Antifone maggiori di Avvento (Antifone "O")

Le antifone maggiori dell'Avvento (o anche antifone O, perché cominciano tutte con il vocativo "O") sono sette antifone latine proprie della Liturgia delle Ore secondo il rito romano. Vengono cantate come antifone del Magnificat nei vespri e come versetto dell’alleluia nella Messa delle ferie maggiori dell'Avvento, ovvero dal 17 al 23 dicembre.

La loro origine è sconosciuta, ma Severino Boezio sembra menzionarle già nel sesto secolo a Roma, al tempo della riforma liturgica di papa san Gregorio Magno (540-604). I sostantivi con cui ogni antifona si apre hanno origine nella Bibbia e sono utilizzati come titoli di Gesù Cristo.

È stato osservato fin dal Medioevo che le lettere iniziali di questi stessi sostantivi, lette partendo dall'ultima antifona, formano la frase latina ero cras, cioè "Domani sar (qui)".

O Sapientia,                                               O Sapienza,
quae ex ore Altissimi prodisti,                        che uscisti dalla bocca dell'Altissimo,
attingens a fine usque ad finem,                   arrivando da un confine all'altro [della terra],
fortiter suaviter disponensque omnia:            disponendo tutto con forza e dolcezza:
veni ad docendum nos viam prudentiae.         vieni ad insegnarci la via della prudenza.


O Adonai,                                                 O Adonai (ebr: Signore),
et dux domus Israël,                                   e condottiero della casa di Israele,

qui Moysi in igne flammae rubi apparuisti,        che sei apparso a Mosè nel fuoco rosso di fiamma,

et ei in Sina legem dedisti:                           e sul Sinai gli donasti la legge:

veni ad redimendum nos in brachio extento.   vieni a riscattarci col tuo braccio disteso.

 

O Radix Jesse,                                             O Radice di Iesse,

qui stas in signum populorum,                       che stai come segno per i popoli,

super quem continebunt reges os suum,        davanti al quale i re chiudono la loro bocca,

quem gentes deprecabuntur:                        e che le nazioni acclamano:
veni ad liberandum nos,                                vieni a liberarci,
jam noli tardare.                                          non tardare.


O Clavis David,                                             O Chiave di David,
et sceptrum domus Israël,                             e scettro della casa di Israele,
qui aperis, et nemo claudit,                           che apri e nessuno chiude,
claudis, et nemo aperit:                                chiudi e nessuno apre:
veni, et educ vinctum                                  vieni e libera il prigioniero
de domo carceris,                                        dal carcere,
sedentem in tenebris                                   che siede nelle tenebre
et umbra mortis.                                         e nell'ombra della morte.


O Oriens,                                                    O (astro) Sorgente,
splendor lucis aeternae,                                splendore di luce eterna,
et sol justitiae:                                            e sole di giustizia:
veni, et illumina                                           vieni ed illumina
sedentes in tenebris,                                   chi siede nelle tenebre,
et umbra mortis.                                         e nell'ombra della morte. 

 

O Rex Gentium,                                          O Re delle Genti,
et desideratus earum,                                  e loro desiderato,
lapisque angularis,                                        e pietra angolare,
qui facis utraque unum:                                che fai i due [popoli] uno solo:
veni, et salva hominem,                                vieni, e salva l'uomo,
quem de limo formasti.                                 che hai plasmato dal fango.


O Emmanuel,                                             O Emmanuele,
Rex et legifer noster,                                   nostro re e legislatore,
expectatio gentium,                                    attesa delle genti,
et Salvator earum:                                      e loro Salvatore:
veni ad salvandum nos,                                vieni a salvare noi,
Domine, Deus noster.                                  Signore, nostro Dio.

 

O Sapientia,                                               O Sapienza,

quae ex ore Altissimi prodisti,                        che uscisti dalla bocca dell'Altissimo,

attingens a fine usque ad finem,                    arrivando da un confine all'altro [della terra],

fortiter suaviter disponensque omnia:             disponendo tutto con forza e dolcezza:

veni ad docendum nos viam prudentiae.          vieni ad insegnarci la via della prudenza.

