tutti davanti al trono.

 

Mors stupebit et Natura,                                            La Morte stupirà e anche la Natura,

cum resurget creatura,                                              quando risorgerà (ogni) creatura

judicanti responsura.                                                  per rispondere al giudice.

 

Liber scriptus proferetur,                                             Sarà presentato il libro scritto,

in quo totum continetur,                                            nel quale è contenuto tutto ciò

unde mundus judicetur.                                             su cui il mondo sarà giudicato.

 

Judex ergo cum sedebit,                                            Quindi, quando il giudice si siederà,

quidquid latet, apparebit:                                           ogni cosa nascosta sarà svelata,

nil inultum remanebit.                                                niente rimarrà invendicato.

 

Quid sum miser tunc dicturus?                                    Allora che potrò dire io, misero?

quem patronum rogaturus,                                        Chi chiamerò a difendermi,

cum vix justus sit securus?                                         quando a malapena il giusto sarà sicuro?

 

Rex tremendae majestatis,                                         Re di terribile maestà,

qui salvandos salvas gratis,                                          tu che salvi per grazia chi è da salvare,

salva me, fons pietatis.                                              salva me, fonte di pietà.

 

Recordare, Jesu pie,                                                  Ricorda, o buon Gesù,

quod sum causa tuae viae                                          che sono io la causa del tuo viaggio

ne me perdas illa die.                                                 perché tu non mi perda quel giorno.

 

Quaerens me, sedisti lassus,                                       Cercandomi ti sedesti stanco,

redemisti Crucem passus:                                           mi hai redento patendo in Croce:

tantus labor non sit cassus.                                        che tanto sforzo non sia cancellato!

 

Juste judex ultionis,                                                   Giusto giudice di retribuzione,

donum fac remissionis                                                concedi il dono del perdono

ante diem rationis.                                                     prima del giorno della resa dei conti.

 

Ingemisco, tamquam reus,                                         Comincio a gemere come un colpevole,

culpa rubet vultus meus                                             la colpa fa arrossire il mio volto;

supplicanti parce, Deus.                                             risparmia chi ti supplica, o Dio.

 

Qui Mariam absolvisti,                                                 Tu che perdonasti Maria di Magdala,

et latronem exaudisti,                                                tu che esaudisti il buon ladrone,

mihi quoque spem dedisti.                                          anche a me hai dato speranza.

 

Preces meae non sunt dignae,                                    Le mie preghiere non sono degne;

sed tu bonus fac benigne,                                          ma tu, buono, con benignità fa'

ne perenni cremer igne.                                             che io non sia arso dal fuoco eterno.

 

Inter oves locum praesta,                                           Preparami un posto fra le pecorelle,

et ab haedis me sequestra,                                         e toglimi dai capri,

statuens in parte dextra.                                            ponendo(mi) alla tua destra.

 

Confutatis maledictis,                                                Una volta smascherati i malvagi,

flammis acribus addictis,                                             condannati alle fiamme feroci,

voca me cum benedictis.                                           chiamami con i benedetti.

 

Oro supplex et acclinis,                                              Prego supplice e in ginocchio,

cor contritum quasi cinis:                                           col cuore triturato come cenere,

gere curam mei finis.                                                 prenditi cura del mio destino (della mia fine).

 

Lacrimosa dies illa,                                                     Giorno di lacrime, quello,

qua resurget ex favilla                                                in cui risorgerà dalla scintilla

 

judicandus homo reus.                                               l’uomo colpevole per essere giudicato.

Huic ergo parce, Deus:                                              Allora perdonalo, o Dio:

 

Pie Jesu Domine,                                                       Pio Signore Gesù,

dona eis requiem. Amen.                                           dona a loro la pace. Amen.

 

 

Dies Irae, dies illa                                                    (Sarà) giorno d'ira, quel giorno (che)

solvet saeclum in favilla:                                            dissolverà il mondo terreno in scintille

teste David cum Sybilla.                                            come annunciato da Davide e dalla Sibilla.

 

La prima riga fa riferimento a un’espressione che percorre tutta la Bibbia: il giorno del Signore. Che cos’è il giorno del Signore?

