Lunedì scorso mi ha scritto un messaggio il papà di un ragazzo che si sta preparando alla cresima e alla prima comunione. Domenica scorsa, non potendo venire a messa, hanno letto il Vangelo insieme e hanno cercato di capire perché Gesù non è sceso dalla croce mentre tutti - la gente, i suoi persecutori e perfino quelli che erano stati crocifissi vicino a lui - lo sfidavano a farlo. Dicevano tutti che se fosse sceso dalla croce avrebbero creduto in lui, e penso proprio che l’avrebbero fatto: se uno dimostra di essere invincibile, non resta altro da fare che sottomettersi. Magari non gli vuoi bene, ma devi riconoscere che il più forte è lui.
Questo papà ha condiviso con suo figlio dei bei pensieri, molto giusti: gli ha detto che Gesù voleva darci la possibilità di credere e di salvarci senza costringerci con l'evidenza a farlo. E poi che Dio è stato così umile e amorevole da farsi del tutto uomo: incapace come noi di intervenire direttamente sui grandi cataclismi della nostra vita (come noi che ora ci scopriamo tanto deboli di fronte a questo virus). A questo punto però ha chiesto il mio aiuto perché lo ha sfiorato il dubbio di essere in errore: Dio non è forse onnipotente? Davvero Gesù sarebbe stato incapace di schiodarsi da quella croce?
La domanda è affascinante e fa anche un po’ paura, perché ci porta a interrogarci sull’identità misteriosa di Gesù: cosa vuol dire che è vero uomo e vero Dio? Come possono stare insieme, in un’unica persona, l’onnipotenza di Dio e i limiti umani?
Questa domanda se la sono posta anche gli evangelisti Matteo, Marco e Luca che non a caso scrivono che fin dall’inizio della sua missione Gesù è stato tentato. E di che cosa è stato tentato? Di trasformare una pietra in pane, cioè di ricorrere a un potere soprannaturale per rispondere al proprio bisogno. Poteva farlo? Se è stato tentato, allora vuol dire che avrebbe potuto: nessuno di noi può avere la tentazione di trasformare in pane una pietra, semplicemente perché non ne siamo capaci, non ne abbiamo la possibilità.
Gesù è stato capace di curare i malati, anche gli inguaribili come i lebbrosi, di aprire gli occhi ai ciechi, di far rialzare i paralitici e perfino di risuscitare i morti, ma non ha mai usato il suo potere per se stesso, a servizio dei propri bisogni, nemmeno di quelli più elementari e innocenti, come avere un pezzo di pane dopo un digiuno lunghissimo. Perché? Perché sarebbe stata una “scorciatoia”, un eludere il limite umano e quindi un’assunzione solo apparente della nostra umanità. Gli uomini non possono farsi i miracoli per risolversi i problemi, e quindi neanche lui ha fatto ricorso al suo potere per sé. Era una tentazione forte, ma l’ha vinta.
Allora l’evangelista Luca aggiunge al suo racconto che «dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato» (Lc 4,13), e il “momento fissato” è proprio quello della sua passione, in cui il tentatore parla attraverso la bocca di quelli che sfidano Gesù a scendere dalla croce.
Gesù non scende.
Perciò torniamo alla domanda iniziale: non ha voluto o non ha potuto?
Credo che per Gesù non si ponga il dilemma: avrebbe potuto scendere dalla croce solo se fosse stato diverso da quel che era, solo se avesse vissuto diversamente, solo se fosse stato più potente di noi ma in fondo uguale a noi. Non solo avrebbe salvato la sua vita, ma avrebbe ottenuto la sottomissione di tutti i suoi nemici, soldati romani compresi.
A quel punto - lavoriamo un po’ con l’immaginazione - sarebbe stato riconosciuto come Messia, cioè come re di Israele, ma avrebbe potuto continuare le sue vittorie fino a diventare imperatore di Roma: infatti un’altra tentazione iniziale riguardava la presa del potere universale. Avrebbe potuto fare leggi giuste e sagge, e farle rispettare. E tutti i suoi sudditi, e i loro discendenti, avrebbero adorato il suo Dio e gli si sarebbero sottomessi.
Non è solo un’immaginazione: è quel che ha fatto sei secoli più tardi il profeta Maometto.
Perché Gesù non è stato un vincente come o più di Maometto? Perché non è sceso dalla croce?
Per rispondere mi faccio aiutare dalle riflessioni di p. Silvano Fausti (Una comunità legge il Vangelo di Luca) liberamente riformulate, sperando di non rovinare il suo pensiero.
Gesù non è sceso dalla croce perché allora il suo Dio sarebbe stato il dio affermato da tutte le religioni e negato da tutti gli ateismi: un dio onnipotente e imperscrutabile che a volte soccorre qualcuno e tante altre volte no, un dio davanti al quale ci si può solo sottomettere per ottenere i suoi favori o ribellarsi ed essere annientati. Un dio che fa paura. Ma è proprio la paura la causa dell’egoismo, la causa della brama di avere, di potere e di apparire, la causa di ogni male che ci rende prima vittime e poi complici.
