Il Vangelo secondo Matteo

 

La tradizione ecclesiastica antica attribuiva il primo vangelo all’apostolo Matteo, che si riteneva avesse scritto prima degli altri, in aramaico, probabilmente prima dell’arrivo di Paolo a Roma. Forse quel vangelo aramaico di Matteo era solo una raccolta di detti: non lo sappiamo con certezza, perché a noi è giunto solo il vangelo in greco. Anche se probabilmente il Vangelo secondo Marco è il più antico, il Vangelo secondo Matteo è il primo che viene citato negli scritti cristiani fin dal I secolo e quello a cui si ricorreva con maggiore frequenza. Per questo, per molto tempo si è creduto che il Vangelo secondo Marco fosse un riassunto di quello di Matteo.

 

In sintesi, le testimonianze antiche (dal II secolo in poi: Papia, Ireneo, Origene) affermano che:

  1. l’apostolo Matteo ha composto un vangelo in aramaico, o almeno una raccolta di detti di Gesù;
  2. quest’opera è stata scritta per un ambiente giudaico;
  3. quest’opera si caratterizza particolarmente per l’ordine con cui presenta i detti del Signore;
  4. essa ha una certa precedenza rispetto agli altri Vangeli;
  5. esiste una certa corrispondenza tra l’opera in aramaico di Matteo e la sua traduzione greca.

 

Questi dati trovano conferme nelle caratteristiche interne del testo?

 a) Relazione del primo vangelo con l’apostolo Matteo. Si può notare che nel racconto della vocazione del pubblicano, questo vangelo è l’unico a chiamarlo «Matteo» (Mt 9,9; cfr. Mc 2,14 e Lc 5,27.29). Nell’elenco degli apostoli è soltanto Mt 10,3 che chiama Matteo «pubblicano» (cfr. Mc 3,18; Lc 6,15). Se Matteo (Mt 9,9) e Levi (Mc 2,14; Lc 5,27.29) sono la stessa persona, si tratta allora di due nomi semitici dello stesso individuo (ciò che non avviene comunemente) o più probabilmente di un nome (Levi) e di un soprannome: Matteo, cioè “dono di Dio”. Potrebbe essere il nome che Gesù gli ha dato dopo la chiamata e la conversione.

 b) Vangelo composto da un ebreo per ebrei. Certamente Matteo è per eccellenza il vangelo palestinese. Ecco alcuni esempi:

1) Vocabolario: suppone note al lettore parole ed espressioni semitiche: il Regno dei cieli (dove «cieli» sta per il nome di Dio); la città santa (per «Gerusalemme»): 4,5; 27,53; cfr. Lc 4,9; raca: 5,22; la carne e il sangue: 16,17; legare e sciogliere: 16,19; 18,18; geenna: 23,33. Per lo più tali termini non sono spiegati a eccezione di Emanuele: 1,23; Golgota: 27,33; Elì, Elì...: 27,46.

2) Suppone noti usi e costumi giudaici: l’oblazione all’altare: 5,23; le caratteristiche della pietà farisaica: 6,1-6.16.18; i sacerdoti che possono lavorare nel sabato: 12,5; le frequenti abluzioni: 15,2 (il parallelo Mc 7,2-5 dà la spiegazione); i filatteri: 23,5; il proselitismo dei farisei: 23,15; le decime: 23,23; i sepolcri imbiancati: 23,27; il primo giorno degli Azzimi: 26,17 (il parallelo di Mc 14,12 spiega l’espressione); i dialetti diversi in Palestina: 26,73 (Mc 14,70 ha un’espressione più generale).

3) La preferenza semitica per l’ordine secondo numeri fissi: gli antenati di Gesù sono ordinati a gruppi di 3 per 7 per 2: 1,17; 7 domande nel «Padre nostro»: 6,9-13 (Lc 11,2-4 ne ha 6); 7 parabole: 13,1-50; 7 demoni che ritornano: 12,45 (par.: Lc 11,26); 7 pani e 7 sporte: 15,34.36.37; 16,10 (par. Mc 8,5.6.8.20); il perdono settanta volte sette: 18,22; 7 guai contro i farisei: 23,13-36 (7 + 1); 3 tentazioni: 4,1-11; 3 opere da compiere con sincerità: l’elemosina, la preghiera, il digiuno: 6,2-18; 3 cose su cui dare la decima: la menta, l’aneto e il comino: 23,23; 3 preghiere nell’orto: 26,44; 2 ciechi: 9,27; 2 vocazioni: 9,18-22; 2 falsi testimoni: 26,60.

4) L’uso dell’A.T.: ci sono in Mt 21 profezie e 70 citazioni dell’A.T.

5) Infine la narrazione su Gesù presenta più volte elementi che illuminano il legame di Gesù con il giudaismo. Ciò si poteva ben comprendere in una comunità palestinese, più difficilmente in una comunità di convertiti dal paganesimo. Di fatto le annotazioni di questo genere sono per lo più omesse da Marco e da Luca. Si veda per es.: Gesù appare come mandato soltanto a Israele (10,5; 15,24); Gesù vuole osservare pienamente la legge (5,17-19; 12,5); gli apostoli sono descritti come «scribi istruiti nel Regno dei cieli» (13,52); il problema della «fuga nel sabato» (24,20); ecc.

 c) In Matteo appaiono veramente alcuni discorsi ordinati: è la sua caratteristica tipica. Siccome è un punto di particolare importanza per la struttura di questo Vangelo lo riprendiamo in seguito.

 d) Quanto al carattere di priorità, si può riconoscere che certamente questo vangelo è il più antico a venire citato, tuttavia la questione sulla antichità relativa delle diverse parti è più complessa.

 e) Si tratta di una lingua di traduzione? Non è come Marco, che è scritto in greco ma è “pensato” in ebraico. Perciò, se Matteo non è stato composto direttamente in greco, è almeno stato profondamente rielaborato in occasione della traduzione.

