Il capitolo 9 è lungo e ricco di tante suggestioni, ma quest’anno mi colpisce specialmente la domanda iniziale dei discepoli di Gesù: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (9,2). E naturalmente anche la risposta di Gesù, articolata e difficile: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo» (9,3-5).

La domanda dei discepoli non riflette soltanto un modo di pensare antico, un’ideologia arcaica: anche oggi molte persone si pongono domande simili di fronte al male, vanno in cerca di qualcosa che possa in qualche modo spiegare il perché della malattia o degli incidenti. Dover affrontare un nemico totalmente imprevedibile, il caso, genera un’ansia terribile; se invece si riesce a trovare un motivo - non solo una causa materiale - allora si possono prendere delle contromisure, o almeno si può dare la colpa a qualcuno, al limite a se stessi, ma è sempre meglio di essere esposti alla cieca casualità.

Mercoledì scorso il cardinale srilankese arcivescovo di Colombo, Malcom Ranjith, si è detto convinto che il Covid-19 sia un virus creato dall'uomo in laboratorio. Per questo, secondo lui, le Nazioni Unite dovrebbero aprire le indagini e di portare i «responsabili a processo per genocidio».

Sarebbe facile deriderlo e attribuire le sue dichiarazioni all’età avanzata o alla sua cultura di provenienza, ma in realtà, per quanto si possa essere colti e intelligenti, quando si subisce una perdita la mente non reagisce subito razionalmente.

Gli studi della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross sui pazienti che affrontano la perdita della salute e la prospettiva della morte più o meno imminente, sono diventati ormai un “classico”. Di fronte al dramma di queste perdite, nonostante le differenze individuali e sociali, tutti i pazienti attraversano - rapidamente o lentamente - cinque “fasi”, anche se non sempre in modo lineare: possono avanzare, ma anche tornare indietro a una fase precedente o bloccarsi senza riuscire ad andare avanti. Ci sono passato anch’io e posso testimoniare che è così.

La prima fase è quella della negazione o del rifiuto: si rifiuta la realtà, non si crede alla diagnosi, alla sua esattezza e definitività.

La seconda fase è quella della rabbia che può investire tutti, anche Dio se si è credenti. È qui che emerge la tipica domanda: “Perché proprio a me?”.

Poi ci sono la fase della contrattazione (“Se guarisco, poi farò…”); la fase della depressione e la fase dell’accettazione.

Vorrei fermarmi sulla seconda fase in cui risuona la domanda simile a quella dei discepoli: “Perché proprio a lui?”, domanda che probabilmente molti si pongono in questi giorni mentre il contagio del coronavirus si estende. Perché proprio a lui? Ha peccato lui o hanno peccato i suoi genitori?

A volte può esserci una relazione tra la colpa e la malattia: una relazione magari complessa, non semplicemente di causa-effetto, né di punizione “dall’alto”. Oggi siamo più consapevoli, rispetto all’antichità, dell’esistenza di malattie psicosomatiche. Tutti e quattro gli evangelisti raccontano - con particolari diversi - la guarigione di un paralitico e tutti e quattro riferiscono che Gesù gli ha perdonato i suoi peccati o, come nel Vangelo secondo Giovanni, lo ha ammonito di non peccare più «perché non ti accada qualcosa di peggio» (5,14). Ma in questo caso Gesù taglia corto: nessuno ha peccato, né lui né i suoi genitori. Allora perché è nato cieco? Perché proprio lui?

Se quel cieco fosse vissuto oggi, ai discepoli sarebbe bastata una risposta del tipo: “È nato cieco per un problema genetico o perché sua madre ha assunto un certo farmaco in gravidanza”?

Se chiediamo a un medico perché una persona è stata contagiata, probabilmente ci risponderà: “Perché è entrata in contatto con un altro già contagiato”. Causa, effetto.

Dopo il mio incidente, guardandomi intorno nel reparto in cui ero ricoverato, mi dicevo: “Gli incidenti capitano a tanta gente. In fondo, perché non avrebbe dovuto capitare a me? Sono forse diverso dagli altri?».

Era un pensiero razionale, che mi ha aiutato molto, ma la nostra anima, a dispetto della nostra mente, non si accontenta solo di risposte razionali e si interroga sul senso e sul fine, non le basta conoscere le cause. È solo un rigurgito di irrazionalità? È solo una regressione nel pensiero magico infantile? In parte può esserlo, ma forse non è tutto lì.

Conoscere le cause, sapere come è successo di solito non ci basta, o può bastare solo se imponiamo a noi stessi di non farci altre domande. Ma in base a cosa lo decidiamo?

Dentro di noi c’è un’altra domanda più profonda, che forse non sappiamo neppure formulare bene, ma che esige ugualmente una risposta: “Che senso ha tutto questo? Perché è successo proprio a lui? Cosa ha fatto per meritarselo?. E se non lo ha meritato, allora perché questo mondo è così ingiusto? E cosa dobbiamo pensare di chi ha creato questo mondo così ingiusto?”.

