Prima di tutto, mi è sembrato utile far sapere qualcosa del contesto del Vangelo di oggi.

Il brano della guarigione del cieco nato è molto lungo: si estende a tutto intero il capitolo 9 del Vangelo secondo Giovanni. A sua volta questo capitolo fa parte di una sezione più ampia (capitoli 7-9): tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto a Gerusalemme durante la grande festa delle Capanne (Sukkot).

La festa delle Capanne è la terza grande festa ebraica insieme a Pasqua e a Pentecoste. È una festa che cade sei mesi esatti dopo la Pasqua e, come la Pasqua, dura una settimana. Ricorda il cammino del popolo di Israele nel deserto; è la festa autunnale del ringraziamento per il raccolto del vino nuovo e dell’olio nuovo (il raccolto del grano coincide invece con la Pentecoste), ed è il ringraziamento per il dono della terra, per la provvidenza di Dio, nel ricordo della provvidenza durante l’esodo (la manna e l’acqua).

La festa delle Capanne era una festa molto gioiosa, caratterizzata dal fatto che per sette giorni gli ebrei non dormivano in casa, ma all’aperto. Tutti costruivano delle capanne provvisorie con teli, stuoie e rami, e si dormiva fuori in segno di provvisorietà, di pellegrinaggio, di fiducia nella provvidenza di Dio. Ancora oggi, nelle case ebraiche, su alcuni balconi si possono vedere le capanne fatte ai primi di ottobre per la festa: gli ebrei osservanti in quella settimana dormono sul balcone, non sotto il loro tetto. Immaginiamo quindi Gerusalemme con le sue viuzze strette e tutta la popolazione accampata nelle strade per una settimana; una settimana in cui non si lavorava e si faceva festa insieme con canti, balli, tavolate comunitarie e riti religiosi.

Tra questi riti c’era la grande processione dell’acqua, perché un’altra caratteristica della festa delle Capanne è l’invocazione della pioggia. All’inizio dell’autunno, ormai, dopo tanti mesi che non piove, la terra è secca, bruciata dal sole: si aspettano le piogge per i raccolti della nuova annata. Perciò si celebrava la processione dell’acqua: i sacerdoti scendevano dal tempio, nella parte più alta di Gerusalemme, alla parte più bassa che era la piscina di Siloe: lì c’è una sorgente con una grande vasca. I sacerdoti con un’anfora d’oro attingevano l’acqua e poi la portavano in processione attraverso le viuzze di Gerusalemme fino alla sommità del tempio e il popolo accompagnava questa processione con canti, tenendo in mano i rami di palma con altri ramoscelli simbolici (lulav) e agitando questi rami al passaggio della processione dell’acqua. I sacerdoti salivano cantando il salmo 117 (118) che nella Bibbia di Gerusalemme è intitolato Liturgia per la festa delle Capanne. Quando arrivavano sulla spianata del tempio i sacerdoti facevano sette volte il giro dell’altare e poi vi versavano sopra l’acqua ricordando i fiumi del paradiso terrestre, l’acqua dalla roccia che Dio aveva dato quando il popolo soffriva la sete nel deserto, la profezia di Ezechiele al capitolo 47 in cui si annunciava una sorgente dal tempio e l’acqua del paradiso futuro. In una terra arida che soffre la sete, come Israele e l’Oriente in genere, la liturgia dell’acqua assumeva una grande importanza. Giovanni racconta che nell’ultimo giorno della festa, il più solenne di tutti, probabilmente mentre avveniva questo rito, Gesù si mise a gridare: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Gv 7,37-38).

In questa festa, oltre all’acqua, il centro di attenzione era la luce perché di notte il tempio veniva illuminato: c’era un enorme candelabro a sette braccia (lo si vede ancora oggi riprodotto a Roma nell’arco di Tito che celebra la conquista di Gerusalemme nel 70 d.C.), poi molte altre luci. Raccontano le fonti dell’epoca che il tempio era uno spettacolo eccezionale in quella settimana. Noi siamo abituati alle città illuminate, ma nell’antichità di notte le città erano completamente buie: in quella settimana invece il tempio era illuminato a giorno e in tutta Gerusalemme la gente con i fuochi si trovava in gruppo, cantava, suonava, ballava, mangiava, faceva festa in compagnia e guardava quello spettacolo del tempio illuminato.

In questo contesto di “festa della luce”, anche se forse la festa era alla fine o era appena finita, Gesù prende l’iniziativa di guarire un uomo cieco dalla nascita, mandandolo a lavarsi gli occhi proprio alla piscina di Siloe, dopo che aveva detto: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).