Misericordia io voglio, non sacrifici

 

Quando ho cominciato a pensare cosa offrirvi per la meditazione di questa sera, ho cercato la ricorrenza della parola 'misericordia' nei Vangeli, e ho scoperto che stranamente, stranissimamente, questo sostantivo ricorre pochissime volte.

Nel Vangelo secondo Marco, solo una volta:

 

Mc 5,18-19 Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va' nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato».

 

Nel Vangelo secondo Luca che è giustamente chiamato "il Vangelo della misericordia" perché mette l'accento sulla misericordia di Gesù e narra le "parabole della misericordia", questa parola compare solo nel primo capitolo, quattro volte, e poi non si trova più, anche se si trovano parole simili e derivate:

 

Lc 1 v. 50 di generazione in generazione la sua misericordia

si stende su quelli che lo temono.

v. 54 Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

v. 58 I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei.

v. 72 Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri

e si è ricordato della sua santa alleanza

 

Anche nel Vangelo secondo Matteo compare quattro volte. La prima volta all'inizio del discorso della montagna, nella quinta beatitudine:

 

Mt 5,7 Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.

 

Prima della Passione, nella polemica a Gerusalemme contro gli scribi e i farisei, Gesù dice:

 

Mt 23,23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell'anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle.

 

In mezzo, al capitolo 9 e al capitolo 12, Gesù cita per due volte lo stesso versetto del profeta Osea.

La cosa mi ha incuriosito, perché le citazioni del Primo Testamento in bocca a Gesù non sono moltissime e quelle ripetute sono quindi molto importanti. Ascoltiamole allora nel loro contesto.

 

Mt 9,1-13 Salito su una barca, passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: "Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati". Allora alcuni scribi dissero fra sé: "Costui bestemmia". Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: "Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire "Ti sono perdonati i peccati", oppure dire "Àlzati e cammina"? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati - disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e va’ a casa tua". Ed egli si alzò e andò a casa sua. Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì.

Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?". Udito questo, disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori".

 

Mt 12,1-8 In quel tempo Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: "Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato". Ma egli rispose loro: "Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato".

 

Come abbiamo sentito, questo versetto del profeta Osea conclude tutt'e due le volte il brano che quindi ne illustra il senso. Ma come suona questo versetto nel suo contesto originale? Ascoltiamo.

 

Os 6,4-11: Che dovrò fare per te, Èfraim,

che dovrò fare per te, Giuda?

Il vostro amore è come una nube del mattino,

come la rugiada che all’alba svanisce.

Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti,

li ho uccisi con le parole della mia bocca

e il mio giudizio sorge come la luce:

poiché voglio l’amore e non il sacrificio,

la conoscenza di Dio più degli olocausti.

Ma essi come Adamo hanno violato l’alleanza;

ecco, così mi hanno tradito.

Gàlaad è una città di malfattori,

macchiata di sangue.

Come banditi in agguato

una ciurma di sacerdoti

assale e uccide sulla strada di Sichem,

commette scelleratezze.

Orribili cose ho visto a Betel;

là si è prostituito Èfraim,

si è reso immondo Israele.

Anche a te, Giuda, io riserbo una mietitura,

quando ristabilirò la sorte del mio popolo.

 

"Voglio l’amore e non il sacrificio". A sua volta, questo versetto somiglia ad un altro:

 