Invece, morendo in croce, Gesù non ci libera dalla morte, ma dalla paura di essa che ci avvelena tutta la vita. Il peccato è sostanzialmente quella menzogna che ci ha tolto la conoscenza di Dio come amore e ci impedisce di accettare di essere da lui e per lui. Per questo temiamo l’incontro con lui come la nostra morte e viviamo schiavi di quest’angoscia per tutta la vita. Lui ce ne libera, offrendoci la sua amicizia e standoci vicino fin nella morte.
Proprio là dove noi temiamo la solitudine assoluta – il nulla e la dannazione – scopriamo un Dio che ci offre la sua solidarietà e la comunione con lui, che è la vita. La salvezza che Gesù ci porta è la riconciliazione dell’uomo con il Padre della vita.
Tutti i racconti della Passione ci presentano Gesù che viene deriso perché si era proclamato re (Messia), ma contemporaneamente ci fanno capire che è veramente re e in cosa consiste la sua regalità: non nel sottomettere i suoi nemici, ma nel perdonarli, amarli e invitarli a entrare nel suo regno. Il suo regno è quello che aveva annunciato nelle beatitudini e ora tutti lo possono vedere: il re è povero, affamato, piangente, odiato, bandito, insultato e respinto come scellerato, ama i nemici, fa loro del bene, li benedice, intercede per loro, resiste al male portandolo, è disposto a subirne di più pur di non restituirlo e dà agli altri la salvezza che ognuno vorrebbe per sé. Questa sua regalità rivela la grazia e la misericordia di Dio: è il Figlio uguale al Padre, che non giudica, non condanna, perdona e dona la vita per i fratelli.
Ora possiamo comprendere in che senso Gesù è re e qual è la salvezza che porta. È un re che esercita la sua libertà nel servire; il suo unico potere è amare fino alla morte. La sua salvezza non è quella che si attende l’uomo. È quella di un Dio che si fa condannare alla nostra stessa pena, pur di stare con noi. La salvezza che il Figlio di Dio ha portato sembra non avere alcuna rilevanza, né religiosa, né politica, né personale, ma anche se sulla croce Gesù appare come religiosamente maledetto, politicamente impotente e personalmente fallito, la sua è la vittoria decisiva. Il nostro male radicale è il voler salvare noi stessi: Gesù, perdendosi per noi, lo vince. La sua tentazione riguarda l’inutilità della croce e del tipo di salvezza che ne deriva: questa sarà sempre anche la tentazione della Chiesa e di ogni uomo. Bisogna ripeterlo: scendere dalla croce, salvare se stesso, rappresenta la suprema aspirazione di ogni uomo che, per paura, cerca di salvarsi a tutti i costi. Proprio quest’ansia di vita genera l’egoismo, vera morte dell’uomo come figlio di Dio; da qui nasce ogni altro male e falso modo di intendere la vita e la morte. Invece, con la sua uccisione, Gesù si fa prossimo a ogni perduto, rivela un Dio che nella sua misericordia si fa prossimo all’uomo peccatore. Perciò Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio, il Messia e il Signore, salvatore di tutti. Un testimone privilegiato della passione di Gesù è l’apostolo Pietro, anche se in quell’occasione non diede una buona prova di sé: forse si può dire che fu talmente sconvolto dal comportamento di Gesù durante l’arresto, fu così destabilizzato dal vedere l’apparente debolezza del suo maestro e Signore che arrivò a dire per tre volte: «Non lo conosco!». Nel Getsemani il coraggio l’aveva avuto: era stato solo lui a tirare fuori una spada contro un gruppo di soldati sicuramente più numerosi e meglio addestrati di lui. Ma dopo che Gesù gli ha fermato la mano, si è come smarrito: non ha più saputo cosa fare e si è perso d’animo, arrivando al rinnegamento.
Molto tempo più tardi, dopo essere stato perdonato e aver ricevuto nuovamente la fiducia di Gesù, ripensando a quegli avvenimenti scrisse: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,21-23).
Se prima non aveva capito perché Gesù si comportasse in quel modo, dopo la risurrezione ha compreso che aveva semplicemente messo in pratica il suo insegnamento, il discorso della montagna: «Io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello» (Mt 5,39-40). Pietro si è convertito a tal punto da arrivare a scrivere qualcosa che forse noi riteniamo esagerato o addirittura inaccettabile: «È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio» (1 Pt 2,19-20).
Soffrire non piace a nessuno; soffrire ingiustamente, poi, per la cattiveria di qualcun altro, lo respingiamo a tutti i costi. Gesù, pur potendo, non lo ha evitato e non ha reagito: non per debolezza, né per ingenuità, né per masochismo.
Ha accettato di soffrire ingiustamente per condividere tutte le nostre sofferenze e testimoniarci un amore che non si tira indietro davanti a niente. Se non smetteremo di contemplare il Crocifisso e l’amore che gli ha fatto accettare questa sofferenza, anche per noi si compirà la sua parola: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).
Mi torna in mente uno spiritual che quando ero giovane ho avuto la presunzione di cantare in pubblico, ma accompagnato da un vero musicista, il pianista Gianni Panozzo. La canzone era He never said a mumbling word. Il testo (tradotto) dice:
Crocifissero il mio Signore
e lui non mormorò nemmeno una parola.
Lo inchiodarono alla croce
e lui non mormorò nemmeno una parola.
Piegò la testa e morì,
e non mormorò nemmeno una parola.
Nemmeno una parola,
nemmeno una parola.