La prima antifona identifica Cristo con la sapienza. Che cos’è la sapienza? Per noi oggi è una qualità umana o al massimo (se ci ricordiamo il catechismo) il primo dei sette doni dello Spirito Santo, ma la storia di questa parola è molto antica. In Mesopotamia e in tutto il bacino del Mediterraneo (Egitto, Grecia) si è sviluppato fin dal terzo millennio avanti Cristo quello che potremmo chiamare un movimento culturale o perlomeno una letteratura chiamata appunto sapienziale, caratterizzati dalla ricerca della sapienza, intesa con varie sfumature, ma soprattutto come capacità pratica di orientare bene la propria vita in tutti gli ambiti. Ci sono stati dei “sapienti” anche in Israele che ovviamente hanno cercato di ricondurre questo concetto all’interno della rivelazione biblica.

Nell’AT, allora, soprattutto nei sette libri sapienziali (Giobbe, Salmi, Proverbi, Qoelet, Cantico dei cantici, Sapienza e Siracide; gli ultimi due non sono riconosciuti come libri ispirati dagli ebrei e dalla maggior parte dei protestanti), la sapienza può assumere tre diversi significati:

  • sapienza-saggezza pratica, relativa alla vita e alle relazioni umane;
  • la Toràh, la Legge, spesso personificata, che regola i rapporti umani e anche il legame con Dio;
  • un essere personificato, diverso da Dio ma da lui creato o derivato, che ha partecipato alla creazione dell'universo e guida l'azione degli uomini nel cammino della santità.

In questo senso personificato, leggiamo ad esempio nel libro del Siracide (24,1-21): «1 La sapienza loda se stessa, / si vanta in mezzo al suo popolo. / 2 Nell'assemblea dell'Altissimo apre la bocca, / si glorifica davanti alla sua potenza: / 3 «Io sono uscita dalla bocca dell'Altissimo / e ho ricoperto come nube la terra. / 4 Ho posto la mia dimora lassù, / il mio trono era su una colonna di nubi. / 5 Il giro del cielo da sola ho percorso, / ho passeggiato nelle profondità degli abissi. / 6 Sulle onde del mare e su tutta la terra, / su ogni popolo e nazione ho preso dominio. / 7 Fra tutti questi cercai un luogo di riposo, / in quale possedimento stabilirmi. / 8 Allora il creatore dell'universo mi diede un ordine, / il mio creatore mi fece posare la tenda / e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe / e prendi in eredità Israele. / 9Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi creò; / per tutta l'eternità non verrà meno...».

Oppure nel libro della Sapienza 7,22-30 (elogio della sapienza) o anche in Sap 9,9: «Con te è la sapienza che conosce le tue opere, / che era presente quando creavi il mondo; / essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi / e ciò che è conforme ai tuoi decreti»[1].

Nei vangeli e negli altri testi del Nuovo Testamento, Gesù di solito non viene identificato con la Sapienza, anche se la sua predicazione presenta a volte caratteristiche sapienziali, tuttavia in Mt 11,19 e Lc 7,35 Gesù si identifica proprio con la Sapienza e con le sue opere: «È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere» (Mt 11,19). «È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”. Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli» (Lc 7,34-35).

Anche San Paolo, parlando della "follia della croce" (1Cor 1,23-24), definisce Gesù crocifisso come sapienza di Dio: «per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio». Ma è soprattutto nella lettera ai Colossesi (2,3: «nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza») in particolare nell'inno del primo capitolo che Paolo attribuisce a Gesù alcune espressioni che l'AT usa per la Sapienza personificata: Cristo è "immagine del Dio invisibile" (Col 1,15; Sap 7,26), "primogenito della creazione" (Col 1,15.17; cfr. Pr 8,22; Sir 1,4; 24,9; Sap 9,9) e tramite della creazione (Col 1,16; cfr. Pr 3,19; 8,30-31; Sap 7,21; 8,4-5; 9,2).

Nel prologo del Vangelo secondo Giovanni non si usa la parola ‘sapienza’ (sophia), ma un’altra parola greca (Logos) con la quale comunque si attribuiscono a Gesù le caratteristiche della Sapienza personificata aggiungendovi la natura divina (Gv 1,1-4): il Logos è Dio, da principio presso Dio, artefice della creazione (come Sap 9,9).