Nel Primo Testamento questa espressione (yôm Yhwh) è attestata in quasi tutti i libri profetici e solo in essi (Is 13,6-13; 34,8; 61,2. Ger 46,10; 49,26; 50,30-31. Lam 2,1. Ez 13,5; 30,3. Gl 1,15; 2,1; 2,11; 3,4. Am 5,18-20; 8,3; 8,9. Abd 15. Sof 1,7-18; 2,2-3. Mal 3,17; 3,23). Compare la prima volta in Amos 5,18, l’ultima in Malachia 3,23.

In modo speciale l’oracolo del profeta Sofonia sembra aver ispirato l’inizio della sequenza: 1,15-16: 15Giorno dira quel giorno (in latino: Dies iræ, dies illa), giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebra e di oscurità, e giorno di nube e di caligine, 16giorno di suono di corno e di grido di guerra sulle città fortificate e sulle torri elevate.

 

Anche se compare in contesti storici e letterari diversi, questa espressione ha alcuni tratti invariati, così da essere una formula fissa. Essa rimanda a un evento che sarà accompagnato da fenomeni straordinari nel cosmo e nella natura che porteranno distruzione, morte e ritorno al caos primordiale. Nella maggior parte dei testi il Signore è annunciato come un giudice adirato e implacabile, di fronte al quale si proverà angoscia e timore mortale. Nei testi più antichi, è Israele a essere colpito, ma negli oracoli successivi anche le nazioni pagane e tutti gli abitanti della terra.

 

Dopo l’esilio babilonese, anche l’annuncio del giorno del Signore, insieme a tutta la predicazione profetica, subisce un cambiamento: pur mantenendo tratti terribili, assume anche aspetti di salvezza e di speranza. Infatti sarà diversa la sorte dei giusti da quella degli empi (Ml 3,18). Con la punizione dei nemici di Israele, il giorno del Signore si trasformerà in evento di salvezza per il popolo di Dio, e addirittura in Zc 14 il castigo provocherà la conversione di tutti al Signore. Quel giorno perde allora la sua nota di oscurità per trasformarsi in giorno di luce senza tramonto (Zc 14,6‐9).

Un altro cambiamento è questo: fino all’esilio incluso, il giorno del Signore è un evento vicino, che non va oltre la storia, ma nei testi post‐esilici, invece, esso sembra collocarsi alla fine dei tempi.

 

I profeti annunciano il giorno del Signore perché Dio è legato al suo popolo da un’alleanza che esige fedeltà reciproca agli impegni assunti, impegni che invece il popolo trasgredisce. Il Signore ripetutamente denuncia i peccati e richiama alla conversione attraverso i profeti così che alla fine giunge l’appello estremo: il giorno del Signore è il giorno del rendiconto finale e del definitivo giudizio purificatore (cfr. Ml 3,3). Perciò il castigo annunciato sarà terribile, perché Israele respinge i continui inviti alla riconciliazione, ma il Signore è ancora pronto a perdonare, se ci si converte.

 

Per Gesù, come per i profeti che lo hanno preceduto, il giorno del giudizio sarà un evento temibile, soprattutto per chi non ha accolto lui o i suoi inviati. Ne parla soprattutto Mt:

Mt 10,15: In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.

Mt 11,22.24: Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. [...] Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!».

Mt 12,36: Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio.

 

I primi cristiani, invece, hanno la consapevolezza di averlo accolto come Signore, perciò non temono la sua venuta, ma la attendono. Di conseguenza, nel Nuovo Testamento la formula e soprattutto i contenuti del giorno del Signore cambiano perché ormai «il tempo è compiuto» (Mc 1,15) e ora si è giunti alla pienezza del tempo (Gal 4,4).

  1. Anzitutto si afferma che i testi profetici si sono avverati quando Gesù ha parlato, portando a compimento le parole dei profeti (Eb 1,2); poi alla sua morte, che è descritta con i tratti del giorno del Signore dell’AT (l’oscurarsi del sole, il terremoto: cfr. Mt 27,45 par. con Am 5,18‐20 e 8,9); e infine nell’effusione dello Spirito a Pentecoste (cfr. At 2,17 con Gl 3,1).
  2. In secondo luogo, ed è la massima differenziazione, nell’annuncio cristiano la formula “giorno del Signore/Yhwh” non scompare (At 2,20; 1 Ts 5,2; 2 Pt 3,10), ma è sempre più sostituita dalla formula “giorno del Signore/Gesù”. La prima forma è rimasta per indicare il giorno del giudizio quale giorno minaccioso e giorno di rischio (Mt 10,15; 11,22.24; Gc 5,3; 2 Pt 3,7). La seconda forma indica invece il giorno della manifestazione gloriosa del Cristo alla fine dei tempi, che sarà soprattutto giorno di liberazione (Lc 21,28), di salvezza (Lc 17,24; Gv 8,56; Mc 13,24‐27) e di risurrezione (Gv 6,40.44.54; 11,24).
  3. Un’ultima importante diversa sottolineatura è quella esortativa: tutta la vita deve essere protesa all’incontro con il Signore nel suo giorno, al quale si deve giungere integri e irreprensibili (Fil 1,10; 1 Cor 1,8; 5,5). Per essere in quel giorno tra i salvati, bisogna vivere invocando il suo nome (At 2,20‐21), correre bene la propria corsa (Fil 2,6), attendendo e affrettando quel giorno (2 Pt 3,12).