1 Sam 15,13-22 Samuele raggiunse Saul e Saul gli disse: "Benedetto tu sia dal Signore; ho eseguito gli ordini del Signore". Rispose Samuele: "Ma che è questo belar di pecore che mi giunge all’orecchio, e questi muggiti d’armento che odo?". Disse Saul: "Li hanno condotti qui dagli Amaleciti, come il meglio del bestiame grosso e minuto, che il popolo ha risparmiato per sacrificarli al Signore, tuo Dio. Il resto l’abbiamo votato allo sterminio". Rispose Samuele a Saul: "Lascia che ti annunci ciò che il Signore mi ha detto questa notte". E Saul gli disse: "Parla!". Samuele continuò: "Non sei tu capo delle tribù d’Israele, benché piccolo ai tuoi stessi occhi? Il Signore non ti ha forse unto re d’Israele? Il Signore ti aveva mandato per una spedizione e aveva detto: "Va’, vota allo sterminio quei peccatori di Amaleciti, combattili finché non li avrai distrutti". Perché dunque non hai ascoltato la voce del Signore e ti sei attaccato al bottino e hai fatto il male agli occhi del Signore?". Saul insisté con Samuele: "Ma io ho obbedito alla parola del Signore, ho fatto la spedizione che il Signore mi ha ordinato, ho condotto Agag, re di Amalèk, e ho sterminato gli Amaleciti. Il popolo poi ha preso dal bottino bestiame minuto e grosso, primizie di ciò che è votato allo sterminio, per sacrificare al Signore, tuo Dio, a Gàlgala". Samuele esclamò:

"Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici

quanto l’obbedienza alla voce del Signore?

Ecco, obbedire è meglio del sacrificio,

essere docili è meglio del grasso degli arieti.

 

Vedete? C'è un progresso nella Rivelazione: l'obbedienza è meglio dei sacrifici (Samuele); l'amore è il nome di questa obbedienza (Osea): la misericordia è la concretizzazione dell'amore (Gesù).

Anche nel Primo Testamento la parola 'misericordia' non è frequentissima, ma si trova però molte volte nei Salmi, specialmente nei Salmi penitenziali, nelle preghiere con le quali si invoca la misericordia di Dio e lo si loda per la sua misericordia.

Possiamo ricordare il Salmo 50-51, il Miserere, nella parte conclusiva, quando la supplica passa da individuale a collettiva: non c'è più un tempio in cui offrire sacrifici per il peccato, perché Gerusalemme è stata distrutta, e allora il salmista e il popolo di Dio offrono il pentimento, in attesa di poter offrire di nuovo i sacrifici di animali.

 

Sal 51 (50),3.18-21

Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;

nella tua grande bontà cancella il mio peccato. [...]

Tu non gradisci il sacrificio;

se offro olocausti, tu non li accetti.

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;

un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.

Nella tua bontà fa’ grazia a Sion,

ricostruisci le mura di Gerusalemme.

Allora gradirai i sacrifici legittimi,

l’olocausto e l’intera oblazione;

allora immoleranno vittime sopra il tuo altare.

 

È lo stesso tema che troviamo anche nel libro di Daniele, nella preghiera di Azaria nella fornace (Dn 3,25-45):

 

Dn 3,34-41: Non ci abbandonare fino in fondo,

per amore del tuo nome, non rompere la tua alleanza;

non ritirare da noi la tua misericordia,

per amore di Abramo tuo amico,

di Isacco tuo servo, d'Israele tuo santo,

ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare

la loro stirpe come le stelle del cielo,

come la sabbia sulla spiaggia del mare.

Ora invece, Signore,

noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione,

ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati.

Ora non abbiamo più né principe,

né capo, né profeta, né olocausto,

né sacrificio, né oblazione, né incenso,

né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia.

Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,

come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli.

Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,

perché non c'è confusione per coloro che confidano in te.

Ora ti seguiamo con tutto il cuore,

ti temiamo e cerchiamo il tuo volto.

 

In tutti e due i casi l'orante sa di non poter più offrire a Dio dei sacrifici di animali, perché il tempio è stato distrutto, ma comprende di poter offrire al loro posto il pentimento, il proprio dolore spirituale (= secondo lo Spirito) per ottenere il perdono dalla misericordia divina.