Perciò, anche se molti padri della chiesa, come Teofilo di Antiochia, hanno identificato la sapienza dell’AT con lo Spirito Santo, molti altri padri della chiesa, come Origene, hanno fatto coincidere la Sapienza personificata con Gesù-Logos, la Parola che esce dalla bocca dell’Altissimo. Gesù è tutto ciò che Dio ci vuole dire e dare, cioè se stesso, e quindi è la Parola di Dio proferita dal Padre ed è la sapienza in essa contenuta.

In questa antifona invochiamo la sua venuta perché ci indichi la via della “prudenza” che in realtà è proprio la versione, prima ellenistica (Platone) e poi cristiana della sapienza pratica dell’AT: è la prima delle quattro virtù cardinali; quella che, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1806, «dispone a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo: la prudenza è la «retta norma dell'azione», scrive san Tommaso sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. È detta «auriga virtutum – cocchiere delle virtù» perché dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare».

O Adonai,                                                        O Adonai,

et dux domus Israël,                                          e condottiero della casa di Israele,

qui Moysi in igne flammae rubi apparuisti,              che sei apparso a Mosè nel fuoco rosso di fiamma,

et ei in Sina legem dedisti:                                 e sul Sinai gli donasti la legge:

veni ad redimendum nos in brachio extento.         vieni a riscattarci col tuo braccio disteso.

La parola Adonai in ebraico significa Signore e viene usata al posto del nome di Dio per non pronunciarlo, in segno di sacro rispetto: ogni volta che nella Bibbia si trova scritto il Tetragramma ovvero le quattro consonanti del nome di Dio (JHWH), gli ebrei leggono ‘Adonai’, cioè Signore. ‘Adonai’ quindi allude al nome impronunciabile che è stato rivelato Mosè nella visione del roveto che bruciava senza consumarsi (Es 3,1-14). La seconda antifona evoca proprio quella scena, in cui il Signore si rivela a Mosè e in seguito, dopo aver liberato il popolo dall’Egitto, gli dona la legge sul monte Sinai. Ci  significa che in Gesù è Dio stesso, lo stesso Dio che ha liberato Israele e gli ha donato la Legge, che ora viene a liberare noi (dal peccato) con la potenza del suo braccio, quel braccio forte di cui si parla più volte nell’AT (come in Es 15,16) e che nel NT viene esaltato nel Magnificat, il cantico di Maria (Lc 1,51): «Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore».

Dell’antifona si parla anche di redenzione: è una parola cristiana molto usata anche se spesso se ne dimentica l’origine. Veniva redento o riscattato uno schiavo, quando qualcuno ne pagava il prezzo per renderlo libero. Cristo ha pagato con la sua vita la nostra liberazione dal peccato, anche se questa metafora non va spinta troppo in là: non si deve credere, infatti, che Gesù abbia pagato questo prezzo a qualcuno, ad esempio il diavolo. Semplicemente, come si dice nel linguaggio comune, Gesù ha pagato a caro prezzo la nostra libertà dal peccato.

O Radix Jesse,                                                 O Radice di Iesse,

qui stas in signum populorum,                            che stai come segno per i popoli,

super quem continebunt reges os suum,            davanti al quale i re chiudono la loro bocca,

quem gentes deprecabuntur:                           e che le nazioni acclamano:

veni ad liberandum nos, jam noli tardare.             vieni a liberarci, non tardare.

Iesse era il padre del re Davide (e di altri sette figli maschi più grandi di lui, cf. 1Sam 16) al quale Dio aveva giurato che il suo trono sarebbe durato per sempre. Col tempo, questa promessa fu interpretata anche nel senso che un suo discendente sarebbe stato il Messia, cioè il re consacrato (da Dio), colui che avrebbe instaurato il regno di Dio sulla terra. Ma nel 587 a.C. l'esercito di Nabucodonosor attaccò, conquistò e saccheggiò Gerusalemme; l’ultimo re discendente di Davide, Sedecia, fu catturato, i suoi figli furono uccisi davanti a lui, egli fu accecato (subendo la pena dei vassalli infedeli) e portato a Babilonia dove morì in carcere. Così finiva il casato di Davide e con esso sembrava che la profezia dovesse cadere nel vuoto. Ma come sappiamo, da un ramo secondario e povero della famiglia di Davide, un lontano discendente del re, Giuseppe, fece da padre a Gesù confermando le profezie messianiche. Per formulare questa promessa, Isaia utilizza una metafora: il casato di Davide è come un albero abbattuto, ma dal ceppo, dalle radici che ancora rimangono nel terreno spunta un virgulto, un rametto che cresce, si irrobustisce e diventa un nuovo albero.

