La sera del Giovedì Santo si celebra la Messa “in cœna Domini”, cioè “nella cena del Signore”, in cui ricordiamo e riviviamo sacramentalmente l’ultima cena di Gesù.

Sono gli evangelisti Matteo, Marco e Luca a dire che l’ultima cena è avvenuta la sera che dava inizio al giorno di Pasqua (giovedì), mentre l’evangelista Giovanni dice che è stata una sera precedente (mercoledì o martedì). Sembra più probabile che abbia ragione Giovanni: non è molto verosimile che il Sinedrio si sia riunito durante la notte di Pasqua e che Gesù abbia subito due processi in una notte soltanto. I vangeli sinottici potrebbero aver attinto a una fonte che ha spostato l’ultima cena per motivi teologici, per significare che questa era la nuova cena pasquale che andava a prendere il posto di quella di Mosè, mentre forse si trattava “solo” una cena in prossimità della Pasqua.

Qualcuno ha anche fatto notare che gli Esseni, come i “monaci” guerrieri di Qumran, adottavano un altro calendario che festeggiava la Pasqua prima degli altri Ebrei. Per  è improbabile che Gesù utilizzasse un calendario diverso da quello adottato in Giudea e comunque poi tutti e quattro gli evangelisti concordano sul fatto che Gesù è stato crocifisso il giorno prima del sabato, mentre la risurrezione è avvenuta il giorno dopo il sabato.

L’ultima cena è un evento-culmine: con le sue parole e soprattutto con i suoi gesti Gesù riassume la sua esistenza e la sua missione e anticipa il senso degli eventi drammatici che seguiranno nelle ore successive, in cui non parlerà quasi più.

Giovanni dedica addirittura cinque capitoli, dei 20 (più uno) del suo Vangelo, all’ultima cena: più sobri sono gli altri tre evangelisti. Tutti e quattro raccontano un gesto simbolico: i sinottici la distribuzione del pane e del vino con le parole che li accompagnano; Giovanni, che ha già parlato del Pane di vita al capitolo sesto del suo Vangelo, la lavanda dei piedi.

Partiamo proprio dalla lavanda dei piedi, narrata solo da Giovanni.

È certamente un gesto compiuto da Gesù: nessuno avrebbe mai osato inventarsi qualcosa del genere perché sarebbe stato semplicemente blasfemo. Nessuna religione mette Dio in ginocchio davanti agli uomini. Solo l’evangelista Luca ha il coraggio di accennare con molta discrezione che durante l’ultima cena Gesù ha servito a tavola i suoi discepoli, ma per pudore si è fermato lì: «Chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,26-27).

Non è detto esplicitamente che fossero presenti (solo) i dodici: tutti i testi nominano sempre i “discepoli”, mentre di “apostoli” si parla solo in un versetto (Lc 22,14), ma certamente si trattava della cerchia più intima e ristretta dei seguaci di Gesù. Credo che, anche se erano presenti solo gli apostoli, gli evangelisti li abbiano chiamati discepoli per dirci che quelli a tavola con Gesù non sono stati convocati in quanto capi della Chiesa futura, ma semplicemente come quelli che lo avevano seguito più da vicino, come cerchiamo di fare noi. Lo testimoniano le sue parole cariche di affetto: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la manger  più, finché essa non si compia nel regno di Dio» (Lc 22,15-16); «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele» (Lc 22,28-30); «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ci  che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ci  che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,13-15). Il mio desiderio più grande sarebbe sentirmi dire da Gesù, alla fine della vita: «Tu sei mio amico: hai perseverato con me nelle mie prove», anche se in realtà ho mancato in tantissime occasioni. Per  anche i discepoli presenti nell’ultima cena sono tutt’altro che perfetti, e gli evangelisti sottolineano impietosamente tutte le loro manchevolezze per dare coraggio anche a noi: l’intimità con Gesù non è un premio per i più meritevoli, ma un dono - totalmente gratuito - del suo amore. A questi discepoli molto imperfetti Gesù lava i piedi, perché tutta la sua vita è stata servizio: curare i malati, scacciare i demoni, camminare, sudare, a volte patire la sete e la fame, ascoltare le persone e annunciare loro la verità di un Dio Padre e non padrone, ricevere insulti e sassi come risposta... tutto è stato un servire le persone che ha incontrato rinunciando a dominare su di esse. Ma ora sta per essere catturato, processato, deriso, torturato e ucciso: lo sa e lo accetta come ultimo e supremo servizio all’umanità. Perché l’umanità è sporca: tutti i suoi delitti, le sue crudeltà, i suoi egoismi, l’avidità, le ipocrisie, le sopraffazioni, i tradimenti e la superbia formano una crosta orribile che sfigura e nasconde la bellezza della sua innocenza originaria.