 

Origine e tempo di composizione

 

Come luogo di composizione nella forma definitiva sono state proposte la Palestina e la Siria.

È difficile indicare il tempo di composizione dello scritto originario aramaico. Stando alla testimonianza di Ireneo interpretata in senso cronologico («mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e fondavano la Chiesa»), si potrebbe pensare verso l’anno 60. La datazione è resa ancor più difficile dalla difficoltà a stabilire l’esatto rapporto tra questo scritto primitivo e il nostro Matteo greco. Quanto a quest’ultimo, esso suppone nella sua composizione l’esistenza del vangelo di Marco. Si è pensato da molti che il nostro Matteo sia scritto comunque prima del 70. Così lascerebbe pensare l’oscurità del discorso sulla distruzione di Gerusalemme e molti elementi arcaici dell’opera, che si riferiscono a situazioni esistenti in Palestina prima del 70. Tuttavia la tradizione può anche aver conservato questi elementi alcuni anni dopo la distruzione di Gerusalemme: qualche allusione a essa sembra vedersi nel modo con cui è espresso il castigo degli invitati alle nozze del re in Mt 22,7 rispetto al parallelo di Lc 14,24. La redazione di Matteo farebbe capire al lettore come la rovina della città di Gerusalemme fu il castigo predetto da Cristo nella parabola. Perciò altri critici propendono per una stesura un po’ più tardiva, che si accorderebbe anche con alcune caratteristiche interne del vangelo. Esse sono in particolare le accurate elaborazioni teologiche rispetto al vangelo di Marco e la presenza di racconti dell’infanzia di Gesù, ricchi di una profonda teologia e che suppongono un ripensamento attento delle tradizioni. Tuttavia, anche se riportassimo l’opera fin verso l’anno 80, rimarrebbe intatto il valore delle tradizioni antichissime in essa raccolte.

 

La struttura letteraria del vangelo di Matteo

 

Per capire come è strutturato questo vangelo, ci sono molti elementi che si possono prendere in considerazione, come ad esempio le “parole-uncino”, i raggruppamenti numerici, le inclusioni, le ripetizioni di formule, le suture[1]. Ma questi elementi, se aiutano ad analizzare il modo di composizione dell’autore, non danno però indicazioni precise per capire la struttura generale del suo lavoro.

C’è invece un altro elemento importante per individuare la struttura generale dell’opera, e consiste nella presenza nel vangelo di cinque grandi discorsi di Gesù (cc. 5-7.10.13.18.24-25) che presentano caratteristiche notevoli:

a) Tutti terminano allo stesso modo: «E avvenne che quando Gesù ebbe terminato...» (cfr. 7,28; 11,1; 13,53; 19,1). In Mt 26,1 la formula è: «E avvenne che quando Gesù ebbe terminato tutte queste parole». La frase non si trova mai in Matteo all’infuori di questi cinque luoghi.

b) Inoltre questi discorsi hanno un tema comune: il Regno di Dio. Ciascuno ne parla da un punto di vista proprio:

5-7: discorso programmatico col ritratto del perfetto discepolo: promulgazione del Regno;

10: discorso missionario: le consegne per i missionari per la predicazione del Regno;

13: discorso in parabole, ossia il mistero del Regno (i suoi inizi umili e nascosti, ecc.);

18: discorso ecclesiale: la prima realizzazione del Regno; rapporti tra i fratelli di umiltà, carità, edificazione mutua, perdono;

24-25: discorso escatologico: avvento finale del Regno e la sua consumazione.

Si ha quindi una catechesi progressiva e ordinata del Regno di Dio.

 

Questi discorsi sono separati da sezioni narrative che sembrano essere state scelte e distribuite, almeno in quanto era possibile (Matteo lavorava su fonti precedenti), con una certa relazione ai discorsi. Esse possono essere caratterizzate più o meno così:

  1. Introduzione all’attività di Gesù (Mt 3-4). Il Messia viene consacrato nel battesimo, rigetta il messianismo terreno (le tentazioni); vengono presentati il teatro della sua attività, ossia la Galilea (4,12-17), e i suoi uditori: i discepoli (4,18-22) e le moltitudini (4,23-25).
  2. Sezione dei miracoli (Mt 8-9). L’attività miracolosa di Gesù prova che egli è il Messia ed è esemplare per la missione che sta per affidare ai suoi. Sono raccontati in questa sezione 10 miracoli: tre di guarigioni misericordiose: il lebbroso, il servo del centurione, la suocera di Pietro. Segue un sommario (8,16-17) e un intermezzo (8,18-22: esigenze della vocazione apostolica).

Quindi tre miracoli di potenza: la tempesta sedata; gli indemoniati; i peccati rimessi al paralitico. Segue un intermezzo (vocazione di Matteo e questione sul digiuno). Infine altri quattro miracoli: la donna dal flusso di sangue; la figlia del capo della sinagoga; i due ciechi; il muto. La sezione si chiude con un sommario finale sulla predicazione di Gesù e un detto sulla necessità di operai per la messe (9,35-38).