Lo scrittore franco-algerino Albert Camus, premio Nobel per la letteratura 1957, era ateo benché laureato in filosofia con una tesi su Plotino e Sant’Agostino e in seguito curatore dell’edizione postuma delle opere della mistica Simone Weil. Nel suo romanzo capolavoro La peste (1947) racconta la storia (immaginaria) di una città algerina (Orano) colpita dal contagio della peste. I vari personaggi agiscono ciascuno secondo la propria natura e le proprie inclinazioni, nobili o ignobili. Tra i tanti, c’è il padre gesuita Paneloux che nelle sue prediche parla della peste come di una punizione mandata da Dio a causa delle colpe degli uomini, ma poi si incontra-scontra con la malattia di un bambino innocente, che muore nonostante tutte le sue preghiere. A sua volta, muore anche lui assistendo i contagiati.

Camus credeva nell’assurdità del mondo ed era convinto di dover rispondere ad essa con la solidarietà umana. La metafora della peste e il personaggio di padre Paneloux gli servono per polemizzare con i cristiani, ai quali pure riconosce il loro impegno nelle buone opere, per la loro fede nell’esistenza di un Dio e di un senso nelle vicende di questo mondo.

Ora la “peste”, cioè la pandemia, non è più una metafora, ma una realtà e dobbiamo decidere se porre a Cristo la domanda o metterla a tacere del tutto: “Perché proprio lui o lei? Esiste un senso? E se c’è, qual è?”.

Negli ultimi otto anni e mezzo, dopo l’incidente che mi ha reso tetraplegico, mi sono fatto molte domande e qualche volta mi è venuta voglia di lasciar perdere. Confesso che non ho trovato delle risposte definitive, ma anche la risposta di Gesù nel Vangelo di oggi non spiega tutto: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».

La parte più chiara è quella iniziale: la cecità di quell’uomo non è un castigo, né per lui né per i suoi genitori. Poi le cose si fanno più complicate. Che significa: «È perché in lui siano manifestate le opere di Dio?». Quando ero piccolo e ascoltavo questo brano pensavo che volesse dire: «È nato cieco in previsione di questo giorno, perché io possa fare il miracolo». Imporgli tanti anni di cecità per far fare un miracolo a Gesù? E tutti gli altri ciechi? Evidentemente mi sbagliavo.

La risposta di Gesù si può capire alla luce di tutto il brano nel suo complesso: la guarigione del cieco ha un valore simbolico, come avviene sempre nel quarto Vangelo. Il cieco guarito viene illuminato progressivamente: prima parla di “quell’uomo che si chiama Gesù”, poi dice che “è un profeta”, poi che è “uno che viene da Dio”, e finalmente che è il “Figlio dell’uomo” cioè quella figura umana annunciata dal libro di Daniele alla quale Dio consegnerà il potere universale ed eterno (Dan 7,14). Contemporaneamente i farisei si chiudono sempre più alla comprensione di Gesù, giudicandolo un peccatore, un trasgressore del sabato: diventano totalmente ciechi.

Durante il tempo della sua missione (il “giorno”), Gesù compie le opere di colui che lo ha mandato, il Padre: rivelare il peccato del mondo (giudicare), illuminare con la fede chi non vede e usare misericordia. Poi verrà la notte, l’ora in cui Gesù sarà tolto dal mondo: nell’ultima cena Giuda, «preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,30). Anche l’evangelista Luca ricorda una frase simile di Gesù durante il suo arresto: «Questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre» (Lc 22,53).

Perciò la risposta di Gesù non ci dice perché la “disgrazia” è toccata proprio a quella persona, ma ci dice che, quando lui e i suoi discepoli sono presenti e agiscono («bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato»), per mezzo loro in quella situazione Dio può manifestare le sue opere: aprirci gli occhi sul suo vero volto, sul male e sul peccato, sulla sua misericordia.

È stando a contatto con la carne sofferente dei fratelli - ammalati, disabili, profughi, orfani... - che i cristiani di ogni tempo hanno visto la presenza e il vero volto di Dio.

Concludo con le parole di un uomo che ha condiviso tutta la sua vita con i malati di mente, e anche se da poco si è scoperto che purtroppo ha commesso anche dei peccati detestabili, nondimeno il bene che ha fatto e le strade che ha aperto non possono essere cancellati. È una conclusione che forse sarebbe piaciuta anche a Camus, perché riconosce l’assurdità del male e la necessità della solidarietà umana, ma si spinge ancora un po’ più in là, fino alla fede: «L’assurdo attraversa l’esistenza - è impossibile negarlo - ma, a sua volta, l’amore può attraversare ciò che pare assurdo e ha il potere di trasformarlo in mistero. E il mistero è abitabile».