Non è la prima volta che mi capita di pensare a un’omelia completamente diversa per la domenica mattina da quella che avevo preparato per il sabato sera. Gli unici ad accorgersene sono i pochissimi che partecipano a tutte e due le Messe...

Non è che la prima riflessione che ho pubblicato non mi convinca, ma questa che segue è più centrata sul momento che stiamo vivendo.

Dato che in questi giorni non possiamo celebrare, cerco di mettere a disposizione anche questa riflessione, sperando che possa essere utile.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (4,19-24)

Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l'ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».

 

Ebrei e samaritani erano nemici: dire che si detestavano è poco. In realtà, i samaritani erano gli ebrei delle tribù del Nord (regno di Israele) che alla fine dell’VIII secolo a.C. erano stati invasi dai pagani: molti erano stati deportati, mentre quelli lasciati sul posto si erano mescolati con i pagani vincitori, aggiungendo al culto dell’unico Dio anche altre divinità. In seguito, in opposizione a Gerusalemme, avevano costruito un loro tempio sul monte Garizim. I giudei distrussero questo tempio nel 129 a.C. (poi sarà ricostruito) ma a loro volta i samaritani nel 9 a.C. entrarono nel tempio di Gerusalemme profanandolo, spargendovi ossa umane e sterco. Lo storico Giuseppe Flavio afferma che nel 52 d.C. i samaritani compirono una strage di giudei che attraversavano il loro territorio. Capiamo quindi perché ebrei e samaritani di solito evitavano perfino di bere in comune dagli stessi recipienti.

Nonostante questo, Gesù entra nel loro territorio e avvia un dialogo con la donna samaritana che porterà molti di loro a credere in lui.

A un certo punto del dialogo, dopo aver identificato Gesù come un profeta, la donna gli chiede di farle capire se il luogo giusto per adorare Dio è il tempio di Gerusalemme oppure quello del monte Garizim. Gesù risponde che non è più un luogo fisico quello in cui bisogna adorare Dio, ma che il vero culto che Dio desidera è “in Spirito e verità”, un’espressione difficile, spesso fraintesa, che per essere capita nel senso inteso dall’evangelista deve essere confrontata con l’uso di queste parole nel Vangelo secondo Giovanni, non in altri contesti.

Il “luogo” dove ora Dio incontra l’umanità non è più un tempio, ma è Gesù che donando lo Spirito Santo rivela la “verità“ di Dio, il suo essere Padre. Allora, “adorare il Padre in Spirito e verità” nel quarto Vangelo significa accogliere in noi lo Spirito di Gesù che ci rivela la nostra vera relazione con Dio, ci rende simili al Figlio e ci fa vivere come lui, offrendo la nostra vita nel servizio come lui ha donato la sua vita per noi.

 

A volte, soprattutto quando ero più giovane, magari durante i miei viaggi in treno da e per Roma, ho trovato persone che mi hanno confidato che non andavano a Messa ma che preferivano pregare Dio per conto loro a casa, o al massimo entrare in chiesa quando non c’era nessuno. Oppure mi è capitato molte volte che qualche persona anziana mi chiedesse se la Messa seguita alla televisione poteva sostituire quella “dal vivo” in parrocchia.

Oggi si verifica la strana situazione - a causa del coronavirus - in cui siamo noi preti (e addirittura i vescovi) che diciamo ai fedeli di stare a casa e di seguire, casomai, la Messa alla televisione.

Allora, nasce una domanda che somiglia un po’ a quella della samaritana: dove si deve adorare Dio? In chiesa o a casa? In parrocchia o nel proprio cuore?

Certamente la fede è personale e non basta essere nati in Italia e neppure essere stati battezzati per poterci dire cristiani: si aderisce al Vangelo con un atto personale - sempre da rinnovare - di fede-fiducia in Dio che ci chiama ad essere suoi figli e corrispondere fattivamente al suo amore.

Dunque la fede è personale, ma non è individuale. Non solo perché ci viene trasmessa dalla testimonianza di altri credenti, ma soprattutto perché l’amore del Padre è per tutti i suoi figli.