  1. Lo scandalo del Regno (Mt 11-12) (prepara a capire lo scopo delle parabole). Vengono presentati successivamente il turbamento dei discepoli del Battista (11,2-6), la vuotaggine e l’orgoglio dei Giudei (11,16-24; 12,1-4; 12,22-45), con cui contrasta la docilità degli umili e dei semplici (11,25-30; 12,46-50).
  2. Le narrazioni di Mt 13,53-17,27 sono meno legate al tema del quarto discorso, tuttavia creano almeno l’atmosfera per il discorso ecclesiale del capitolo 18. Descrivono infatti come Gesù si consacra alla formazione dei discepoli, ritirandosi gradualmente dalle folle. Gli episodi chiave sono la moltiplicazione dei pani (14,13-21) e la confessione di Cesarea (16,13-16). È pure importante rilevare come in questa sezione si hanno tre fatti riguardanti Pietro (capo visibile della Chiesa): il cammino sulle acque (14,28-31), il primato (16,17-19), e il denaro del tempio (17,24-27).
  3. I capitoli 20-23 sono sotto il segno della imminenza della crisi. I fatti sono orientati verso il discorso escatologico e gli eventi finali. Cfr. l’ingresso messianico nel tempio (21,1-11) e l’espulsione dei venditori (21,12-17), le denunce di Gesù sempre più marcate come quelle espresse al termine della parabola dei due figli (21,31-32), della parabola dei vignaioli (21,42-43), e infine le invettive dirette contro i farisei (23,42-43) e il lamento su Gerusalemme (23,37-39).

 

Tenendo conto dei cinque discorsi e delle cinque sezioni narrative che li dividono, si può dunque dividere il corpo centrale del vangelo di Matteo in cinque parti, di cui ciascuna descrive progressivamente un aspetto del Regno dei cieli. Unendo a queste cinque parti l’infanzia (Mt 1-2) e la passione-risurrezione (Mt 26-28), si ottiene una divisione in 7 parti, che corrisponde alla predilezione di Matteo per questo numero. Riassumendo:

INTRODUZIONE: la nascita del Messia (Mt 1-2)

(I parte: Mt 3-7)

fatti: inizio del ministero (Mt 3-4)

parole: discorso della montagna (Mt 5-7)

(II parte: Mt 8-10)

fatti: i miracoli (Mt 8-9)

parole: discorso missionario (Mt 10)

(III parte: Mt 11-13)

fatti: l’opposizione al Messia (Mt 11-12)

parole: discorso parabolico (Mt 13)

(IV parte: Mt 14-18)

fatti: la fondazione della chiesa di Gesù (Mt 14-17)

parole: discorso ecclesiale (Mt 18)

(V parte: Mt 19-25)

fatti: lo scontro diretto con Israele (Mt 19-23)

parole: discorso escatologico (Mt 24-25)

COMPIMENTO:

la morte-risurrezione del Messia (Mt 26-28)

 

Aspetti dottrinali: Gesù sullo sfondo delle attese religiose del giudaismo

 

Centro del Vangelo è Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, che realizza e compie l’attesa religiosa di Israele. Ma storicamente una parte di Israele ha rifiutato di riconoscere Gesù come Messia e si è esclusa dal Regno; per questo Gesù ha fondato la sua comunità (di ebrei) come continuazione del popolo santo e fedele. La Chiesa è la comunità messianica a cui è affidato il Regno dei cieli e a cui è rivelata una «giustizia superiore»: la vita morale è, quindi, un impegno importante per lei che è chiamata proprio per portare frutti nuovi e abbondanti fino al compimento della storia.

Come si è visto, l’antichità è concorde sul fatto che questo vangelo sia stato composto per un ambiente giudaico, un ambiente cioè che doveva essere assai familiare con le grandi tradizioni religiose e morali del giudaismo devoto. Esse sono principalmente:

a) il valore indiscusso dell’Antico Testamento, e il suo significato profetico;

b) l’attesa del Regno, da realizzarsi nel popolo di Dio, erede delle promesse, che forma la Chiesa;

c) il primato della legge e il culto della giustizia, ossia della perfetta osservanza legale (e, di conseguenza, un ruolo importante attribuito ai dottori della legge).

Matteo sembra muoversi in questo ambiente di idee e tenere presente, nello scegliere e disporre il suo materiale, un uditorio che apprezza i valori di profonda devozione religiosa e di esigente moralità. È su questo sfondo che risalta la figura di Gesù quale è presentata nel primo vangelo.

Matteo inizia con le parole «Libro della genesi...» (Mt 1,1: la traduzione “genealogia” non rende bene l’originale greco!).

Nel due capitoli dedicati ai racconti dell’infanzia Matteo fa capire che Gesù ricapitola l’Antico Testamento: con la genealogia mostra che la storia sacra di Israele tendeva a Gesù Cristo e in lui si compie; in lui, infatti si realizzano le attese dei profeti ed in lui si rinnovano le vicende dell’antico popolo di Israele. Gesù riassume in sé Israele; egli è il vero Israele fedele, figlio primogenito di Dio. Ma nelle vicende dell’infanzia Matteo mostra anche i segni anticipatori della storia futura: il Messia viene rifiutato dai vicini e accolto dai lontani; minacciato di morte, riesce tuttavia a superarla.