Sono preghiere che dovremmo tenere presenti quando siamo tentati dallo scoraggiamento vedendo che i seminari e i noviziati si svuotano, che i gruppi giovanili scompaiono, che come cristiani siamo sempre più una minoranza: non abbiamo più grandi cose da offrire a Dio, ma possiamo offrire il pentimento per i nostri peccati e per le infedeltà all'alleanza, invocando la misericordia del Signore.

Ma torniamo alle citazioni di Gesù.

In tutti e due i casi Gesù rimprovera i suoi ascoltatori di non aver capito il significato della frase di Osea:

Mt 9,13 Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Mt 12,7 Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa.

Anzi, dal tono delle parole di Gesù si capisce che il fraintendimento è molto grave, perché non riguarda solo uno tra i tanti versetti della Bibbia (ce ne sono tanti!), ma riguarda proprio la volontà di Dio rivelata in quel passo. Se quel versetto rivela la volontà di Dio, allora rivela contemporaneamente chi è Dio e cosa devono fare i suoi fedeli, anzi: come devono essere i suoi fedeli.

Cosa vuole Dio? Qual è la sua volontà?

Dio vuole misericordia e non il sacrificio di animali.

Il vero culto gradito a Dio non è l'offerta costosa di un animale perfetto (e quindi caro), ma la misericordia, il soccorso di chi ha bisogno e il perdono di chi ha peccato, di chi è stato cattivo. Questo è il culto, il sacrificio che Dio desidera.

Allora, chi è Dio?

Dio è colui che vuole misericordia perché è misericordioso, anzi: Dio stesso è misericordia.

Quando Mosè volle vedere il volto di Dio, non poté vederlo, ma Dio gli si rivelò proprio così:

 

Es 33,18-19[Mosè] gli disse [a Dio]: «Mostrami la tua Gloria!».

Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia».

 

La gloria, lo splendore di Dio è la sua misericordia.

E allora, come devono essere i suoi fedeli?

Misercordiosi: Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro (Lc 6,36).

Il culto gradito a Dio, il culto spirituale che possono offrire i fedeli è la misericordia.

La legge da seguire per offrire a Dio la propria vita in modo che gli sia gradita è la misericordia.

Anche se il sostantivo 'misericordia' compare poche volte nei Vangeli, gli esempi della misericordia di Gesù sono innumerevoli: tutti i suoi miracoli scaturiscono dalla sua misericordia verso i sofferenti e anche la sua predicazione: cf. ad es. Mc 6:34 Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Fra i tanti esempi possibili, ne prendiamo uno particolarmente attuale: Gv 7,53-8,11.

Il brano Gv 7,53-8,11 manca nella maggior parte dei manoscritti greci e delle versioni antiche. Lo stile lo accosta a Luca, nel cui vangelo lo inseriscono diversi manoscritti. Nella Chiesa è conosciuto fin dal II secolo e se ne riconosce la canonicità.

Lo leggiamo.

 

E ciascuno tornò a casa sua. Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei". E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". Ed ella rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù disse: "Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più".

 

Come mai questo brano manca in molti codici antichi o lo si trova in un altro Vangelo (Luca)?

La spiegazione comunemente accettata è che questo brano facesse parte del Vangelo secondo Luca, il Vangelo della misericordia. Tuttavia, i cristiani dei primi secoli pensavano che ci fossero tre peccati imperdonabili: l'omicidio, soprattutto l'infanticidio (perché i bambini non desiderati anziché essere abortiti venivano "esposti", lasciati ai cani); il rinnegamento della fede (erano tempi di persecuzione); l'adulterio, paragonato al rinnegamento della fede perché rottura della fede coniugale. Per questi tre peccati, infanticidio, apostasia e adulterio, non c'era perdono, non c'era penitenza che potesse riparare il male compiuto.