La terza antifona di avvento fa proprio riferimento alla profezia di Is 11, soprattutto al v. 10: «In quel giorno / la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli, / le genti la cercheranno con ansia, / la sua dimora sarà gloriosa». Questo albero cresciuto dalla radice di Iesse diventa come una bandiera, un segnale che i popoli vedono e cercano da lontano.

Anche il libro dell’Apocalisse (22,16) definisce Gesù come la radice di Davide, e nella Lettera ai Romani (15,9-12) San Paolo cita la profezia di Isaia proprio per dimostrare che le genti pagane fin da principio erano incluse nel progetto della salvezza di Dio.

Nell’antifona si fa riferimento anche a un altro testo di Isaia, l’inizio del quarto e ultimo “canto del servo del Signore” (Is 52,13-53,12): «13 Ecco, il mio servo avrà successo, / sarà onorato, esaltato e molto innalzato. / 14 Come molti si stupirono di lui / - tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto / e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo - / 15 così si meraviglieranno di lui molte genti; / i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, / poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato / e comprenderanno ciò che mai avevano udito».

Il risultato dell’intreccio di questi due testi di Isaia è che tutte le genti ripudiano i loro re acclamando come loro unico re il Cristo, mentre i re della terra ammutoliscono sottomessi davanti a lui, nato dal ceppo di Iesse, che viene invocato da tutte le nazioni come liberatore. Qui viene introdotto il tema della regalità universale di Cristo (non solo su Israele) che sarà ripreso anche nelle ultime due antifone.

O Clavis David,                                               O Chiave di David,
et sceptrum domus Israël,                               e scettro della casa di Israele,
qui aperis, et nemo claudit,                             che apri e nessuno chiude,
claudis, et nemo aperit:                                  chiudi e nessuno apre:
veni, et educ vinctum                                    vieni e libera il prigioniero
de domo carceris,                                          dal carcere,
sedentem in tenebris                                     che siede nelle tenebre
et umbra mortis.                                            e nell'ombra della morte.

 

La quarta antifona mette insieme una profezia di Is 22 (prima parte) e altre allusioni all’AT (seconda parte). La profezia di Isaia riguarda Sebnà e Eliakìm, due personaggi di cui si parla del secondo Libro dei Re ai capitoli 18-20. Intorno al 700 a.C. il re di Assiria Sennàcherib assediò Gerusalemme durante il regno di Ezechìa e, secondo la Bibbia, fu miracolosamente sconfitto a causa di un’epidemia che in una sola notte uccise 185.000 uomini del suo esercito. Sebnà era il maggiordomo, cioè il primo ministro del re Ezechia, mentre Eliakìm era colui che lo sostituì nella sua carica. Il testo di Isaia suona così:

«15 Così dice il Signore, Dio degli eserciti: / «Rècati da questo ministro, / presso Sebnà, il maggiordomo, / 16 che si taglia in alto il sepolcro / e si scava nella rupe la tomba: / Che cosa possiedi tu qui e chi hai tu qui, / che ti stai scavando qui un sepolcro? / 17 Ecco, il Signore ti scaglierà giù a precipizio, o uomo, / ti afferrerà saldamente, / 18 ti rotolerà ben bene a rotoli / come palla, verso un esteso paese. / Là morirai e là finiranno i tuoi carri superbi, / o ignominia del palazzo del tuo padrone! / 19 Ti toglierà la carica, / ti rovescerà dal tuo posto. / 20 In quel giorno chiamerà il mio servo / Eliakìm, figlio di Chelkia; / 21l o rivestirò con la tua tunica, / lo cingerò della tua cintura / e metterò il tuo potere nelle sue mani. / Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme / e per il casato di Giuda. / 22 Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide; / se egli apre, nessuno chiuderà; / se egli chiude, nessuno potrà aprire. / 23 Lo conficcherò come un paletto in luogo solido / e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre».