Il corpo del Vangelo, strutturato intorno a cinque grandi discorsi, ha fatto pensare ad un voluto riferimento al Pentateuco, i cinque libri della Legge nell’Antico Testamento: con tale struttura è probabile che Matteo voglia presentare il suo Vangelo come la nuova Torah e Gesù come l’unico e autorevole maestro a cui far riferimento per conoscere la volontà di Dio.

 a) In Gesù si compiono le Scritture (l’AT)

Gesù non abolisce, ma porta a compimento; il regno dei cieli non è un fatto nuovo, ma il compimento della promessa ai padri. Il regno dei cieli che deve ristabilire tra gli uomini la sovrana autorità di Dio come re finalmente riconosciuto, servito e amato, era stato, infatti, preparato e annunziato dall’antica alleanza. Così Matteo, scrivendo tra i giudei e per i giudei si impegna in particolare a mostrare nella persona e nell’opera di Gesù il compimento delle Scritture. A ogni svolta della sua opera si riferisce all’AT per provare come la legge e i profeti sono «adempiuti», cioè non solo realizzati nella loro attesa, ma anche portati a una perfezione che li corona e li supera. Anche gli altri sinottici utilizzano questo argomento scritturistico, tuttavia Matteo lo rafforza sensibilmente, così da farne un tratto significativo del suo Vangelo.

Gesù è colui nella cui vita si adempiono le profezie dell’AT. La sua vita si presenta fin dall’infanzia come il compimento delle profezie dell’AT. Nasce da una vergine (Mt 1,23; cfr. Is 7,14); a Betlemme (Mt 2,5-6; cfr. Mi 5,1); è richiamato miracolosamente dall’Egitto (Mt 2,13-15.19-21; cfr. Os 11,1); ecc. Anche nella sua vita pubblica si compie ciò che fu detto dai profeti: è preceduto da Giovanni Battista come messaggero (Mt 3, 3; cfr. Is 40,3); predica nella Galilea (Mt 4,12; cfr. Is 9,1-2); si prende cura della nostra infermità (Mt 8,16-17; cfr. Is 53,4); predica nel nascondimento e nell’umiltà (Mt 12,15-21; cfr. Is 42,1-4); parla in parabole (Mt 13,13-15; cfr. Is 6,9-10; Mt 13,34-35; cfr. Sal 77 [78], 2); entra in Gerusalemme secondo la predizione di Zaccaria (Mt 21,2-5; cfr. Zac 9,9). Infine anche nella passione appare la conformità degli eventi di Gesù con il piano divino predetto nelle Scritture: con i trenta denari del suo tradimento viene comprato il campo del vasaio (Mt 27,7-10; cfr. Zac 11,12-13; Ger 32,6-9); nella sua crocifissione viene abbeverato di fiele e vengono sorteggiate le sue vesti (Mt 27,34-35; cfr. Sal 68 [69], 21; 21 [22], 18); ecc.

Gesù è colui che, nato dal ceppo di Davide e dalla stirpe di Abramo (Mt 1,1-17), porta a compimento il progetto divino di salvezza. A questo proposito è stata anche sottolineata una certa somiglianza con la figura di Mosè: come Mosè, Gesù è stato perseguitato nella sua infanzia, e ha dovuto fuggire (Mt 2,13-23); legifera sul monte (Mt 5,1); sulla base delle prescrizioni legali antiche stabilisce il nuovo codice di vita del popolo di Dio (Mt 5-7).

 b) Gesù predica il «Regno dei cieli», secondo l’espressione giudaica preferita da Matteo, che evita il nome di Dio. Lo predica sia nella sua realizzazione finale (7,21-23; 8,11-12; 13,43; 25,31-46), sia nella presenza che esso ha già fin d’ora, nel suo instaurarsi iniziale sulla terra (4,17; 12,28). Esso si consolida in una società visibile, di cui Matteo è il solo tra gli evangelisti a ricordare il nome che si affermerà poi in seguito: la Chiesa (16,18; 18,17). Questa Chiesa ha una gerarchia e dei poteri (cfr. 16,18-19; 18,18) ed esplica la sua azione sulla terra in mezzo alle prove e alle difficoltà (13,24-30; 10,16-24; 18,15-17). Essa deve costituire una convivenza di mutua comprensione, amore e perdono (5,38-48; 18,1-35).

Per Matteo “la Chiesa è il vero Israele”: però una Chiesa formata da ebrei, anche se aperta ai pagani! I naturali destinatari del Regno hanno rifiutato Gesù e non l’hanno riconosciuto come Messia. Non tutto Israele, però, si è opposto al Cristo; anzi, tutta la comunità cristiana dei primi anni era esclusivamente formata da ebrei. Il problema dell’accoglienza di Gesù di Nazareth come Messia era, dunque, una questione interna al mondo giudaico e tale questione divenne esplosiva dopo la caduta di Gerusalemme nell’anno 70 d.C. In questo clima religioso è nato il Vangelo di Matteo e l’intento primario dell’evangelista è stato quello di mostrare che il ripiegamento del giudaismo su se stesso non era conforme alla tradizione biblica e che il cristianesimo, al contrario, offrendo al mondo intero la conoscenza dell’unico Dio e la partecipazione alle promesse messianiche, era la continuazione autentica del popolo di Dio dell’AT. Nello schema di storia universale elaborato da Matteo, pertanto, i rapporti fra Israele e le nazioni pagane giocano un ruolo di primo piano. Gesù è giudeo per nascita e per la decisione di Giuseppe che lo accoglie; ma è ugualmente adorato dagli stranieri, i magi pagani venuti dall’oriente. Egli rivolge i suoi discorsi evangelici alle folle venute dal mondo giudaico, ma anche alle persone che provengono dal mondo pagano (cf. 4,25). Guarisce il lebbroso giudeo, ma subito dopo anche il servo del centurione pagano. Manda i suoi discepoli solo «alle pecore perdute della casa di Israele» (10,6), ma annuncia loro che saranno suoi testimoni davanti a tutte le nazioni (10,18). Realizza la profezia del Servo di Dio «in cui spereranno le genti» (12,21), ma non dimentica che dapprima la sua missione riguarda Israele (15,24). Ma, dopo il rifiuto ostinato dei capi, la nuova comunità, la Chiesa, è aperta all’universo intero.