Quanto al giorno del ritorno glorioso di Gesù, le lettere ai Tessalonicesi (1 Ts 5,2; 2 Ts 2,2) e 2 Pt 3,10 affermano con estrema chiarezza che non è possibile conoscerne la data, perché il giorno del Signore verrà come un ladro di notte, come già dicono le parabole evangeliche della vigilanza.

 

1 Ts 5,9: Dio infatti non ci ha destinati alla sua ira, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.

 

[In sintesi, il giorno del Signore è un’espressione con cui i profeti richiamano il popolo agli impegni assunti nell’alleanza: dopo tanti richiami, l’annuncio del giorno del Signore è l’ultimo appello alla conversione. L’uso di immagini catastrofiche è volto a rendere più urgente il messaggio: sarà il giorno del rendiconto e del giudizio definitivo, non solo per Israele, ma per tutte le nazioni e per l’intero cosmo. I profeti, tuttavia, hanno indicato anche l’estrema possibilità di sfuggire al castigo, ma solo a patto che si torni a cercare il Signore e che ci si impegni concretamente per la giustizia.

Il NT riporta a Gesù Cristo il giorno del Signore che si realizza nel tempo che va dall’incarnazione alla venuta finale, e invita a prepararsi ad esso con una vita irreprensibile. Sarà quindi un giorno di salvezza per i credenti e un giorno di condanna per chi non ha accolto l’annuncio di salvezza.]

 

Nel XIII secolo, quando viene composta la sequenza, il giorno del Signore ritorna ad avere caratteristiche un po’ più simili a quelle del Primo Testamento: la distinzione tra cristiani e pagani è poco significativa nella societas christiana, perciò il giorno del Signore non sarà un evento di salvezza per tutti i credenti. Molti credenti, infatti, non vivono una vita buona e onesta; perciò molto più importante è la distinzione tra giusti e peccatori (rispetto a quella tra cristiani e pagani): inoltre il timore della dannazione eterna è un pilastro della predicazione morale dell’epoca e quindi il giudizio di Dio viene avvertito come severissimo e terribile. Ciononostante, l’appello fiducioso alla misericordia di Dio, e non la confidenza nei propri meriti, pervade la parte finale della sequenza.

 

La seconda riga parla del “secolo”, o “evo”, cioè di questo mondo che precede il mondo futuro, e richiama gli stessi testi profetici e apocalittici:

 

2 Ts 1,6-10: 6È proprio della giustizia di Dio ricambiare con afflizioni coloro che vi affliggono 7e a voi, che siete afflitti, dare sollievo insieme a noi, quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo, insieme agli angeli della sua potenza, con 8fuoco ardente, per punire quelli che non riconoscono Dio e quelli che non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. 9Essi saranno castigati con una rovina eterna, lontano dal volto del Signore e dalla sua gloriosa potenza. 10In quel giorno, egli verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile da tutti quelli che avranno creduto, perché è stata accolta la nostra testimonianza in mezzo a voi.

2 Pt 3,10-13: 10Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c'è in essa sarà distrutta. 11Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, 12attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno! 13E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia.

 

Anche la terza riga richiede una spiegazione un po’ estesa. Per molti secoli ebrei e cristiani hanno considerato Davide come l’autore di tutti e 150 i salmi. In alcuni di questi si parla del re-Messia, in greco: Cristo. I cristiani hanno letto questi salmi come vere e proprie profezie della venuta finale del Cristo Gesù (ad es. Sal 110).

Le sibille sono sia personaggi storicamente esistiti, che figure mitologiche greche e romane. Erano vergini ispirate da un dio (solitamente Apollo) dotate di virtù profetiche e in grado di fare predizioni e fornire responsi, ma in forma oscura o ambivalente.