È questo l’unico oracolo di Isaia che riguarda un privato. Questo Sebnà era forse uno straniero che era giunto alla più alta carica, quella di primo ministro del re Ezechia. Isaia è il solo che menzioni la sua destituzione (“ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto”) e la sua sostituzione da parte di Eliakìm, figlio di Chelkìa (“in quel giorno avverrà che io chiamerò Eliakìm: lo rivestirò della tua tunica, lo cingerò della tua cintura, e metterò il tuo potere nelle sue mani”). Il libro dei Re dà il risultato di questo provvedimento: Eliakìm è primo ministro e Sebna non lo è più, ma solo suo scriba, o segretario (2 Re 18,26.37).

L’episodio ci fa conoscere i gesti simbolici per la consegna del potere: la tunica (il mantello) e la cintura venivano tolti a colui che si era mostrato inetto ed erano consegnati al nuovo incaricato. “Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di David”: le chiavi erano allora molto grandi, così che le si potevano mettere sulle spalle come una responsabilità che pesa. Si tratta di pieni poteri (se egli apre nessuno chiuderà, se egli chiude nessuno potrà aprire). La pesantezza dell’incarico affidato ad una persona determinata è sostenuta da Dio stesso («Lo conficcherò come un piolo in luogo solido») e la fedeltà al servizio sarà premiata con un trono di gloria per la casa di suo padre, cioè tutti i suoi familiari potranno gloriarsene.

Questa lettura viene utilizzata nella liturgia per farci comprendere le parole di Gesù con le quali affida a Pietro il primato. Qui però non si parla di Pietro: Gesù ha affidato a Simone le chiavi del regno perché prima di tutto appartengono a lui, a Gesù, così come gli appartiene lo scettro regale. Anche nel libro dell’Apocalisse (3,7) si fa menzione della profezia di Isaia: «7 All'angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi: Così parla il Santo, il Verace, / Colui che ha la chiave di Davide: / quando egli apre nessuno chiude, / e quando chiude nessuno apre. / 8 Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere...».

Nella seconda parte dell’antifona, però, la chiave di Davide serve per aprire non il Regno di Dio, ma la prigione, per liberare i prigionieri che siedono nelle tenebre e nell’ombra della morte: è una citazione del salmo 106 che, come dice il cardinale Ravasi, presenta quasi quattro “ex voto”, quattro ringraziamenti di persone la cui vita è stata salvata rispettivamente dal deserto in cui si erano persi, dalla prigione, dalla malattia e dal naufragio in mare. In realtà, dietro ciascuno di questi quattro pericoli mortali, si intravvede la storia di Israele nel suo esodo, che ha vagato nel deserto, è stato liberato dalla prigionia e dalla schiavitù, è stato colpito nella salute e ha attraversato il Mar Rosso.

La quarta l’antifona cita il secondo quadro del salmo: «10 Abitavano nelle tenebre e nell'ombra di morte, / prigionieri della miseria e dei ceppi, / 11 perché si erano ribellati alla parola di Dio / e avevano disprezzato il disegno dell'Altissimo. / 12 Egli piegò il loro cuore sotto le sventure; / cadevano e nessuno li aiutava. / 13 Nell'angoscia gridarono al Signore / ed egli li liberò dalle loro angustie. / 14 Li fece uscire dalle tenebre e dall'ombra di morte / e spezzò le loro catene. / 15 Ringrazino il Signore per la sua misericordia, / per i suoi prodigi a favore degli uomini; / 16perché ha infranto le porte di bronzo / e ha spezzato le barre di ferro».

Questa stessa espressione che troviamo due volte nel salmo (delle tenebre e nell’ombra di morte) la ritroviamo nel Vangelo di Luca al primo capitolo, precisamente nel Benedictus, il cantico di Zaccaria, padre di Giovanni battista (Lc 1,78-79): «... verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge / 79per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre / e nell'ombra della morte / e dirigere i nostri passi sulla via della pace».

E infatti, dopo la citazione delle tenebre e dell’ombra di morte nella quarta antifona, nella quinta si riprende la stessa citazione e in aggiunta si parla di un astro che sorge come splendore di luce eterna e sole di giustizia.

O Oriens,                                     O (astro) Sorgente,
splendor lucis aeternae,                  splendore di luce eterna,
et sol justitiae:                              e sole di giustizia:
veni, et illumina                             vieni ed illumina
sedentes in tenebris,                     chi siede nelle tenebre,
et umbra mortis.                           e nell'ombra della morte.