Ma Gesù sa che c’è ancora, da qualche parte, quella bellezza; sa che quell’innocenza, anche se è morta, pu  risuscitare. È disposto a qualsiasi cosa pur di ridare al volto umano la sua somiglianza con Dio e l’innocenza della sua infanzia. E il modo che ha scelto è coerente con tutte le altre scelte della sua vita: ha scelto di non opporsi a quelli che lo vogliono uccidere, amandoli e perdonandoli in modo che, da allora fino alla fine del mondo, nessuno possa più credersi escluso dal suo amore e dal suo perdono.

Ha scelto di togliere quella crosta di peccati indicando la via col suo esempio: «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,13-15). La via del servizio reciproco e della reciproca sottomissione al posto della sopraffazione: un servizio che arriva fino a donare la vita.

Questo dono della sua vita è significato anche dell’altro gesto simbolico (= sacramentale) che compie quella sera a tavola con i suoi. Matteo, Marco, Luca e Paolo (1 Cor 11) riportano le parole di Gesù, ciascuno con qualche piccola differenza, ma tutti e quattro testimoniano che ha spezzato il pane e ha detto: «Questo è il mio corpo». Per una tragica ironia della storia, noi cristiani ci siamo divisi sul significato da dare a queste parole pronunciate nell’ultima cena, dimenticando che proprio in quella cena Cristo ha pregato perché i suoi discepoli restassero uniti.

Che cosa vuol dire «Questo è il mio corpo»?, insieme a «che è (dato) per voi», o «mangiate»?

Per secoli noi cattolici abbiamo litigato con i protestanti sul senso da attribuire a queste parole: è “veramente il corpo di Gesù” o è “solo un simbolo”? Eravamo così preoccupati di affermare la “presenza reale” di Cristo nell’eucaristia che spesso perdevamo di vista buona parte della portata simbolica di questo sacramento.

“È veramente il corpo di Cristo!”. Okay, ma perché lo devo mangiare? Ai bambini della prima comunione si diceva che avrebbero “ricevuto Gesù nel loro cuore”, una frase che proprio non c’è nei racconti dell’ultima cena. D’altra parte, sembra così brutto dire loro che mangeranno il corpo di Gesù... cosa siamo, cannibali?

Ritorniamo perci  nel cenacolo: ascoltiamo e guardiamo con attenzione.

Prima di tutto Gesù prende il pane, pronuncia il ringraziamento o benedizione - la preghiera che ogni ebreo pronuncia prima di mangiare - lo spezza, dice: “Questo è il mio corpo” e lo dà da mangiare ai suoi discepoli. Questo spezzare il pane è sicuramente un gesto che ha un significato simbolico che non deve essere taciuto: come quel pane che ora viene spezzato dalle sue mani, così il suo corpo sarà spezzato sulla croce. Gesù anticipa con questo gesto ci  che sta per accadere e ne illustra il significato, rafforzandolo con una ripetizione, cioè le parole sul calice: «Questo è il mio sangue dell’alleanza» oppure «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che viene versato per voi». Ci  che gli sta più a cuore in quel momento non è tanto che i discepoli credano che il pane e il vino si trasformano, ma che capiscano che il suo corpo sarà spezzato sulla croce e il suo sangue sarà versato fino all’ultima goccia e che questa sofferenza è il dono di amore di cui essi devono nutrirsi. Ci  che nutre la nostra vita, ci  che noi vogliamo assimilare - con il gesto significativo di mangiare e bere gli alimenti eucaristici - è il dono che egli ha fatto della sua vita nella sofferenza della passione, come evento che segna un nuovo rapporto tra Dio e gli uomini, una nuova alleanza: Dio non è rimasto al di fuori della nostra sofferenza e non giudica dall’alto i nostri peccati, ma si è fatto uno di noi, ha vissuto la nostra vita e la nostra morte, ha amato e perdonato fin nelle condizioni più estreme perché possiamo credere che sempre ama e perdona.