Leggendarie profetesse, erano collocate in diversi luoghi del bacino del Mediterraneo come a Cuma in Italia, a Delfi in Grecia, o in Africa ed Asia Minore. Tra le più conosciute, la Sibilla Eritrea, la Sibilla Cumana e la Sibilla Delfica che sono rappresentanti di altrettanti gruppi come gli ionici, gli italici e gli orientali. Nella Roma repubblicana e imperiale un collegio di sacerdoti custodiva gli oracoli nei Libri sibillini, testi sacri di origine etrusca, scritti in lingua greca e conservati nel tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio, e poi trasferiti da Augusto nel Tempio di Apollo Palatino[1]. Erano consultati in caso di pericoli o di catastrofi.

Dal II secolo a.C. negli ambienti ebraici romanizzati si sviluppò un'interpretazione degli oracoli delle Sibille che tratta dell’attesa del Messia; successivamente anche i cristiani videro nelle predizioni delle veggenti pagane i preannunci dell'avvento di Gesù Cristo e del suo ritorno finale: queste profezie sono contenute negli Oracoli sibillini (latino: Oracula Sibyllina), talvolta detti Pseudo-sibillini, 12 libri in greco di contenuto assai vario, contenenti appunto profezie su eventi storici futuri.

Questi Oracoli sibillini sono generalmente catalogati tra gli apocrifi dell'Antico Testamento e, come si è detto, sono suddivisibili in due parti: quella più antica giudaico-ellenistica (composta tra il II e il I secolo a.C.), quella più recente giudaico-cristiana (tra il I e il VI secolo).

Molti Padri della Chiesa, tra cui pseudo-Giustino, Teofilo di Antiochia, Clemente Alessandrino, Lattanzio, Eusebio di Cesarea, Agostino e Ambrogio, li ritennero oracoli autentici. Per questo le sibille hanno ispirato l'arte cristiana dall'XI secolo in numerosi cicli pittorici, scultorei ed incisori. Esse sono normalmente raffigurate come la controparte femminile dei profeti; l'esempio più famoso si trova nella volta della Cappella Sistina, affrescata da Michelangelo.

 

Quantus tremor est futurus,                                       Quanto terrore ci sarà,

Quando judex est venturus,                                       quando il giudice verrà,

Cuncta stricte discussurus.                                          a giudicare severamente ogni cosa.

 

Mt 25, 31-46: la parabola del giudizio finale.

La parabola del servo spietato: Mt 18,23 ss.: A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi...

Mt 25,14-30: la parabola dei talenti. v. 19: Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro...

 

Tuba, mirum spargens sonum                                     La tromba diffondendo un suono mirabile

per sepulcra regionum,                                              per le regioni dei sepolcri

coget omnes ante thronum.                                      spingerà tutti davanti al trono.

 

La tromba di cui si parla è lo shofar, la tromba fatta con il corno di un ariete che veniva suonata dagli ebrei in battaglia e all’inizio del giubileo: oggi, da quando si è perso il conto degli anni per calcolare il giubileo, viene suonata all’inizio di ogni anno. Viene suonata anche nello Yom Kippur, il giorno dell’espiazione in cui tutto il popolo di Israele chiede perdono dei propri peccati.

Nel Nuovo Testamento questi significati si accumulano insieme: il giorno del Signore è la battaglia finale del bene contro il male; è il giorno dell’espiazione definitiva dei peccati; è il giorno della misericordia e del condono dei debiti come l’anno giubilare.

Ap 8-11: le sette trombe.

1 Ts 4, 16-18: 16Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; 17quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. 18Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

1 Cor 15, 51-52: 51Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, 52in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati.

 

Si parla del trono di Dio sul quale siede il re, Gesù, come ha detto nella parabola di Matteo 25; oppure l’agnello immolato, come è scritto in più passaggi dell’Apocalisse. Ad es. Ap 20,11-15:

11Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé. 12Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. 13Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. 14Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. 15E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco.

 

Mors stupebit et Natura,                                            La Morte stupirà e anche la Natura,

cum resurget creatura,                                              quando risorgerà (ogni) creatura

judicanti responsura.                                                  per rispondere al giudice.

