Secondo l’etimologia più accreditata, la parola ‘Pasqua’ deriva da un verbo che significa “passare oltre” (saltando qualche cosa), quindi vuol dire “passaggio”.
La Veglia di Pasqua avviene di notte: in questa notte i fedeli restano svegli per celebrare la salvezza di Dio. Prima di noi lo facevano gli Ebrei (non nella stessa data), e lo fanno ancora oggi.
Nella versione aramaica della Bibbia, la stessa che leggeva Gesù (il Targum palestinese), il brano di Esodo 12,42 era commentato dal Poema delle quattro notti in cui si diceva appunto che anche Dio aveva vegliato durante quattro notti (Bruno Forte ha ripreso questo racconto nel libretto Le quattro notti della salvezza). Eccone la traduzione:
Quattro notti sono state iscritte nel “Libro dei Memoriali”:
La prima notte fu quella in cui il Signore si manifestò sul mondo per crearlo; il mondo era deserto e vuoto e le tenebre ricoprivano l’abisso. La parola del Signore fu la luce e questa cominciò a brillare, la chiamò: prima notte.
La seconda fu quando il Signore si manifestò ad Abramo, che aveva cento anni, e a Sara che ne aveva ottanta perché si adempisse la scrittura: forse Abramo può generare e Sara partorire? Isacco aveva trentasette anni, quando fu offerto sull’altare. I cieli sono discesi, si sono abbassati, e Isacco ne vide le perfezioni; e tali perfezioni oscurarono i suoi occhi. E la chiamò: seconda notte.
La terza notte fu quando il Signore apparve agli egiziani nel cuor della notte: la sua mano (sinistra) uccideva i primogeniti degli egiziani e la sua destra proteggeva i primogeniti d’Israele, perché si adempisse ciò che la scrittura dice: Israele è mio figlio, il mio primogenito. E la chiamò: terza notte.
La quarta notte (sarà) quando il mondo arriverà alla sua fine per essere dissolto; i gioghi di ferro saranno spezzati e le generazioni dell’empietà saranno distrutte. E Mosè uscirà dal deserto e il re messia dall’alto dei cieli…
È la notte della pasqua per il nome del Signore, notte stabilita e riservata per la salvezza di tutte le generazioni d’Israele.
Non a caso, le prime tre letture della nostra veglia Pasquale ci parlano proprio delle prime tre notti: la creazione, il sacrificio di Abramo e l’esodo. Il Vangelo non ci parla della venuta finale del Messia, ma della notte in cui l’uomo mortale Gesù viene dato a noi definitivamente come Cristo-Messia, “diventa” per tutti il Signore dei vivi e dei morti. Ovviamente, lo è sempre stato, ma questa è la notte decisiva, la notte della sua risurrezione, il passaggio dalla morte alla vita in pienezza, l’ora in cui Dio mostra che la pretesa di quest’uomo di essere il suo Figlio non era il delirio di un esaltato, ma la verità.
Perché questi avvenimenti accadono proprio di notte? Cosa significa questa collocazione temporale?
La notte - specialmente nell’antichità, quando le città non avevano l’illuminazione artificiale - è il tempo in cui si dorme o comunque non si va in giro perché il buio può nascondere pericoli. Di notte allora cessa ogni attività umana fuori casa, con poche eccezioni spesso disoneste. Di notte, quindi, Dio agisce da solo, senza il concorso umano e senza testimoni del suo operare: Dio è solo, Dio è l’Unico.
La sua prima azione per noi avvenne necessariamente nel buio proprio perché fu la creazione della luce, che prima non c’era. Dio ci ha creati dal nulla; dal niente non nasce niente, perciò noi potevamo non esserci: niente sarebbe esistito e nessuno avrebbe potuto accorgersene. Invece esiste l’universo, o forse - dicono oggi i cosmologi - il “multiverso”, infiniti universi addirittura, come se questo non fosse già abbastanza grande. E ci siamo anche noi che contempliamo questo mistero e ci poniamo domande: perché siamo qui? Perché esiste il tutto e non il nulla?
Qual è il senso di tutto questo?