 c) La novità e il compimento portato da Gesù e non accettato dai capi di Israele è la «giustizia», cioè la rivelazione definitiva dell’autentica volontà di Dio. La «nuova giustizia» si fonda sulla legge dell’AT e sulle tradizioni giudaiche, eppure le compie e le supera. Anche se ci sono analogie tra Mosè e Gesù, egli non è presentato come un altro legislatore che riforma delle norme. Matteo, invece, lo presenta in un ruolo divino: egli è il Figlio del Dio vivente ed è il Messia: con tale autorità egli offre l’interpretazione definitiva della legge rivelata sul Sinai. Gesù, quindi, non abolisce la legge: semplicemente la porta a compimento in quanto la trascende con la sua autorità: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17). Il compimento della legge consiste in una giustizia superiore: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20). È la presenza stessa del Cristo che rende l’uomo capace di opere fuori dell’ordinario: la Buona Notizia consiste proprio nell’annunciare che Dio dona generosamente all’umanità la capacità nuova di compiere in pieno la volontà divina. Gesù non cambia la legge: dona la capacità di vivere autenticamente lo spirito che animava la legge secondo il volere di Dio. La formula «Avete inteso che fu detto agli antichi... Ma io vi dico...» si ripete sei volte nel capitolo 5 e sta a indicare l’opera divina del compimento. Infatti l’obiettivo che propone Gesù non è una serie di regole più difficili, ma l’imitazione di Dio stesso: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).

I dottori della legge, che dicono e non fanno (23,3), che non si servono della legge per aprire la porta del Regno ma piuttosto la chiudono (23,4.13), sono stigmatizzati come ciechi e guide di ciechi (23,16). La loro pietà e giustizia sono vane, perché mancano dell’essenziale (23,23). Gesù è il vero maestro che bisogna seguire (10,24-25; 23,8); l’umiltà del suo modo di presentarsi (11,29; 25,40.45) non offusca la proclamazione della sua piena dignità che è quella di Figlio di Dio (14,33; 16,16; 22,2; 27,40.43).

 

Il vangelo di Matteo può così diventare il “catechismo” del Regno di Dio per quei fedeli che, avendo assorbito i grandi valori della religiosità giudaica, hanno accettato il Cristo come la pienezza della Legge e il predetto dai profeti, e si aprono in lui alla grande realtà del Regno del Padre. Tuttavia ciò non significa che esso fosse destinato a rimanere limitato ai soli Giudei: tutti coloro che intendono farsi discepoli del Cristo, tra tutte le genti, secondo il comando dato dal Risorto (Mt 28,19), possono cogliere i valori in esso espressi e penetrarli attraverso la familiarità con i grandi temi della storia della salvezza. Per questo il vangelo di Matteo si è dimostrato fin dall’inizio adattissimo all’istruzione dei fedeli di ogni provenienza, ed è stato nell’antichità il vangelo maggiormente commentato dai Padri.

Questo Vangelo può ricevere varie qualifiche: per esempio “Vangelo del catechista” e “Vangelo ecclesiale”, ma anche il Vangelo del “fare”.

 

La denominazione di “Vangelo del catechista” appare appropriata perché, paragonando Matteo con gli altri Vangeli, si vede come esso si situa bene al secondo gradino dell’iniziazione cristiana. Prima viene Marco, come Vangelo del catecumeno (Marco a Roma faceva da traduttore a Pietro per i pagani che volevano diventare cristiani). Dopo il battesimo, il Vangelo secondo Matteo serve per insegnare come si vive nella Chiesa. Abbiamo in esso un ampio materiale da cui il catechista può trarre ogni genere di istruzione, cose vecchie e nuove, per formare il neobattezzato a tutti gli aspetti della vita ecclesiale. Segue poi Luca, come Vangelo della riflessione teologica sul rapporto Chiesa-mondo e storia della salvezza-storia profana. Infine il Vangelo di Giovanni ci presenta la semplificazione e contemplativa propria del cristiano illuminato, ormai giunto al termine dell’iniziazione ed entrato nella “gnosi”, nella “conoscenza” di Dio.

 

Il Vangelo di Matteo può anche essere giustamente chiamato Vangelo ecclesiale perché descrivendo con i cinque grandi discorsi i cinque grandi momenti della formazione del Regno, ha il suo interesse soprattutto nella vita interna ecclesiale. Mentre Luca è preoccupato di collegare la esperienza evangelica con la storia del mondo, a Matteo interessa soprattutto formare il cristiano all’interno della comunità; quindi, in questo senso, ha una preoccupazione che si specifica in alcuni episodi che soltanto lui riporta, soprattutto dal cap. 14 in avanti. Per esempio, Pietro che cammina sulle acque, riportato solo da Matteo, così come la promessa del primato a Pietro (cfr. 16,18). È l’unico Vangelo che parla di “edificare la Chiesa” ed è il Vangelo che riporta la promessa di sciogliere e legare per gli apostoli (cfr. 18,18). Quindi Matteo è interessato a questo tema: ciò che la Chiesa fa e ciò che avverrà nella comunità. In questo senso e per la presenza di questi elementi, che gli altri Vangeli non contengono, è chiamato Vangelo ecclesiale.

