Quest’anno non possiamo celebrare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme con la consueta processione delle palme. Propongo allora una riflessione su questo episodio, rinviando la meditazione sulla Passione al Venerdì santo. In questa prima parte ho un po’ adattato lo scritto di un biblista, frate minore francescano: Frédéric Manns ofm. Secondo me, nel testo c’è qualche anacronismo che proietta ai tempi di Gesù interpretazioni successive, ma non importa. L’originale si trova qui: https://www.terrasanta.net/2008/07/pellegrinaggio-alle-origini-della-fede-2/

Ai tempi di Gesù, tutti gli ebrei maschi avrebbero dovuto salire a Gerusalemme (“salire” perché Gerusalemme si trova a circa 800 m di altitudine) tre volte all’anno ma, tranne quelli della Giudea, per lo più compivano il pellegrinaggio a Gerusalemme non tre volte, ma forse una o due volte l’anno; quelli appartenenti alla Diaspora andavano generalmente solo per la Pentecoste. Anche se la Legge poneva l’obbligo solo per i maschi, di fatto andavano le famiglie intere.

Il pellegrino doveva camminare (il pellegrinaggio si chiamava in ebraico regalim, da regel = il piede) cinque giorni se veniva dalla Galilea, un giorno se veniva dalla Giudea. I pellegrini Galilei, come Gesù, si radunavano tutti sulla piazza del villaggio, per poi partire assieme. Camminavano lungo il Giordano per avere possibilità di lavarsi e per evitare i Samaritani. A Gerico (250 m sotto il livello del mare) tutti si ritrovavano assieme e facevano la salita a Gerusalemme cantando i Salmi graduali o Salmi delle ascensioni (Salmi 120-134). Il pellegrinaggio infatti era chiamato anche ‘aliyah (salita), una salita geografica accompagnata da una salita spirituale.

Arrivati a Gerusalemme, prima di poter salire al Tempio, era d’obbligo il bagno rituale. «Chi può salire sul monte del Signore? Chi ha le mani innocenti e il cuore puro» (Sal 24,3-4). Tutto intorno al Tempio c’erano luoghi per i bagni rituali che sono stati ritrovati dagli archeologi. L’esperienza di purificazione fa parte del pellegrinaggio. Dopo la purificazione, il pellegrino comprava un animale per poterlo offrire in sacrificio. Esistevano diversi tipi di sacrifici: sacrifici per le partorienti, sacrifici per il peccato, sacrifici di comunione... Ognuno era tenuto a pagare la tassa del Tempio e a versare la decima del suo raccolto.

Entrando nel Tempio, il pellegrino era condotto verso un raccoglimento sempre più profondo: nel Tempio di Gerusalemme c’era il mercato, sotto il portico di Salomone (v. illustrazione) e le contrattazioni venivano condotte nel cortile dei Gentili (= dei Pagani), ma più uno si avvicinava all’altare, più era indotto a fare silenzio.

L’esperienza del Tempio di Gerusalemme era anche esperienza della “notte”. L’unico tempio al mondo completamente privo di statue era forse quello di Gerusalemme. Tuttavia, i sacerdoti, durante i pellegrinaggi, aprivano le tende davanti al Santo (nella figura: b) per permettere ai pellegrini di vedere le decorazioni sui muri che rappresentavano due cherubini che si guardavano in faccia coprendosi con le ali. Nel Santo dei Santi (nella figura: c. Era il luogo della presenza di Dio: soltanto il sommo sacerdote, una volta all’anno, vi poteva entrare) però c’era il buio: Dio rimane il Tutt’Altro; chi voleva fare l’esperienza di Dio veniva rimandato al fratello. La catechesi che si dava al pellegrino ricordava che ogni uomo è un Tempio. Nella testa, che ha sette aperture, ogni uomo porta la Menorah (= il candelabro dalle sette braccia). Deve portare la luce di Dio agli altri, deve imparare a sorridere: il pellegrino è colui che ha riscoperto la gioia.