Non possiamo, proprio non possiamo pensare di essere discepoli di Gesù “per conto nostro” senza i nostri fratelli. Semplicemente perché - belli o brutti, buoni o cattivi - sono nostri fratelli, sono i fratelli che Dio ci ha dato. Non sono solo “l’oggetto”, il termine di una qualche nostra buona azione con la quale si traduce spesso il concetto di “amore del prossimo”. Non sono solo i destinatari della nostra filantropia: sono fratelli e sorelle con i quali siamo chiamati a diventare “uno”, come Gesù e il Padre sono “uno”. Questo è stato l’ultimo e più grande desiderio di Gesù, per il quale ha pregato nell’ultima cena (cf. Gv 17,11.21.23).

Nella Messa, lo Spirito Santo viene invocato due volte: una prima volta perché il pane e il vino diventino il corpo e il sangue di Cristo offerti per noi (e la fede ci dice che questa trasformazione riesce sempre); la seconda volta perché tutti coloro che si nutrono del sacrificio di Gesù diventino in lui un solo corpo e un solo spirito, ma questa trasformazione, per ora, non riesce quasi mai perfettamente… eppure il vero sacrificio gradito a Dio è proprio questo: tutti gli sforzi e le rinunce necessari per essere uniti tra noi nella verità e nel bene.

Per questo non possiamo isolarci dal corpo ecclesiale. Per questo ci nutriamo insieme dell’unico pane che è il sacrificio di Cristo offerto per noi. Per questo abbiamo bisogno della Messa celebrata insieme, anche se siamo tanto diversi gli uni dagli altri sotto tanti punti di vista.

Un credente isolato potrà forse essere un buon credente in Dio, ma non un vero cristiano: non possiamo separarci gli uni dagli altri senza separarci dal Cristo autentico (magari pensando di essere uniti al Cristo che immaginiamo noi). Possiamo sognare di avere un nostro rapporto con Dio, ma se ci stacchiamo degli altri vuol dire che non lo abbiamo ascoltato veramente, non comprendiamo e non facciamo la sua volontà.

“Adorare Dio in Spirito e verità” non significa adorare Dio “spiritualmente” con il pensiero, staccati da ogni riferimento fisico esterno, magari per seguire una propria “verità”. Secondo il Vangelo di Giovanni significa invece accogliere la nostra vera relazione col Padre che ci rende tutti fratelli, ricevendo lo Spirito del Risorto donato a tutta la comunità ecclesiale perché sia unita in lui. Tutto il Nuovo Testamento è unanime nell’affermarlo.

Dice San Giovanni nella sua prima lettera: “Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20).

Gli fa eco San Paolo nella lettera ai Galati: “Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2).

Ma è soprattutto nella lettera ai Romani che spiega che cos’è il vero culto spirituale: 1Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. 3Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. 4Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, 5così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. 6Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; 7chi ha un ministero attenda al ministero; chi l'insegnamento, all'insegnamento; 8chi l'esortazione, all'esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. 9La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; 10amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. 11Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. 12Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, 13solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell'ospitalità. 14Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. 15Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. 16Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi. 17Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini” (Rom 12,1-17).

Il nostro culto “in spirito e verità” non è quindi né a Gerusalemme né sul monte Garizim; né in chiesa né a casa, ma nel nostro corpo e nella nostra vita, quando offriamo tutto ciò che serve per essere “uno” con i nostri fratelli e sorelle: il servizio, il perdono, l’ascolto, la pazienza, la fermezza, l’umorismo, le lacrime, la parola, il silenzio, la preghiera...

Per questo abbiamo bisogno di radunarci per ascoltare insieme la parola del Signore e per condividere il pane eucaristico: perché lo Spirito faccia di noi un solo corpo e un solo spirito.

Per questo ora accettiamo di rinunciare perfino alla Messa: per amore e senso di responsabilità nei confronti delle nostre sorelle e dei nostri fratelli, soprattutto i più fragili.

Per questo preghiamo il Padre di poter presto tornare a condividere l’eucaristia, il rendimento di grazie del Signore Gesù e nostro.