 

Il Vangelo secondo Matteo si potrebbe definire anche il Vangelo del “fare” perché riassume il suo messaggio nell’osservanza pratica, come leggiamo nell’ultimo versetto quando Gesù dà la consegna agli undici apostoli: “Insegnate a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (28,20); l’insistenza cade sul fare pratico. Tale insistenza è però preparata già nei capitoli precedenti:

25,31-46, nel quadro del giudizio finale che consisterà in un esame sulle azioni concrete: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato. I giusti risponderanno al Signore: ma quando mai? Ed egli: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (v. 40); “In verità vi dico, ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me” (v. 45). Chiarissima la sottolineatura del fare: noi saremo giudicati sul fare, sull’aver fatto e sul non aver fatto;

7,24: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica” – la versione greca dice semplicemente “e le fa” – “è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi e la casa non cadde”. Il discepolo è colui che fa la parola;

7,26: al contrario, “chiunque ascolta queste mie parole e non le fa, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia”. Il contesto in cui Gesù dà questi insegnamenti è quello del primo grande discorso di Matteo, il discorso della montagna. Ed è anticipato appunto il criterio del giudizio finale: chi fa è saggio, chi non fa è stolto.

Il ritratto del vero discepolo è presentato in precedenza, al v. 21: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio”. Del resto, questa insistenza del Vangelo di Matteo è consona alla sua mentalità tipicamente ebraica. Nella tradizione rabbinica è dal “fare” che si vede la qualità della persona, che si comprende il suo essere.

 

In senso ancora più vasto bisogna pensare all’aspetto ecclesiale di Matteo come Vangelo del “Dio con noi” che, come vedremo subito, diventa, nella finale del Vangelo, il “Gesù con noi” sino alla fine dei tempi. Il Vangelo di Matteo mostra il passaggio dal potere (exousía) di Cristo a quello ecclesiale. Esso ci fa comprendere come dal potere universale di Cristo derivi la missione della Chiesa verso il mondo.

 

 

MEDITAZIONE: IL FINALE DEL VANGELO (Mt 28,16-20)

 

Per comprendere meglio la mentalità dell’autore di questo Vangelo, ci facciamo aiutare dal card. Martini nel contemplare una pagina particolare, l’ultima, perché è propria solo di Matteo ed è la chiave di tutto il Vangelo; ci presenta il mistero pasquale, la potenza del Cristo morto e risorto nella sua Chiesa. Leggiamola lasciandoci prendere dalla contemplazione delle parole che Gesù dice, guardando le persone, il tipo di rapporto che si instaura tra loro, lo sfondo delle azioni della vita di Gesù morto e risorto e della vita della Chiesa che si intravede a partire da questa scena. È il momento culminante della vita di Gesù che sta tra la storia da lui vissuta fino ad allora (predicazione, morte e risurrezione) e la vita della Chiesa che lo annuncerà fino alla fine dei tempi.

 

Mt 28,16-20: 16Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Alcuni però dubitavano. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

La promessa di Gesù: “Sarò con voi sino alla fine del mondo”

 

Per aiutare questa contemplazione riflettiamo su qualche parola del testo, cominciando dal fondo per risalire fino alle parole centrali. L’ultima parola di questo Vangelo è: “Fino alla consumazione dell’evo”, fino a che si consumi questa esperienza nella quale siamo immersi, fino a che giunga al suo compimento. Questa espressione di Matteo si ritrova anche in 24,3, quando gli apostoli domandano a Gesù, di fronte al tempio: “Quale sarà il segno della tua parusìa (= presenza, quindi venuta) e della consumazione di questo evo?” Cioè, qui viene messa in rapporto la fine della esperienza temporale, storica, presente e la parusia del Signore.

Queste parole si ritrovano anche in due parabole. In Mt 13,39 abbiamo la parabola della zizzania e del buon grano, della messe e della fine del tempo. Il nostro è un tempo in cui ancora si semina e si deve crescere: viene la fine del tempo in cui questa esperienza confusa e contraddittoria cesserà. Noi siamo in questa esperienza di confusione e di crescita insieme. Queste parole si trovano anche al termine della parabola della rete che raccoglie pesci di ogni tipo (13,49); alla fine del tempo gli angeli raccoglieranno ogni cosa. Noi siamo ancora in cammino verso questa fine, cioè nel momento in cui la rete è ancora una gran confusione di pesci, buoni e cattivi, fuori di noi e dentro di noi.

In questa esperienza temporale, storica, confusa, ambigua, nella quale noi ci troviamo, in cui è così difficile distinguere il bene dal male, il meglio dal peggio, in questa esperienza il Signore è con noi. Queste parole di Gesù ci garantiscono la sua presenza, non per un mondo già fatto, ma per il momento in cui l’esperienza è in corso; l’esperienza cresce e passa attraverso tutte le fasi di crescita, tutte le confusioni e ambiguità di crescita che sperimentiamo ogni giorno nella nostra esperienza religiosa ed ecclesiale e, in genere, nella storia del mondo. Detto ciò Gesù insiste: “Tutti quanti i giorni”, cioè non c’è nessun giorno di questa esperienza in cui il Signore non sia con noi, quindi la certezza con cui noi viviamo anche questo momento è la certezza che il Signore in ciascun giorno è con noi, Gesù non si sottrae in nessun momento.