La catechesi di Pasqua ricordava le quattro notti della salvezza: la notte della creazione del mondo, la notte del sacrificio di Isacco, la notte dell’uscita dall’Egitto e la notte della venuta del Messia. Questa teologia della notte è, di fatto, la teologia della speranza: Dio interviene all’ultimo momento, quando gli uomini pensano che non ci sia più speranza.

La catechesi della festa di Pentecoste ricordava che la Legge fu data al popolo nel deserto e non nella terra d’Israele. Questo significa che, data nel deserto - terra di nessuno - la Legge non può essere privatizzata da alcuno. Nessuno ha il diritto di dire che la Legge è sua o che la sua interpretazione è l’unica. Dio rimane padrone della sua parola, che ha affidato agli uomini in settanta lingue, cioè ­le lingue di tutti i popoli.

La catechesi della festa delle Capanne (Sukkot) era più ricca: ciascuno doveva abitare sotto le tende (le capanne) per il tempo di una settimana, e fare memoria che il popolo uscito dall’Egitto non aveva qui una dimora stabile e fissa. Il pellegrino doveva prendere un ramo di palma, un ramo di salice e un ramo di mirto legati insieme (lulav) in una mano e nell’altra un limone (etrog). Questi oggetti simbolici, alcuni profumati, altri senza profumo, ricordavano la comunione dei santi: c’è chi studia e fa buone opere, c’è chi studia soltanto o fa soltanto buone opere senza studiare e c’è chi non studia e non fa buone opere, ma Dio considera il suo popolo assieme: il profumo degli uni passa agli altri. Di più, ciascuno porta in se stesso la sua palma e il suo etrog: la palma corrisponde alla spina dorsale e l’etrog profumato è il cuore. Il pellegrino viene invitato a fare un esame di coscienza: i suoi pensieri e il suo cuore devono essere puri se vuol salire sulla montagna del Signore.

«Essere visti dal Signore», l’espressione adoperata per il pellegrinaggio, significa anche essere giudicati da Dio (Rosh Ha-Shana 11a). Dio decide quanto grano darà a Israele per la Pa­squa, quanta frutta a Pentecoste e quanta pioggia a Sukkot. Tutto dipende dalla condotta morale dei pellegrini. Vedere Dio significa anche essere visti da Lui.

L’ospitalità era un dovere sacro. Alcuni pellegrini trovavano da alloggiare nelle loro famiglie d’origine o presso amici. La maggioranza bivaccava fuori dalle mura, ma sempre dentro il recinto della città che per l’occasione inglobava Betfage e Betania.

I sacerdoti nel Tempio erano divisi in 24 classi e ogni classe faceva solo due settimane di servizio. I sacerdoti di servizio abitavano nel Tempio, nella sala del focolare. La mattina, prima del sorgere del sole, recitavano le preghiere, poi gettavano le sorti per la suddivisione del lavoro. La cerimonia più importante di ogni mattina era l’offerta dell’agnello: il sacrificio veniva chiamato Tamid (perpetuo). L’agnello maschio, di un anno, senza difetti, rappresentava una piccola pasqua quotidiana. La teologia popolare affermava che chi assisteva al sacrificio dell’agnello era ricreato, rigenerato, e somigliava ad un bambino neonato di un anno. I suoi peccati erano cancellati. La teologia della rinascita sarà ripresa dai cristiani, nella prima lettera di Pietro in particolare, per definire il battesimo, celebrato a Pasqua.

Dopo aver offerto il sacrificio (Tamid), il sacerdote era a di­sposizione dei fedeli sia per offrire sacrifici, che per spiegare la Legge; spiegazioni che si tenevano sotto il portico di Salomone (dove anche Gesù insegnava). Il sacerdote ebreo avrebbe dovuto essere esperto della parola di Dio per giudicare nelle questioni rituali, alimentari, giuridiche ecc. Il profeta Malachia, rimproverando i sacerdoti di essere venuti meno al loro dovere, dice: «Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti» (Mal 2,7). Ci sono anche altri testi che lamentano che i sacerdoti non erano all’altezza del loro compito e non si preoccupavano molto della formazione religiosa del popolo. Così, col tempo, gli studiosi laici - prima gli scribi e poi i maestri, i rabbini - si assunsero questo incarico già all’epoca del Tempio, e dopo la sua distruzione il culto sinagogale (della Parola) sostituì del tutto quello templare (dei sacrifici di animali).