 

Vengono personificate la morte e la natura che sono abituate a veder morire gli esseri viventi, ma ora sono stupefatte nel vederli ritornare alla vita. Il Nuovo Testamento parla in più passaggi della sconfitta della morte e del cambiamento che avverrà nella natura o, meglio, nella creazione.

1 Cor 15,54-56: 54Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria. 55Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? 56Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge.

Rom 8,18-25: 18Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. 19La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza 21di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? 25Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

 

Liber scriptus proferetur,                                            Sarà presentato il libro scritto,

in quo totum continetur,                                            nel quale è contenuto tutto ciò

unde mundus judicetur.                                             su cui il mondo sarà giudicato.

 

Nel brano del libro dell’Apocalisse che abbiamo letto (Ap 20,11-15: v. sopra): si parla dei libri nei quali sono annotate tutte le azioni degli uomini e del libro della vita, sul quale sono scritti i nomi di coloro che non andranno incontro alla seconda morte. Del libro della vita si parla in diversi passi del Nuovo Testamento:

Fil 4,3;

Ap 3,5; 13,8; 17,4; 20,12; 20,15; 21,27; 22,19.

Lc 10,20: Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli.

 

Judex ergo cum sedebit,                                           Quindi, quando il giudice si siederà,

quidquid latet, apparebit:                                           ogni cosa nascosta sarà svelata,

nil inultum remanebit.                                                niente rimarrà invendicato.

 

Si torna a parlare del trono di Dio, come in Mt 25,31.

 

Quid sum miser tunc dicturus?                                    Allora che potrò dire io, misero?

quem patronum rogaturus,                                        Chi chiamerò a difendermi,

cum vix justus sit securus?                                         quando a malapena il giusto sarà sicuro?

 

Rex tremendae majestatis,                                         Re di terribile maestà,

qui salvandos salvas gratis,                                          tu che salvi per grazia chi è da salvare,

salva me, fons pietatis.                                              salva me, fonte di pietà.

 

Recordare, Jesu pie,                                                  Ricorda, o buon Gesù,

quod sum causa tuae viae                                          che sono io la causa del tuo viaggio

ne me perdas illa die.                                                 perché tu non mi perda quel giorno.

 

L’incarnazione del Figlio viene definita poeticamente una via, un viaggio: la discesa dal cielo:

Fil 2,6-11: Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Eb 10,5-7: 5Entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. 6Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. 7Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà. (Cf. Sal 40,7-9).

 

Quaerens me, sedisti lassus,                                       Cercandomi ti sedesti stanco,

redemisti Crucem passus:                                           mi hai redento patendo in Croce:

tantus labor non sit cassus.                                        che tanto sforzo non sia cancellato!

 

Questa terzina, con una felicissima intuizione, mette insieme due brani del Vangelo secondo Giovanni che probabilmente erano già collegati tra loro nell’intenzione dell’Evangelista: entrambe le scene infatti si svolgono a mezzogiorno. L’incontro con la samaritana e la crocifissione di Gesù.

Gv 4,6: Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno.

Gv 19,14-16: 14Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». 15Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare». 16Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

 

Juste judex ultionis,                                                   Giusto giudice di retribuzione,

donum fac remissionis                                                concedi il dono del perdono

ante diem rationis.                                                     prima del giorno della resa dei conti.

 

Ingemisco, tamquam reus,                                         Comincio a gemere come un colpevole,

culpa rubet vultus meus                                             la colpa fa arrossire il mio volto;

supplicanti parce, Deus.                                             risparmia chi ti supplica, o Dio.

 

Qui Mariam absolvisti,                                                 Tu che perdonasti Maria di Magdala,

et latronem exaudisti,                                                tu che esaudisti il buon ladrone,

mihi quoque spem dedisti.                                          anche a me hai dato speranza.

 

Questa terzina mette insieme due episodi evangelici di perdono: l’episodio in cui Gesù libera l’adultera dalle mani di coloro che volevano lapidarla e la perdona (Gv 8,3-11: l’esegesi medievale identificava erroneamente quella donna con Maria Maddalena); l’altro episodio è il perdono del “buon ladrone” che è stato crocifisso alla destra di Gesù (Lc 23,39-45). Leggiamolo tutto, perché ricorrono in esso molti dei riferimenti al giorno del Signore che abbiamo già incontrato.

 

39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». 40Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». 42E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». 44Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 45Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. 46Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò.

 

Preces meae non sunt dignae,                                    Le mie preghiere non sono degne;

sed tu bonus fac benigne,                                          ma tu, buono, con benignità fa'

ne perenni cremer igne.                                             che io non sia arso dal fuoco eterno.