Se questa era la prassi penitenziale della Chiesa, il perdono dell'adultera da parte di Gesù faceva difficoltà, metteva in difficoltà. Perciò qualcuno ha tolto il brano dal Vangelo, ha strappato la pagina dal codice e l'ha messa da parte (qualcun altro, per fortuna, non ha avuto il coraggio di strappare il Vangelo). Quando poi la Chiesa ha capito che era possibile perdonare anche i peccati più gravi, quella pagina strappata è ritornata in molti codici (non in tutti) ma non ci si ricordava più da dove era stata tolta.

Oggi nessuno avrebbe il coraggio di tentare di cancellare una pagina di Vangelo, ma abbiamo ancora situazioni difficili nelle quali ci chiediamo: "È possibile riconciliare queste persone? È possibile riammetterle alla comunione eucaristica?".

Siamo stati tutti testimoni delle discussioni accese e perfino dei "veleni" nel Sinodo sulla Famiglia, dove la discussione non era tra i buoni e i cattivi, e nemmeno tra progressisti e conservatori, ma tra pastori che dovevano trovare il modo di comporre insieme il valore del matrimonio indissolubile e il valore della misericordia.

Per Gesù e per i suoi contemporanei si trattava di fare la volontà di Dio, volontà espressa nella Torà che ordinava di lapidare gli adulteri. Gesù aveva fama di essere un rabbi misericordioso e quindi i suoi nemici colgono l'occasione per metterlo in difficoltà: se dirà di perdonare l'adultera potrà essere accusato di trasgredire la Legge; se dirà di lapidare l'adultera perderà la faccia, entrerà in contraddizione con il suo stesso insegnamento.

Gesù si china per terra e si mette a scrivere.

In tanti si sono chiesti cos'abbia scritto.

Un antico commento, molto ingegnoso, dice che abbia scritto i peccati dei presenti i quali, presi da timore, sono scappati tutti.

Questa idea è piaciuta così tanto che ancora oggi molti la ripropongono, ma in realtà non c'è niente nel brano che ci possa far dire cosa stava scrivendo Gesù.

Ma allora, se non ci dice cosa scriveva, perché l'evangelista ci dice che Gesù scriveva?

Evidentemente non è importante quello che Gesù scrive, ma il fatto di scrivere con il dito.

Quando un profeta (e anche Gesù è un profeta) compie un'azione simbolica, bisogna cercare di capire il senso simbolico di quella azione riferendolo a Dio, perché il profeta è "la bocca di Dio".

Dobbiamo allora ricordare che la Torà, la Legge, fu scritta "con il dito di Dio" (Cf. Es 31,18: Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio. Dt 9,10: il Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell'assemblea).

I nemici di Gesù lo interrogano come rabbi sull'applicazione della Legge; Gesù risponde come profeta che parla a nome di Dio, dicendo qual è la vera volontà del Legislatore, che è Dio stesso.

Come nel Vangelo secondo Matteo, nel Discorso della Montagna, avevamo delle antitesi ("Avete udito che fu detto... Ma io vi dico..."), così ora Dio scrive con il suo dito, per mezzo di Gesù, una nuova Legge: la Legge della Misericordia.

Tutto questo era stato preannunciato dal profeta Geremia:

 

«Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l'alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d'Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato» (Ger 31,31-34).

 

Ora Dio scrive con il dito di Gesù una Legge nuova per una nuova Alleanza. Lo ripetiamo in ogni Messa: il calice di vino che noi benediciamo è la nuova ed eterna alleanza nel sangue di Gesù, non nel sangue di tori e agnelli. Alla nuova alleanza corrisponde una nuova legge, un nuovo comandamento, il comandamento dell'amore: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34).

La concretizzazione di questo amore, il nome di questo amore è "misericordia".

Però, quelli che portano la donna adultera da Gesù non sono suoi discepoli, non riconoscono la sua autorità, perciò Gesù non dice loro: "Ma io vi dico...", perché non accetterebbero la sua parola. Allora Gesù si appella al semplice fatto che tutti hanno bisogno di essere perdonati: chi può fare a meno della misericordia, del perdono di Dio? Chi può tirare per primo la pietra contro di lei?