 

Fin qui ci ha accompagnati padre Manns.

Ora, tenendo conto di tutte queste cose, pensiamo all’ultima Pasqua di Gesù.

Il Vangelo secondo Giovanni dice che egli trovava ospitalità a Betania, nella casa di Marta, Maria e Lazzaro. Gli altri tre Vangeli - detti sinottici - dicono che arrivava direttamente da Gerico.

In ogni caso, i pellegrini Galilei arrivano in comitiva per la Pasqua e vogliono farlo entrare in trionfo a Gerusalemme come Re-Messia. Anche Gesù vuole proclamare questa sua identità, ma a differenza del suo seguito entusiasta - che immagina già di vederlo prendere il potere - ha capito come andrà a finire. Forse anche gli altri ci potevano arrivare, se non fossero stati accecati dai loro sogni megalomani.

Comunque Gesù da Betania prende la strada per Gerusalemme che aggira il Monte degli Ulivi da nord. Più o meno a metà strada, a Betfage, dà ordine di prendere (in prestito) un animale che non era mai stato cavalcato da nessuno (come facevano i re), adempiendo la profezia di Zaccaria 9,9: «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina». In realtà i re cavalcano i cavalli, con i quali si va in guerra: nessuno può pensare di ordinare la carica a cavallo di asini! Infatti la profezia continua al v. 10: «Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti». Gesù dunque si annuncia come un Re-Messia di pace. La Bibbia di Gerusalemme ricorda in una nota che anche i giudici di Israele e i primi re fino a Salomone cavalcavano asini o muli (però bianchi): i re successivi si sono insuperbiti e sono passati ai cavalli. Gesù si presenta quindi come il vero discendente di Davide che riporta la monarchia alle sue origini, prima della decadenza.

Il corteo prosegue scendendo dal Monte degli Ulivi verso il torrente Cedron, passando vicino al podere detto “il Torchio” (Getsemani) dove Gesù e i discepoli andranno a dormire in quella settimana (prudentemente: fuori delle mura della città), attraversa il letto del torrente e risale sul monte Sion entrando nel Tempio a est, per la porta di Susa che dà sulla facciata. Lungo il cammino, presumibilmente nel tratto finale, a mo’ di “tappeto rosso” i pellegrini stendono davanti agli zoccoli dell’asino i loro mantelli e rami di palma, mentre acclamano «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!» (Mt 21,9) riprendendo il Salmo 117, specialmente il v. 25 che dice: «Ti preghiamo, Signore: dona la salvezza! / Ti preghiamo, Signore: dona la vittoria!».

Questa è la traduzione di “Osanna”, una parola ebraica che ci siamo tenuti non tradotta come amen e alleluia. Fin dall’antichità è stata usata come se volesse dire “evviva”, ma letteralmente vuol dire “salvaci!”: hôšî‘āh-nnā‘ = dona, Signore, la vittoria! È la stessa radice della parola “Gesù” che vuol dire: “Dio salva”. La formula liturgica «Osanna nell’alto dei cieli» può significare due cose: «Tu sei nell’alto dei cieli, salvaci!» oppure: «Salvaci, mettendoci al sicuro nell’alto dei cieli».