Dire che quel pezzetto di pane e quel sorso di vino sono il corpo e il sangue di Gesù è giusto, ma incompleto: sono il corpo di Gesù dato, spezzato sulla croce e il suo sangue versato nella passione; sono la morte di Gesù, offerta per stringere una nuova alleanza tra Dio e gli uomini. E poiché il corpo di Gesù ucciso sulla croce e il suo sangue versato sono stati risuscitati dal Padre, noi non comunichiamo solo alla sua morte, ma anche alla sua risurrezione, in attesa che egli ritorni nella sua gloria.

Nella prima domenica di quaresima ci è stato detto che «non di solo pane vivrà l’uomo» (Mt 4,4). Ora finalmente ci viene donato il vero cibo che alimenta la nostra esistenza, che sazia la nostra fame di amore e di vita: è il sacrificio di Gesù.

A dire il vero la parola ‘sacrificio’ non compare nei racconti dell’ultima cena e molti studiosi (come René Girard) oggi ci mettono in guardia sull’uso di questa categoria che porta in sé una notevole ambiguità. Se dovessimo pensare a un sacrificio come a uno “scambio”, un’offerta per placare la divinità adirata contro di noi, allora non sarebbe giusto pensare che Dio aveva bisogno di una vittima eccellente per placare la sua sete di giustizia, per non dire di vendetta.

È vero che gli evangelisti - e molti altri testi del Nuovo Testamento - stabiliscono un parallelismo tra l’antica e la nuova alleanza, l’antica e la nuova Pasqua: Gesù viene crocifisso o muore (a seconda dei vari racconti) all’ora sesta del venerdì, proprio mentre vengono immolati gli agnelli della Pasqua. Egli stesso, come abbiamo visto, afferma che la nuova alleanza si compie “nel suo sangue”: come gli agnelli innocenti sono uccisi per rinnovare l’alleanza tra Dio e il suo popolo, così anch’egli, innocente, muore per testimoniare un amore che tutto perdona. Perci , in un certo senso, la croce di Gesù è il suo sacrificio: non come “riparazione” sostitutiva nei confronti di un Dio adirato, bensì come dono totale di sé. D’ora in poi i suoi discepoli non offriranno più il sangue di capri espiatori, ma in memoria di Gesù, come lui ha chiesto, ripeteranno i suoi gesti e le sue parole sul pane e sul vino per accogliere, assimilare il suo dono e imitarlo: anch’essi cercheranno di donare la loro vita, il loro corpo e il loro sangue, anziché offrire il sangue di qualcun altro. Sì, l’eucaristia è il sacrificio di Gesù, ma è un sacrificio diverso da tutti gli altri, che pone fine a tutti gli altri sacrifici.

Un ultimo accenno su una questione che recentemente è tornata di attualità: nei racconti dell’ultima cena di Marco e Matteo Gesù dice che il suo sangue è «versato per molti (in remissione dei peccati)», mentre il nostro messale dice: «per voi (come ricordano Luca e Paolo) e per tutti». Ma nessun evangelista dice «per tutti»: è giusto oppure no?

Papa Benedetto XVI, in una lettera al presidente della Conferenza episcopale tedesca del 14 aprile 2012, ha spiegato i motivi per i quali avrebbe desiderato il ritorno a una traduzione del messale più letterale (“per molti”) ma ha pure chiarito che questi “molti” non sono da intendere in senso restrittivo: «Su questo punto vorrei solamente ricordare tre testi della Scrittura: Dio ha consegnato suo Figlio “per tutti”, afferma Paolo nella Lettera ai Romani (Rm 8,32). “Uno è morto per tutti”, dice nella Seconda Lettera ai Corinzi, parlando della morte di Gesù (2 Cor 5,14). Gesù

“ha dato se stesso in riscatto per tutti”, è scritto nella Prima Lettera a Timoteo (1 Tm 2,6)».

La questione è complessa e Benedetto XVI la spiega da par suo, ma anche se il nuovo messale che uscirà tra qualche mese dovesse tornare alla traduzione “per molti”, ricordiamoci che questi “molti” non sono solo alcuni, una parte dell’umanità, ma sono “i molti”, la moltitudine degli esseri umani di ogni luogo e di ogni tempo per cui Cristo ha versato il suo sangue sulla croce.