Anche se il sostantivo 'misericordia' non c'è in questo brano, c'è nel commento di S. Agostino che scrive: "Relictisunt duo: misera et misericordia".

È un latino facile: "Rimasero due (soli): la misera e la misericordia".

Se gli altri avessero compreso cosa significa: "Misericordia io voglio, e non sacrificio", non se ne sarebbero andati, non avrebbero abbandonato Gesù.

Se avessero compreso cosa significa: "Misericordia io voglio, e non sacrificio", non gli avrebbero portato quella donna per lapidarla.

Se avessero compreso cosa significa: "Misericordia io voglio, e non sacrificio" avrebbero compreso che cosa vuole Dio.

Per non meritare il rimprovero di Gesù, anche noi dobbiamo cercare di comprendere cosa significa "Misericordia io voglio, e non sacrificio".

Per capirlo meglio, chiediamo aiuto a S. Francesco d'Assisi.

Leggiamo la Lettera di San Francesco a un ministro dell'ordine (FF 234-239).

Non si sa con sicurezza a chi fosse indirizzata: un provinciale imprecisato o forse lo stesso ministro generale frate Elia.Fu scritta probabilmente fra il 1222 e il 1223, anche se c’è chi preferisce farla risalire al 1219, ma a noi non importa: ci interessa il contenuto.

 

 

A frate N... ministro. Il Signore ti benedica!

Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell'amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia.

E così tu devi volere e non diversamente. E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Signore Iddio e mia per te, perché io fermamente riconosco che questa è vera obbedienza. E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che diventino cristiani migliori.

E questo sia per te più che stare appartato in un eremo.

E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti comporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.

E avvisa i guardiani, quando potrai, che tu sei deciso a fare così.

Riguardo poi a tutti i capitoli della Regola che trattano dei peccati mortali, con l'aiuto del Signore, nel Capitolo di Pentecoste, raccolto il consiglio dei frati, ne faremo un Capitolo solo in questa forma:

Se qualcuno dei frati, per istigazione del nemico, avrà peccato mortalmente, sia tenuto per obbedienza a ricorrere al suo guardiano, e tutti i frati, che fossero a conoscenza del peccato di lui, non gli facciano vergogna né dicano male di lui, ma ne abbiano grande misericordia e tengano assai segreto il peccato del loro fratello, perché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati (Mt 9,12). E sempre per obbedienza siamo tenuti a mandarlo con un compagno dal suo custode. Lo stesso custode poi provveda misericordiosamente a lui, come vorrebbe si provvedesse a lui medesimo, se si trovasse in un caso simile.

E se fosse caduto in qualche peccato veniale, si confessi ad un fratello sacerdote. E se in quel luogo non ci fosse un sacerdote, si confessi ad un suo fratello, fino a che possa trovare un sacerdote che lo assolva canonicamente, come è stato detto. E questi non abbiano potere di imporre altra penitenza all'infuori di questa: "Va' e non peccare più!" (Cfr. Gv 8,11).

Questo scritto tienilo con te, affinché sia meglio osservato, fino al capitolo di Pentecoste; là sarai presente con i tuoi frati. E queste e tutte le altre cose, che sono ancora poco chiare nella Regola, sarà vostra cura di completarle, con l'aiuto del Signore Iddio.

 

Francesco dice che la volontà di Dio, la "vera obbedienza da parte del Signore Iddio" è amare, e "non pretendere che diventino cristiani migliori" quelli che ti sono di ostacolo, "anche se ti coprissero di battiture", anche se arrivano al punto di creare "impedimento nell'amare il Signore Iddio". Accoglierli, accettarli come sono: "non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te", "così tu devi volere e non diversamente", addirittura "tutto questo devi ritenere come una grazia": "ama coloro che agiscono con te in questo modo".

