«Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29). «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa» (1 Pt 1,8).
Le letture di questa seconda domenica di Pasqua toccano almeno due temi importantissimi per noi: la gioia - o addirittura la beatitudine - nel credere senza vedere e il fondamento stesso della fede. Vorrei cominciare dal secondo.
Gli apostoli Pietro e Giovanni - che hanno scritto la prima lettura e il Vangelo - erano consapevoli di aver avuto bisogno di vedere per credere: avevano avuto bisogno di vedere il Risorto o almeno i segni della sua risurrezione, come Tommaso e in fondo come tutti gli altri. Ora però annunciano a tutti la risurrezione del Signore e sanno di poter offrire solo la loro parola: non possono mostrare nessuna prova inconfutabile della risurrezione di Gesù.
Il punto decisivo per chi crede e per chi non crede è tutto qui: Gesù è risorto veramente oppure no? Se Gesù non è risorto, importa poco sapere se gli apostoli erano illusi o imbroglioni: se Gesù non è risorto, allora è solo uno dei tanti crocifissi di quel tempo e di tutti i tempi; di lui resta un messaggio religioso e morale più che rispettabile, ma alla fin fine fallimentare.
Al contrario, se Gesù è risorto davvero, allora è vero anche il suo messaggio e noi non siamo destinati a sparire nel nulla, ma siamo avviati all’immortalità, e anche le nostre decisioni e azioni sono importanti.
Si può discutere sul senso di questa o quella frase del Vangelo, su questo o quel punto della dottrina, della morale o della prassi ecclesiale - di ogni Chiesa - ma se Gesù è risorto allora è davvero il rivelatore unico di Dio, non solo uno dei grandi profeti o maestri dell’umanità. Se è risorto, passato a un nuovo tipo di vita e non solo tornato alla vita di prima come Lazzaro, allora non siamo destinati a sparire con la nostra morte, e questo cambia completamente il nostro modo di pensare e di vivere nel tempo.
Ma come si fa a sapere se è risorto oppure no?
Monsignor Luigi Sartori, per tanti anni presidente dell’ATI, l’associazione dei teologi italiani, e insegnante di ecclesiologia nel seminario di Padova, in una sua lezione commentava i quattro aggettivi che nel Credo definiscono la Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica. A proposito dell’ultimo diceva più o meno così: «Se io fossi un musicista e dovessi mettere in musica il Credo per una messa cantata, per questa parola - apostolica - non userei una melodia in tono maggiore, ma passerei a un tono minore, perché questa caratteristica della Chiesa non è una sua forza, ma una sua “debolezza”, in un certo senso. Quando proclamiamo che la Chiesa è apostolica noi affermiamo che è fondata sulla testimonianza degli apostoli, non su quella di Cristo. Nessuno di noi ha visto il Risorto: sono gli apostoli che lo hanno visto e noi crediamo per la loro testimonianza, ci appoggiamo sulle loro parole».
Io, da parte mia, sono convinto: se il gruppo dei discepoli di Gesù ha superato lo shock della morte del Maestro e ha testimoniato la sua risurrezione è perché lo ha visto vivo. Non lo hanno saputo difendere durante la passione, come avrebbero potuto riorganizzarsi e rilanciare il suo messaggio subito dopo la sua morte, dopo una fine così ignominiosa? Non solo: la tradizione afferma che gli apostoli sono morti tutti di morte violenta. Nessuno di loro ha ritrattato, nessuno ha ammesso l’impostura, neppure uno. Per me sono credibili.
Certo, io non ho conosciuto gli apostoli. La loro testimonianza è stata scritta nei libri del Nuovo Testamento, ma soprattutto è stata raccolta da una catena di testimoni che di generazione in generazione l’hanno fatta giungere fino ai giorni nostri.
Ho creduto e credo anche perché mi hanno parlato di Gesù persone che pur con tutti i loro limiti umani mi sono sembrate credibili: mi è sembrato che il loro essere credenti non togliesse niente alla loro umanità, ma anzi ne facesse degli esseri umani migliori, senza nulla togliere ad altre splendide persone non credenti. Magari qualcun altro può aver conosciuto gli stessi credenti che ho conosciuto io e ne ha ricavato un’impressione diversa o contraria: ci sta. Ma anche su me stesso ho fatto l’esperienza che vivere la fede mi ha reso un po’ migliore, e che le incoerenze mi hanno reso peggiore. Per questo provo rimorso per le volte in cui ho vissuto la mia fede in modo incoerente o fazioso, per le volte in cui chi mi ha conosciuto ha dovuto pensare che non si può essere contemporaneamente credenti, onesti/sinceri, intelligenti e buoni. Sui credenti pesa la responsabilità di essere credibili.