Queste parole dunque ci riferiscono il “tempo” di questa promessa; andando indietro troviamo la promessa stessa: “Ecco io sono con voi”. Qui ci sarebbe da meditare senza fine, basta richiamare brevemente gli altri contesti biblici dove ricorre questa promessa: Es 3,12-14 (il roveto ardente di Mosè). È Dio che si presenta col suo Nome impronunciabile: “Ecco io sarò con te”.

Matteo riassume qui, nel Cristo morto e risorto, tutta l’esperienza di salvezza di Israele; lo presenta come colui che è la definitiva promessa di questa presenza. Potremmo seguire queste parole ancora nel corso della storia biblica; probabilmente possiamo riferire a esse la stessa formula dell’Alleanza: “Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo”. Questa comunione di Dio col popolo costituisce l’Alleanza. Questa formula la troviamo per esempio in Es 19,5-6: “Voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”: è questa “con-presenza” di Dio col popolo che costituisce l’Alleanza. Questa presenza continua, per esempio, in Gs 1,5-9: “Come sono stato con Mosè, Io sarò con te”. Queste parole sono riassuntive di tutta l’esperienza di Israele e anche di tutto il Vangelo di Matteo, perché certamente, non senza motivo, Matteo richiama qui le parole che ha già posto nella prima delle sue profezie: “Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi” (1,22-23).

Quindi il Vangelo di Matteo si apre con questa profezia e termina con la parola di avveramento: “Ecco io sono con voi”. Rileggendola, mi sembra che Matteo voglia insistere su di essa, perché, a prima vista, sembrerebbe strana, qui, la seconda parte di questa profezia: “Chiameranno il nome di lui Emmanuele”, perché in realtà si è detto: “Lo chiamerai con il suo nome: Gesù” (1,21). Matteo avrebbe potuto benissimo ovviare a questa difficoltà sopprimendo questo secondo versetto, ma se lo aggiunge spiegando “Dio con voi”, e proprio perché vuole orientare la nostra attenzione non tanto sul nome, che è Gesù, interpretato da Matteo stesso come “il Salvatore”, ma su ciò che Gesù rappresenterà: egli sarà l’avveramento definitivo della continua promessa e presenza di Dio a Israele, egli sarà il Dio con noi. Tutto il Vangelo di Matteo racconta come Gesù è stato il Dio con noi, attraverso quale manifestazione di sé, attraverso quale progressione di cammino, morte e resurrezione Gesù è giunto a essere il Dio con noi. Quindi Matteo ci insegna a cogliere anche attraverso quale via noi sentiamo Dio con noi, perché è un’esperienza che anche noi siamo chiamati a fare aprendo gli occhi e cogliendo il Dio con noi nella nostra esperienza di Chiesa.

Bisogna sottolineare l’importanza di queste parole per capire tutta la tensione che corre lungo il Vangelo di Matteo, dalla prima profezia misteriosa – “Sarà chiamato Emmanuele” – fino alla parola rivelatrice di Gesù. Ora questa promessa di Gesù di “essere con noi” viene spiegata nelle parole che seguono nelle sue due componenti: Io e voi.

 

I destinatari della “promessa”

 

Questo voi non si rivolge all’umanità in genere, ma è un “voi” molto specifico, espresso al v. 19: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Gesù è con la Chiesa missionaria, con la Chiesa confessante, con la Chiesa evangelizzante, non semplicemente con l’uomo qualunque. Gesù è con la Chiesa che continua la sua opera, che si muove, che cammina, che comunica la sua esperienza di discepolato (Papà Francesco direbbe: con la Chiesa “in uscita”). Gesù è con noi ogni volta che ci lasciamo muovere dal Vangelo, ogni volta che la nostra vita è Vangelo irradiato; Gesù è con noi, la sua Chiesa, quando ci immergiamo nella potenza del Padre, del Figlio e dello Spirito. Quindi Gesù è con la Chiesa che sottopone l’uomo alla potenza di Dio, immergendolo nello scatenamento di questa potenza che è del Padre, che ci dona la sua paternità, del Figlio, che ci dà la sua vita e ci indica come seguirlo, e dello Spirito, che fa di noi veri discepoli. Gesù è con noi, con la Chiesa, quando lo continuiamo nella nostra vita e, come sale della terra, rendiamo possibile intorno a noi l’esperienza di discepolato. Gesù è con noi quando viviamo la vita evangelica, è con noi nel nostro tentativo di viverla, quindi è una presenza attiva, stimolante.

Notate queste parole: “Insegnando a osservare”, cioè essendo maestri di vita pratica. Ciò che importa è che noi osserviamo e che col nostro modo di vivere insegniamo che cosa vuol dire osservare. Qui non si mette l’accento su una retta dottrina in se stessa, ma sulla capacità di far vivere evangelicamente la gente; quindi, prima di tutto, di impegnarci noi a vivere una vita evangelica. Quando contemplo questo, dico: Signore, non ce la faccio. Adoriamo il Signore che si presenta con esigenze così grandi, tali da farci veramente sentire che non è da noi tutto questo, ma che il Signore è con noi, proprio quando cominciamo a riconoscere che queste esigenze sono troppo grandi. Già qui cominciamo a percepire il senso della potenza di Dio, come si rivela secondo Matteo: un Dio che ci trae fuori da tutto ciò che è il nostro programma, così a misura nostra e non a misura di Dio, di fronte al quale ci sentiamo sconvolti, carenti, debitori, poveri. Qui è già il Vangelo che comincia a entrare in noi.