In questa notte di veglia noi celebriamo la nostra salvezza che è iniziata molto tempo fa, con la creazione. Si stima che l’età dell’universo sia di 13,82 miliardi di anni; la nostra specie è apparsa sulla terra circa 300.000 anni fa: se l’età dell’universo fosse una giornata di 24 ore, l’uomo sarebbe apparso nell’ultimo mezzo secondo; gli ultimi 10.000 anni di storia sarebbero poco meno di 18 millesimi di secondo. Nell’infinita notte del cosmo, Dio ha pensato a noi creando la luce, il tempo, i corpi celesti, il nostro pianeta con i mari, le montagne e i fiumi, la vegetazione, gli animali e alla fine noi, gli unici che possono dire: «Che bello!» e che possono anche distruggere tutto.
Nella Pasqua celebriamo il passaggio dal buio del nulla allo splendore dell’essere.
La seconda notte è quella in cui Dio appare ad Abramo per promettergli un figlio, ma nel Poema delle quattro notti si estende fino al momento del sacrificio di Abramo - che gli Ebrei chiamano più delicatamente la “legatura di Isacco” - perché in quel momento gli occhi di Isacco furono oscurati dalla visione delle perfezioni celesti e su di lui scese la notte. Anche qui è ancora Dio a prendere l’iniziativa, ma non è più da solo: ora c’è anche Abramo che deve camminare nel buio, nella mancanza di punti di riferimento esteriori, guidato solo dalla fede, e c’è pure Isacco che in silenzio partecipa accettando quel che sta avvenendo. Mentre Abramo e Isacco credono - ciascuno a modo suo - di essere soli e perduti, Dio veglia sulla vita del figlio della promessa: la veglia di Pasqua celebra quindi anche la liberazione del primogenito dalla morte. Dio si manifesta alla fine di questo dramma come diverso dagli altri dei, un Dio che non vuole i sacrifici umani ma è amante della vita, e addirittura sceglie Abramo come amico (2Cr 20,7; Isaia 41,8; Dn 3,35; Gdt 8,26 Volg 22; Gc 2,23).
Nella Pasqua celebriamo il nostro passaggio dalla paura degli dei, invidiosi della felicità umana, alla fiducia in Dio, amico dell’umanità e della vita.
La terza notte - quella che conosciamo meglio - è ovviamente quella dell’uscita dall’Egitto: «Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione» (Es 12,42). Qui Dio si manifesta come il liberatore, come colui che interviene contro la schiavitù e l’oppressione. Non solo Dio ci ha creati, non solo vuole per noi la vita, ma ci vuole anche liberi: non schiavi, ma figli.
Nella Pasqua celebriamo il passaggio dalla servitù (come schiavi) al servizio, come esseri liberi: «Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall'Egitto gli Israeliti?». Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte» (Es 3,11-12).
La quarta notte è per noi la notte della risurrezione di Gesù: le donne si recarono al sepolcro di buon mattino il giorno dopo il sabato, ma la pietra del sepolcro era già stata rotolata via, la risurrezione era già avvenuta durante la notte, senza testimoni diretti. Gesù è passato dalla morte alla vita, “primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1,18; cf. Ap 1,5): il suo passaggio ha aperto la strada al nostro passaggio, la sua risurrezione è la premessa alla nostra risurrezione.
Nella notte di Pasqua celebriamo allora il passaggio dal buio della morte alla luce della vita; la fine della paura e della schiavitù del peccato; il passaggio dalla morte alla vita.
Non è indispensabile restare svegli fino al mattino, anche se anticamente le prime comunità cristiane lo facevano e ancor oggi qualcuno lo fa: è Dio che veglia su di noi!
Quelli che restano svegli per “vivere la notte” bevendo, ballando e sballando, a modo loro cercano di vivere un tempo libero dai doveri e dalle costrizioni, un tempo “gratuito” di gioco e di festa. Il risultato però non è sempre quello desiderato.
In questa notte (e anche in qualche altra) è bello per i credenti “tirare tardi” non per bere o dedicarsi agli eccessi, ma per gustare e celebrare - in un tempo slegato dai doveri quotidiani - la vera libertà che Dio ci ha donato in Cristo: libertà dalla morte, dalla paura e dal peccato per vivere fiduciosi come amici di Gesù e figli di Dio.