Ma non da soli! Di santi ce ne sono pochi e anche tra loro non tutti sono umanamente perfetti, senza contare che a volte scopriamo difetti o peccati anche gravi in persone insospettabili: di recente si è potuto accertare che Jean Vanier, il fondatore delle comunità dell’Arche, si è reso colpevole di veri e propri crimini. Per me è stato un grande dispiacere perché avevo di lui molta stima, ma la fede non si può fondare sulla testimonianza di una sola persona, per quanto eccezionale. La fede ha bisogno della testimonianza di una comunità, di persone che vincono i loro individualismi e scelgono di servire, e nelle oltre 150 comunità dell’Arche ci sono tante persone così.
Ognuno è responsabile davanti a Dio delle proprie azioni, ma non porta da solo il peso della testimonianza da rendere a Cristo Signore davanti al mondo. Gli Atti degli apostoli raccontano che la comunità dei primi discepoli a Gerusalemme godeva della stima di tutti: Pietro era conosciuto come guaritore, Giacomo come uomo pio, ma più dei singoli era stimata tutta la comunità, composta da donne e uomini per nulla straordinari che assistevano i poveri, pregavano insieme, condividevano i beni tra loro. La forza di Cristo risorto, se c’è, si deve mostrare nel toccare la vita della gente comune, non solo degli individui eccezionali, anzi: deve salvare proprio i peggiori,
come Saulo-San Paolo.
Per questo nel brano del Vangelo di oggi si racconta che Gesù apparve la sera del giorno dopo il sabato a tutto il gruppo dei discepoli riuniti insieme e poi ancora otto giorni dopo, nel senso in cui anche noi diciamo “oggi otto” per intendere lo stesso giorno della settimana successiva. Dunque, la sera del giorno che da lì in poi diventa “il giorno del Signore”, Gesù viene incontro al desiderio di Tommaso che vuole toccare con mano le prove della risurrezione, ma non gli appare da solo come a Maria Maddalena: appare a tutta la comunità riunita. Sarà la comunità dei discepoli a testimoniare la risurrezione di Gesù, e chi vorrà credere dovrà unirsi a loro perché Gesù sarà presente in mezzo a loro, anche se nel nascondimento.
Ancora oggi Gesù si rende presente - invisibilmente - ogni domenica nella sua comunità radunata per ascoltare la sua parola e celebrare l’eucaristia. Ho scritto “oggi”, ma forse avrei dovuto scrivere “ieri”. In queste settimane di lockdown per il coronavirus non abbiamo più avuto la possibilità di riunirci in chiesa per celebrare l’eucarestia domenicale e tra noi preti serpeggia il dubbio che anche quando saranno rimossi i divieti molte persone non torneranno più a messa.
Ma riguardo a questo io mi sento sereno: anche se quelli di Google Maps mi telefonano spesso proponendomi di “promuovere maggiormente la mia attività”, io continuo a ripetergli che non vendo pentole né tappeti e non ho bisogno di aumentare il fatturato. Il mio problema non è riempire la chiesa, ma favorire l’edificazione della comunità nella condivisione dell’ascolto della Parola, del Pane eucaristico, del servizio e della fraternità, anche se non so bene come fare.
Però le letture di oggi non mettono l’accento sugli aspetti problematici, ma sulla gioia; addirittura sulla beatitudine: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». «Esultate di gioia indicibile e gloriosa».
Forse qualcuno si chiederà in cosa consiste questa beatitudine o addirittura si sentirebbe di proclamare beati quelli che hanno potuto vedere il Signore, mentre noi non abbiamo questa fortuna. La risposta è abbastanza semplice: la beatitudine consiste proprio nel fatto che amiamo il Signore e crediamo in lui, mentre molti di quelli che lo hanno visto non hanno creduto in lui e non lo hanno amato, anzi lo hanno odiato.
Quasi tutti conoscono la moderna la favola di Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, e la sua frase forse più famosa: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. Che l’autore lo sapesse o no, era quasi uguale a una frase scritta da uno dei primi martiri cristiani, Sant’Ignazio di Antiochia, nella sua lettera ai cristiani di Roma: «Niente di quel che si vede ha valore». Forse l’ha sparata un po’ grossa, ma bisogna capirlo: era ormai vicino il giorno in cui sarebbe stato sbranato dalle fiere per l’onesto divertimento di tanti bravi cittadini e buoni padri di famiglia. Per questo scriveva ancora: «Ogni mio desiderio terreno è crocifisso e non c’è più in me fiamma alcuna per la materia, ma un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: Vieni al Padre. Non mi diletto più di un cibo corruttibile, né dei piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di Davide, voglio per bevanda il suo sangue che è la carità incorruttibile».
Sì, veramente beati quelli che grazie alla fede vanno oltre ciò che si vede e ai quali è dato di amare il Signore, anche se non lo hanno visto. Beati perché sanno di essere amati di un amore indefettibile e hanno la gioia di poter donare la loro vita a Colui che merita questo dono e lo restituisce moltiplicato.