 

Il “potere” di Gesù

 

Dal contesto è chiaro che questo “Io” è colui che è morto e risorto, è il Cristo del mistero pasquale, il Cristo glorioso, che più ancora viene specificato dalle parole: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. È cioè quel Gesù che ha in mano tutta la storia. Pensiamo quale atto di fede viene richiesto qui ai discepoli, i quali, meno ancora di noi, vedevano il potere di Gesù nella storia: avevano sperimentato semplicemente la debolezza del Crocifisso e ora Gesù li invita ad accettarlo come colui che ha il potere reale per la salvezza di tutta l’umanità e, quindi, li può inviare. Gesù dice: “Io ho il potere… dunque andate…”, cioè sono con voi in questa missione che è stata la mia.

Per capire meglio queste parole, per contemplarle meglio, possiamo vederle nel contesto delle altre volte in cui appare la parola “potere”. Due casi specifici, in cui appare in Matteo e non negli altri Sinottici, sono:

– in 9,8, dopo che Gesù ha guarito il paralitico e gli ha perdonato i peccati: “La gente glorifica Dio che ha dato un tale potere agli uomini”. Qui già si intravede, dietro il potere di Gesù, il potere della Chiesa di perdonare; quindi Gesù che è con noi nella missione riconciliativa e purificatrice;

– in 10,1, in cui Gesù comunica agli apostoli il potere di cacciare gli spiriti immondi, guarire ogni malattia e ogni sofferenza. Quindi questo potere di Gesù di perdonare, di guarire, è tutto il suo potere salvifico. Per contemplarlo meglio si può vedere anche 11,25-27: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a Te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.

In questa luce dobbiamo vedere la frase “mi è stato dato ogni potere”; ciò significa che Gesù è nel Padre, conosce perfettamente il Padre, da lui riceve ogni cosa, a partire dal Padre comunica a noi la nostra storia di adesso. Quindi, rovesciando questa catena discendente, deduciamo che noi siamo in Gesù e nel Padre, che noi siamo in Dio, cioè che Colui che ha in sé la chiave della storia, Colui che ha in mano l’umanità e l’universo è con noi, è in noi e noi siamo in lui. Ecco la promessa finale di Gesù, promessa che è fatta nella fede, perché sembra contrastare con l’esperienza di questi discepoli perseguitati, pochi, poveri, non troppo amalgamati tra di loro. La manifestazione di Gesù avviene in una cornice estremamente semplice, modesta, sconosciuta al mondo, in una assoluta riservatezza e modestia, che corrisponde a tutto il modo di rivelarsi di Dio in Gesù, al modo di rivelarsi di Dio nel Vangelo, a Dio che si rivela ai piccoli e si nasconde ai sapienti.

 

La reazione dell’uomo di fronte alla manifestazione di Dio

 

Come ultimo momento di questa contemplazione, proprio per sottolineare questo contrasto tra immensità di promesse e modestia di cornice esteriore, ecco la parola introduttiva di Matteo: “Vedendolo lo adoravano, alcuni però dubitavano” (28,17).

Mentre dalla parte di Gesù ci sono parole che evocano con insistenza il senso della pienezza, della totalità (ogni potere, in cielo e in terra, tutte le nazioni, tutto ciò che vi ho comandato, tutti i giorni, la Trinità), gli apostoli sono undici e non dodici, e alcuni dubitano.

Matteo ha voluto farci vedere che, anche nella manifestazione più solenne di Gesù, c’è chi lo adora e c’è chi non sa decidersi. Cioè la manifestazione della potenza di Dio è fino alla fine dei secoli umile, nascosta, fatta ai piccoli, ai poveri, davanti a essa bisogna saper aprire gli occhi; continuamente suscita quindi adorazione e sottomissione incondizionata alla potenza del Padre, del Figlio e dello Spirito o, invece, paura, ritegno ecc.

Anche qui l’umiltà della manifestazione di Gesù, che ha preso su di sé le nostre malattie, che si è presentato come uno che si occupa di persone poco interessanti, che non sa sconfiggere l’avversario, ci viene presentata con il duplice effetto: di aprire gli occhi a riconoscere la potenza di Dio che si rivela nel povero, oppure di non riuscire a capire perché Dio si rivela così.

Questa divisione è quella che sentiamo anche in noi stessi; anche in noi c’è una parte che dice: qui c’è il Signore, devo adorarlo; e una parte che dice: ma perché? In fondo ci sono mille cose che lasciano perplessi. Vedete, quindi, con quanta sapienza pastorale Matteo, anche nella scena gloriosa conclusiva, mette questo contrappunto che è in noi stessi. Anche di fronte alla manifestazione di Dio sentiamo affiorare il nostro peso, il nostro dubbio, le nostre perplessità, da cui non possiamo uscire da soli, con un puro ragionamento, ma solo risottomettendoci a questa potenza. Anche qui la nostra stessa impotenza viene a galla: Signore, non possiamo adorarti se tu stesso non prendi possesso di noi, se tu stesso non ci spogli, non ci fai piccoli, non ci apri gli occhi. Di qui può partire anche la nostra preghiera perché il Signore metta in luce ciò che in noi è diffidenza, paura, ritegno, perplessità; perché possiamo, nella fede, portarlo davanti a lui e chiedere che lo sommerga nella sua potenza, che diventiamo apostoli, suoi adoratori.

Così possiamo riflettere su questa scena conclusiva, in cui Gesù ci appare come colui che è adesso presente, in questa nostra disponibilità a riceverlo, ma anche in tutte le nostre indisponibilità, che sono ugualmente parte della nostra esperienza ambigua e confusa di Chiesa e che ancora stiamo vivendo.