"E questo sia per te più che stare appartato in un eremo": perché restare prigioniero volontariamente in un eremo è un grande sacrificio, ma "Misericordia io voglio, e non sacrificio".

La cella di isolamento è una punizione durissima, ma certi compagni di cella possono essere anche peggiori della cella di isolamento.

Però, attenzione: siamo così prigionieri della nostra mentalità che saremmo capaci di trasformare la misericordia in un sacrificio. Noi non dobbiamo trasformare la misericordia in un sacrificio!

Al ministro dell'ordine Francesco non chiede di "sopportare pazientemente le persone moleste", di offrire a Dio il sacrificio della pazienza.

Francesco gli chiede di amare, di usare misericordia per costruire riconciliazione, non per sopportare stoicamente le offese o per far cadere dall'alto il perdono.

"Non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato". È la riconciliazione il fine del perdono: il poter ripartire insieme, perché siamo tutti peccatori, tutti bisognosi di misericordia.Questo chiede Francesco: "se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli".

È semplicemente quel che dice l'evangelista Luca (Lc 17,4):"se [il tuo fratello] pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai".

È quello che dice Gesù a Pietro: (Mt 18,22)"Non ti dico [di perdonare] fino a sette [volte], ma fino a settanta volte sette".

Ovviamente non vale solo per i frati, ma anche per marito e moglie, per genitori e figli, per i suoceri e tutti i parenti, per gli amici, per i collaboratori, per tutti.

"Abbi sempre misericordia per tali fratelli", "ama coloro che agiscono con te in questo modo".

Di fronte a questi inviti misuriamo tutta la nostra chiusura, la nostra diversità da Gesù.

Siamo brave persone, siamo anche generosi e capaci di offrire sacrifici costosi, ma dobbiamo ancora imparare, sempre di nuovo, cosa significhi: "misericordia io voglio, e non sacrificio".

Non disperdiamo, ma confidiamo in Colui che è venuto "non per i sani, ma per i malati".

Con noi il Signore usa sempre misericordia.

Questo ci insegni a essere misericordiosi a nostra volta.

 

Potremmo concludere questa meditazione pregando il Salmo 102/103.

 

Benedici il Signore, anima mia,

quanto è in me benedica il suo santo nome.

Benedici il Signore, anima mia,

non dimenticare tanti suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,

guarisce tutte le tue malattie;

salva dalla fossa la tua vita,

ti corona di grazia e di misericordia;

egli sazia di beni i tuoi giorni

e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.

Il Signore agisce con giustizia

e con diritto verso tutti gli oppressi.

Ha rivelato a Mosè le sue vie,

ai figli d'Israele le sue opere.

Buono e pietoso èil Signore,

lento all'ira e grande nell'amore.

Egli non continua a contestare

e non conserva per sempre il suo sdegno.

Non ci tratta secondo i nostri peccati,

non ci ripaga secondo le nostre colpe.

Come il cielo è alto sulla terra,

così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;

come dista l'oriente dall'occidente,

così allontana da noi le nostre colpe.

Come un padre ha pietà dei suoi figli,

così il Signore ha pietà di quanti lo temono.

Perché egli sa di che siamo plasmati,

ricorda che noi siamo polvere.

Come l'erba sono i giorni dell'uomo,

come il fiore del campo, così egli fiorisce.

Lo investe il vento e più non esiste

e il suo posto non lo riconosce.

Ma la grazia del Signore è da sempre,

dura in eterno per quanti lo temono;

la sua giustizia per i figli dei figli,

per quanti custodiscono la sua alleanza

e ricordano di osservare i suoi precetti.

Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono

e il suo regno abbraccia l'universo.

Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli,

potenti esecutori dei suoi comandi,

pronti alla voce della sua parola.

Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere,

suoi ministri, che fate il suo volere.

Benedite il Signore, voi tutte opere sue,

in ogni luogo del suo dominio.

Benedici il Signore, anima mia.