 

Inter oves locum praesta,                                           Preparami un posto fra le pecorelle,

et ab haedis me sequestra,                                         e toglimi dai capri,

statuens in parte dextra.                                            ponendo(mi) alla tua destra.

 

Confutatis maledictis,                                                Una volta smascherati i malvagi,

flammis acribus addictis,                                             condannati alle fiamme feroci,

voca me cum benedictis.                                           chiamami con i benedetti.

 

Queste due terzine fanno ovviamente riferimento alla parabola del giudizio finale: Mt 25,31-46.

 

Oro supplex et acclinis,                                              Prego supplice e in ginocchio,

cor contritum quasi cinis:                                           col cuore triturato come cenere,

gere curam mei finis.                                                 prenditi cura del mio destino (della mia fine).

 

[Ez 11,17-20: Così dice il Signore Dio: Vi raccoglierò in mezzo alle genti e vi radunerò dalle terre in cui siete stati dispersi e a voi darò il paese d'Israele. 18Essi vi entreranno e vi elimineranno tutti i suoi idoli e tutti i suoi abomini. 19Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne, 20perché seguano i miei decreti e osservino le mie leggi e li mettano in pratica; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio.]

Ez 36,24-28: 24Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. 25Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; 26vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. 28Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio.

 

Lacrimosa dies illa,                                                     Giorno di lacrime, quello,

qua resurget ex favilla                                                in cui risorgerà dalla scintilla

judicandus homo reus.                                               l’uomo colpevole per essere giudicato.

 

Huic ergo parce, Deus:                                              Allora perdonalo, o Dio:

Pie Jesu Domine,                                                      Pio Signore Gesù,

dona eis requiem. Amen.                                           dona a loro il riposo. Amen.

 

La sequenza si conclude con l’accenno al riposo. Quale riposo? Il riposo di Dio, quello del settimo giorno (Gen 2,1-3) nel quale Dio è entrato e nel quale anche l’umanità è invitata a entrare. Questo riposo non è inazione, sonno, passività: è contemplazione, è il primato dell’essere sul fare, è il contrario della fatica, dello sforzo.

 

Ap 14,13: Poi udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono».

Eb 3-4: Il popolo che uscì dall’Egitto non poté entrare nel riposo di Dio (cf. Salmo 95,8-11) per mancanza di fede.

Eb 4,3-11: 3Infatti noi che abbiamo creduto possiamo entrare in quel riposo, secondo ciò che egli ha detto: Sicché ho giurato nella mia ira: Non entreranno nel mio riposo! Questo, benché le sue opere fossero compiute fin dalla fondazione del mondo. 4Si dice infatti in qualche luogo a proposito del settimo giorno: E Dio si riposò nel settimo giorno da tutte le opere sue. 5E ancora in questo passo: Non entreranno nel mio riposo! 6Poiché dunque risulta che alcuni debbono ancora entrare in quel riposo e quelli che per primi ricevettero la buona novella non entrarono a causa della loro disobbedienza, 7egli fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo in Davide dopo tanto tempo: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori! 8Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato, in seguito, di un altro giorno. 9È dunque riservato ancora un riposo sabatico per il popolo di Dio. 10Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa anch'egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie. 11Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza.

 

[1] La storia della religione romana tramanda di come la Sibilla Cumana (secondo altre fonti la Sibilla Eritrea) avesse offerto libri, inizialmente in numero di nove e poi ridotti a tre, al re romano Tarquinio il Superbo. I libri sibillini furono quindi affidati alla custodia di due membri patrizi (duumviri sacris faciundis) che in seguito furono aumentati fino ad un numero di quindici, comprendendo fra essi anche cinque rappresentanti del popolo. Il loro ruolo consisteva nel consultare gli oracoli su richiesta del Senato (i lectisternia), per evitare di contrariare gli dèi con nuove imprese. I libri venivano conservati in una camera scavata sotto il tempio di Giove Capitolino. I libri bruciarono in un incendio nell'83 a.C. e si tentò di ricostruirli cercandone i testi presso altri templi e santuari. Queste nuove raccolte furono ricollocate nel tempio di Apollo Palatino grazie all'interessamento dell'imperatore Augusto. Rimasero presso il tempio di Apollo Palatino fino al V secolo, dopo di che se ne persero le tracce.