In questo “trionfo” di Gesù è possibile, o perfino probabile, che i bambini e i pellegrini, in un rigurgito di comprensibile nazionalismo abbiano modificato appena appena, di pochissimo l’invocazione: «hôšî‘āh-nnā‘ be-ramayyā‘» (Signore salvaci nell’alto dei cieli), con: «hôšî‘āh-nnā‘ mê-romayyā‘» “Signore salvaci dai Romani” (cf. Mt 21,9). Infatti, gli evangelisti Matteo e Luca registrano la reazione allarmata degli avversari di Gesù: «I sommi sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che faceva e i fanciulli che acclamavano nel tempio: “Osanna al figlio di Davide”, si sdegnarono e gli dissero: “Non senti quello che dicono?”» (Mt 21,15-16).

«Alcuni farisei tra la folla gli dissero: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”. Ma egli rispose: “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”» (Lc 19,39-40).

La loro reazione sembra quella di chi si scandalizza perché Gesù riceve troppo onore, ma può anche essere quella di chi è impaurito per le possibili conseguenze che l’evangelista Giovanni ci fa capire mettendole in bocca al sommo sacerdote Caifa: [dopo la risurrezione di Lazzaro] «i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il Sinedrio e dicevano: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”. Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”» (Gv 11,47-50).

Per buona misura, Gesù entra nel tempio come se ne fosse il padrone (Giovanni però pone questo episodio all’inizio della vita pubblica di Gesù), “purificandolo” dalla presenza dei venditori di animali e dei cambiavalute: si fabbrica una frusta con delle cordicelle e li scaccia con le maniere forti, forse ammorbidendosi appena un poco con quelli che vendevano le colombe (cf. Gv 2,15-17) per i sacrifici dei poveri, poveri anch’essi: «Due passeri non si vendono forse per un soldo?» (Mt 10,29). Nei giorni seguenti continua a insegnare nel Tempio sotto il portico di Salomone, dicendo male dei sacerdoti e dei farisei e profetizzando la distruzione del Tempio motivata dal fatto di non essere stato riconosciuto e accolto come Re-Messia. Anche il profeta Geremia aveva preannunciato la distruzione del Tempio, ed era finito male, ma Gesù non teme di riprendere addirittura le sue stesse parole: «Forse è una spelonca di ladri ai vostri occhi questo tempio che prende il nome da me?» (Ger 7,11). In realtà, le cose al tempo di Geremia erano peggiori: i ricercati dalla giustizia potevano trovare asilo e mettersi in salvo nel Tempio che in questo modo si riempiva di gente poco raccomandabile. Paragonando i commercianti ai banditi Gesù si è fatto altri nemici, ma soprattutto ha contrapposto la sua autorità a quella dei sommi sacerdoti (cf. Mt 21,23; Mc 11,28; Lc 20,2): questo non potevano proprio lasciarglielo fare!

Tirando le somme, il suo ingresso “trionfale” in Gerusalemme e nel Tempio è la causa prossima dell’uccisione di Gesù che si afferma come Re-Messia e - nei timori della classe sacerdotale - rischia così di di provocare la reazione dei Romani. Per evitare questa reazione potenzialmente catastrofica, quindi per motivi di ragion di Stato, la maggioranza del Sinedrio deciderà la sua condanna a morte, ottenendo anche l’avallo di Ponzio Pilato, che sembra non fosse preoccupato più di tanto per quello che gli appariva un profeta sognatore.

L’ingresso in Gerusalemme è quindi il vero inizio della passione di Gesù.

Nel rito della processione delle Palme acclamiamo la sua venuta nel tempio che è il suo popolo e ciascuno dei suoi fedeli, ricordando però che il suo ingresso comporta una vigorosa purificazione per noi, che a lui costa la vita.

Chiediamo perciò nella preghiera che entri nella sua Chiesa e in ciascuno di noi per purificarci con il suo sangue, scacciando da noi ogni male e ogni compromesso con il peccato, per renderci tempio dello Spirito Santo.

I rami di ulivo che ogni anno portiamo in processione, poi li portiamo nelle nostre case come simbolo di pace, avvertiti che la vera pace non si ottiene a prezzo di compromessi col male, ma lasciandoci purificare da Gesù, accolto come Signore della nostra vita.