 

Non soltanto nel Benedictus Gesù viene paragonato a un sole che sorge («Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio / per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge / per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre / e nell’ombra della morte / e dirigere i nostri passi / sulla via della pace» Lc 1,77-79): ci sono altri brani che possiamo ricordare in cui il Messia è paragonato a una stella o al sole.

Nell’AT abbiamo la profezia di Balaam, una specie di stregone o sciamano, nobilitato dalla Bibbia come profeta, che viene interpellato dal re di Moab, Balak, per maledire Israele e invece viene ispirato da Dio per benedirlo (Num 24,17): «Io lo vedo, ma non ora, / io lo contemplo, ma non da vicino: / Una stella spunta da Giacobbe / e uno scettro sorge da Israele». Questa profezia, un po’ generica, sulla potenza futura di Israele, è stata successivamente interpretata come profezia messianica.

Nel NT abbiamo una frase molto chiara nel libro dell’Apocalisse (Ap 22,16; cf. 2,28): «Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino».

Forse anche 2 Pt 1,19 allude a Gesù come stella del mattino, astro di luminoso splendore in confronto alle piccole e timide luci della profezia che lo ha preceduto: «E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l'attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori». La quinta antifona riprende anche una profezia di Malachia (3,19-20) che annuncia la venuta del giorno del Signore e le sue conseguenze opposte per gli ingiusti, da una parte, e dall’altra per coloro che onorano il Signore: «19 Ecco infatti sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno venendo li incendierà - dice il Signore degli eserciti - in modo da non lasciar loro né radice né germoglio. 20 Per voi invece, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla».

Anche Is 42,6-7 annuncia l’illuminazione (oltre che la liberazione, come nell’antifona precedente) di coloro che abitano nelle tenebre: «6 Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia / e ti ho preso per mano; / ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo / e luce delle nazioni, / 7 perché tu apra gli occhi ai ciechi / e faccia uscire dal carcere i prigionieri, / dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

O Rex Gentium,                       O Re delle Genti,
et desideratus earum,               e loro desiderato,
lapisque angularis,                     e pietra angolare,
qui facis utraque unum:             che fai i due [popoli] uno solo:
veni, et salva hominem,             vieni, e salva l'uomo,
quem de limo formasti.              che hai plasmato dal fango.

Anche se nell’AT c’era una profezia di Zaccaria (14,9) che diceva «Il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome», soltanto alla fine della Bibbia, al capitolo 15 del libro dell’Apocalisse, Gesù (o Dio? È il “cantico dell’Agnello” e si rivolge al “Signore Dio onnipotente”) viene definito “re delle genti”: «coloro che avevano vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di cristallo. Accompagnando il canto con le arpe divine, 3 cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell'Agnello: «Grandi e mirabili sono le tue opere, / o Signore Dio onnipotente; / giuste e veraci le tue vie, / o Re delle genti! / 4 Chi non temerà, o Signore, / e non glorificherà il tuo nome? / Poiché tu solo sei santo. / Tutte le genti verranno / e si prostreranno davanti a te, / perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati» (Ap 15,2-4).

Per gli ebrei, le genti sono tutti i popoli pagani, quelli che non sono ebrei. Qui Cristo non è più identificato come il Re d’Israele, ma come il Re delle genti, dei pagani, perché come dice la lettera agli Efesini, «ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi perché tali sono nella carne per mano di uomo, 12 ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. 13 Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. 14 Egli infatti è la nostra pace, / colui che ha fatto dei due un popolo solo, / abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, / cioè l'inimicizia, / 15 annullando, per mezzo della sua carne, / la legge fatta di prescrizioni e di decreti, / per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, / facendo la pace, / 16 e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, / per mezzo della croce, / distruggendo in se stesso l'inimicizia. / 17 Egli è venuto perciò ad annunziare pace / a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. / 18 Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, / al Padre in un solo Spirito. / 19 Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20 edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21 In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22 in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (2,11-22).

L’espressione “pietra angolare” o “pietra d’angolo” o “testata d’angolo” non ricorre soltanto nella lettera agli Efesini: tutti e tre i vangeli sinottici (Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17) ricordano che Gesù stesso, durante i suoi ultimi giorni a Gerusalemme, ha citato il salmo 118,22 («La pietra scartata dai costruttori / è divenuta testata d'angolo») riferendo a se stesso quella frase che viene citata anche da Pietro negli Atti degli apostoli 4,11-12: «11 Questo Gesù è “la pietra che, scartata da voi, costruttori, / è diventata testata d'angolo”. 12 In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati».

Lo stesso Pietro, nella sua prima lettera, cita il passo molto simile di Is 28,16 («Dice il Signore Dio: / «Ecco io pongo una pietra in Sion, / una pietra scelta, / angolare, preziosa, saldamente fondata: / chi crede non vacillerà») e lo intreccia con Is 8,14: («13 Il Signore degli eserciti, lui solo ritenete santo. / Egli sia l'oggetto del vostro timore, della vostra paura. / 14 Egli sarà laccio e pietra d'inciampo»). Leggiamo infatti in 1 Pt 2,4-10: «4 Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, 5 anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. 6 Si legge infatti nella Scrittura: “Ecco io pongo in Sion / una pietra angolare, scelta, preziosa / e chi crede in essa non resterà confuso”. 7 Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli “la pietra che i costruttori hanno scartato / è divenuta la pietra angolare, / 8 sasso d'inciampo e pietra di scandalo”. Loro v'inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati. 9 Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; 10 voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia»[2]. Vediamo che anche qui, come nella Lettera agli Efesini, si parla di Gesù come pietra angolare in un contesto che vede i pagani, le genti, diventare popolo di Dio (cf. Rom 9,33).

L’ultima allusione biblica della sesta antifona fa riferimento al secondo racconto della creazione, dove Dio crea l’uomo plasmandolo con la polvere del suolo: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). L’antifona però non dice de pulvere, dalla polvere, ma de limo: dal fango. La scelta di questo vocabolo sembra sottolineare maggiormente il bisogno di salvezza della creatura.

O Emmanuel,                         O Emmanuele,
Rex et legifer noster,               nostro re e legislatore,
expectatio gentium,                attesa delle genti,
et Salvator earum:                   e loro Salvatore:
veni ad salvandum nos,             vieni a salvare noi,
Domine, Deus noster.              Signore, nostro Dio.

Nella meditazione di due settimane fa, abbiamo incontrato proprio questo titolo, Emmanuele, nel Vangelo secondo Matteo (proveniente da Is 7,14): «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio / che sarà chiamato Emmanuele, / che significa Dio con noi» (Mt 1,23). Abbiamo anche visto come questa profezia posta all’inizio del Vangelo si comprenda pienamente solo alla fine, quando gli undici apostoli sono inviati a tutte le genti, alle nazioni pagane. Gesù promette di restare sempre con i suoi missionari: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla consumazione dell’evo” (Mt 28,20) perciò, anche se il suo nome è Gesù, è veramente lui l’Emmanuele, il Dio con noi.

L’ultima antifona di avvento attribuisce a Gesù anche i titoli di re e di legislatore: la regalità di Gesù viene adombrata da tutti e quattro i vangeli nel racconto della passione, quando viene incoronato con le spine e Pilato fa apporre sulla sua croce un cartello che dice: “Questi è il re dei Giudei”. “Legislatore” invece è un titolo molto specifico che allude (come abbiamo visto nella precedente meditazione) al discorso della montagna dell’evangelista Matteo, in cui Gesù viene tratteggiato come il nuovo Mosè che porta a compimento la Legge con un’autorità superiore a quella dello stesso Mosè.

Per quanto riguarda la “attesa” delle genti, non è proprio una citazione biblica letterale: forse quella che le si avvicina di più è il primo canto del servo del Signore (Is 42,1-4): «1 Ecco il mio servo che io sostengo, / il mio eletto di cui mi compiaccio. / Ho posto il mio spirito su di lui; / egli porterà il diritto alle nazioni. / 2 Non griderà né alzerà il tono, / non farà udire in piazza la sua voce, / 3 non spezzerà una canna incrinata, / non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. / Proclamerà il diritto con fermezza; / 4 non verrà meno e non si abbatterà, / finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; / e per la sua dottrina saranno in attesa le isole».

Le isole alle quali Isaia spesso allude sono le isole del Mar Mediterraneo come Cipro, Creta, Malta, Sicilia, Sardegna… luoghi molto lontani dal desertico Israele, soprattutto ai tempi del profeta.

Infine, “Salvatore” è un titolo che nell’AT viene attribuito a Dio, mentre nel NT viene attribuito in prevalenza a Gesù, ma non ricorre molto frequentemente: non compare negli scritti più antichi del NT, ma sembra essere attribuito a Gesù più tardi[3] e verrà usato soprattutto nella riflessione e nella preghiera cristiane successive al NT.

Tradizionalmente, Dio era considerato il salvatore di Israele nei confronti delle nazioni pagane che opprimevano il suo popolo e così pure il Cristo, il Messia, avrebbe dovuto salvare Israele dai suoi nemici, mentre invece questa antifona proclama Gesù “salvatore delle genti”: l’idea di salvezza, quindi, non è più politico-militare, ma è ormai decisamente spirituale.

A conclusione, possiamo ascoltare le sette antifone maggiori di avvento in gregoriano:

https://www.youtube.com/playlist?list=PLnZN-hrT0fqaPoAiLVtMTeEaJxpICD5hJ

 

[1] A partire da questi testi, nell’ambito della chiesa russa, nel XX secolo si è sviluppata una corrente teologico-mistica (poi condannata come eretica dalla chiesa ortodossa) denominata sofianismo o sofiologia che ha indagato sulla natura di un'entità chiamata appunto “Sofia”, intesa come «eterna armonia», «unità prodotta dal divino organismo di Cristo», «umanità ideale perfetta, contenuta dall’eternità nell'essenza totale di Dio o di Cristo». Capostipite del sofianismo è considerato Sergej Nikolaevič Bulgakov.

[2] Anche Rom 9,33 cita questo versetto: «30 Che diremo dunque? Che i pagani, che non ricercavano la giustizia, hanno raggiunto la giustizia: la giustizia però che deriva dalla fede; 31 mentre Israele, che ricercava una legge che gli desse la giustizia, non è giunto alla pratica della legge. 32 E perché mai? Perché non la ricercava dalla fede, ma come se derivasse dalle opere. Hanno urtato così contro la pietra d'inciampo, 33 come sta scritto: “Ecco che io pongo in Sion una pietra di scandalo / e un sasso d'inciampo; / ma chi crede in lui non sarà deluso” (Rom 9,30-33). Questa convergenza tra Rom e 1 Pt sta a indicare che, fin dall’età apostolica, questo testo di Isaia era uno di quelli che venivano citati per dimostrare che Gesù è il Cristo e che il rifiuto da parte delle autorità religiose era già stato predetto dai profeti.

[3] Nei Vangeli lo troviamo soltanto in Lc 2,11: «Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» e in Gv 4,42 quando i samaritani dicono alla donna che ha incontrato Gesù vicino al pozzo di Giacobbe: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». Poi troviamo ancora il titolo di Salvatore due volte negli Atti degli apostoli (5,31 e 13,23), una volta nella Lettera ai Filippesi (3,20) e nella Lettera agli Efesini (5,23). Quindi l’uso di questo titolo si moltiplica negli scritti più tardivi del NT: dieci volte nelle lettere pastorali, cioè quelle rivolte a Timoteo e Tito (1 Tm 1,1; 2,3; 4,10; 2 Tm 1,10; Tt 1,3; 1,4; 2,10; 2,13; 3,4; 3,6); cinque volte nella seconda Lettera di Pietro (2 Pt 1,1; 1,11; 2,20; 3,2; 3,18); una volta nella prima Lettera di Giovanni (1 Gv 4,14) e nella Lettera di Giuda (25). Nel libro dell’Apocalisse questo titolo non appare, ma per tre volte a Dio viene attribuita la salvezza, la prima volta insieme all’Agnello e la seconda volta insieme al Cristo: «9 Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. 10 E gridavano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello» (Ap 7,9-10); «Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: Ora si è compiuta / la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio / e la potenza del suo Cristo» (Ap 12,10); «Dopo ciò, udii come una voce potente di una folla immensa nel cielo che diceva: «Alleluia! / Salvezza, gloria e potenza / sono del nostro Dio» (Ap 19,1).

Luca e Giovanni sono gli ultimi due vangeli ad essere scritti, gli Atti degli apostoli sono ovviamente posteriori o almeno contemporanei al Vangelo secondo Luca, la lettera agli Efesini e le lettere pastorali secondo la maggior parte degli studiosi non sono di Paolo, la prima lettera di Giovanni è uno scritto molto tardivo del NT e così pure lo sono la seconda Lettera di Pietro, la Lettera di Giuda e l’Apocalisse.