Questa terza domenica di Pasqua ci presenta l’episodio di Emmaus. È uno dei più belli e più noti del Vangelo, perciò anche uno dei più difficili da commentare perché è forte la tentazione di ripetere quel che si sa già, quel che si è già sentito, anziché cercare di capire ancora una volta da capo che cosa vuol dirci il Signore. Il cardinal Martini consigliava di rileggere tre o quattro volte il testo ad alta voce, fino a quando qualcosa attira la nostra attenzione, in modo – così si esprimeva – che il testo si trasformi da panorama di pianura (un testo “piatto”) in panorama di montagna, con alti e bassi, con cime e burroni.
Questa volta sono stato colpito da una parola apparentemente non molto importante, anche se nessuna parola del Vangelo lo è. Si trova anche nella seconda lettura, e nel Vangelo è pronunciata dall’unico dei due discepoli che abbia un nome: l’altro è anonimo, forse perché possiamo riconoscerci in lui, mentre il primo si chiama Cleopa. Una delle donne che vanno al sepolcro è chiamata Maria (moglie?) di Cleopa (Gv 19,25) e probabilmente coincide con Maria madre di Giacomo (il minore) e di Joses (Mc 15,40) o Josef (Giuseppe: Mt 27,56) – due dei quattro “fratelli” di Gesù – che viene definita “sorella” di Maria madre di Gesù, anche se non è pensabile che due sorelle vere e proprie abbiano lo stesso nome. Dunque questo Cleopa potrebbe essere un parente di Gesù, forse addirittura uno “zio”, ma gli evangelisti sono sempre stati a dir poco diffidenti nei confronti dei parenti di Gesù. In ogni caso questo Cleopa dice allo sconosciuto: «Solo tu abiti straniero a Gerusalemme!». La parola che usa in greco (paroikeîs) anche Pietro la usa nel primo versetto della seconda lettura, e significa “abitare come straniero”: proprio da quella parola deriva la nostra “parrocchia”:
«Se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo della vostra paroikía (pellegrinaggio)» (1 Pt 1,17).
Il greco ‘paroikía’ – parola che è diventata la nostra “parrocchia” – si traduce di solito con “pellegrinaggio”, nel senso di abitazione non stabile, passaggio transitorio.
“Parà” vuol dire anche “presso”, perciò “parà-oikìa” viene tradotto o spiegato da alcuni come “la casa vicina alle case”. La parrocchia sarebbe la casa di Dio in mezzo alle case degli uomini: è una idea pastorale piacevole, ma gli studiosi la contestano dicendo che qui “parà” assume un altro significato, come nelle parole che usiamo anche noi, tipo “parafarmacia” o “paramedico”. “Paroikìa” significa allora “una specie di casa”, una “quasi casa”, casa di chi non ha una residenza stabile, di chi è di passaggio. Gli antichi cristiani scelsero di chiamare le comunità “paroikìa” per dire che quella porzione di fedeli era una realtà instabile e in movimento, mentre poi l’idea si è addirittura capovolta esprimendo il radicamento nel territorio.
Forse questo tempo del coronavirus ci ha resi più consapevoli che siamo “parrocchiani” nel senso che ci ha resi più consapevoli della nostra precarietà. Siamo chiusi in casa, ciascuno nella sua (e fortunati quelli che hanno una casa, soprattutto se è dotata di tutto il necessario e anche di qualche comodità extra), ma ci siamo anche accorti che qualcosa di minuscolo, di invisibile come un virus può portarci via tutto: i nostri progetti, il lavoro, la vita stessa… I nostri attaccamenti sono stati tutti rimessi in questione e forse abbiamo preso maggiore consapevolezza di essere di passaggio. Qualcuno vede in questo addirittura la mano di Dio, ma nell’attribuire a Dio intenzioni o azioni bisognerebbe sempre andarci molto piano per non correre il rischio di “nominarlo invano”, che è un peccato molto grave, anche se qualche politico sembra non saperlo. Quel che possiamo dire a partire dal brano di Emmaus è che anche Gesù si presenta inizialmente come “parrocchiano”, cioè “uno che abita da straniero a Gerusalemme”, uno che è tagliato fuori da tutte le relazioni, per cui non ha nessuno che lo metta al corrente delle novità. Da straniero si avvicina ai suoi due discepoli che credono di averlo perduto, mentre in realtà hanno perduto solo i loro sogni e progetti: «Noi speravamo...».
A me, parroco, viene spontanea una riflessione sulle parrocchie in generale e sulla mia in particolare.
Le nostre parrocchie sono state per secoli un punto di riferimento fondamentale nel territorio; i preti avevano un’autorità indiscussa e non c’era dubbio che il lavoro pastorale dovesse consistere nel consolidare e se possibile aumentare le attività e le strutture ecclesiali. Io non voglio certo demonizzare il radicamento in un territorio, la realizzazione di opere che hanno concretizzato la sequela di Gesù di chi ci ha preceduto sulla via della fede creando tradizione, storia e cultura, ma mi sembra che in questo momento il Risorto si affianchi a noi per aiutarci a vedere le cose in un altro modo. Ora forse è venuto il tempo di dismettere – spesso dolorosamente – edifici, istituzioni e iniziative: è venuto il tempo di riscoprirsi “parrocchiani”, leggeri, di passaggio.
Non è facile. Siamo tentati – come i due di Emmaus – di fare “il volto scuro” (v. 17) perché si infrangono molti nostri progetti e altri ancora se ne infrangeranno. Come i due di Emmaus siamo tentati di litigare (v. 15) e di buttarci addosso reciprocamente parole dure (v. 17): quante critiche – anche esagerate e violente – in queste settimane sulle scelte dei vescovi e dei preti! Forse vorremmo che questa crisi passasse presto per tornare a “come eravamo”, ma forse la strada giusta è un’altra. A noi, precari della vita, ma sempre tentati di diventare sedentari, il Signore si fa vicino per farci capire che la sconfitta, la croce, e quindi la spoliazione e la povertà fanno parte del piano di Dio non solo per lui, ma anche per noi.
Negli anni in cui sono stato parroco a Santa Sofia, a partire dal 28 settembre 2008, ho visto tante attività e iniziative venire meno e mi sono seriamente interrogato – e mi interrogo tuttora – per capire se la mia condizione di disabilità o più probabilmente la mia personalità abbiano qualcosa a che fare con questa “diminuzione” progressiva e apparentemente inarrestabile. Gli esami di coscienza però non si fanno in pubblico. Quello che posso affermare in questa riflessione è la mia convinzione che al giorno d’oggi le parrocchie non possano riprodurre il modello del passato, in cui tutte facevano tutto o almeno ci provavano. Credo si debba riscoprire l’essenziale, così come ce lo presenta il brano del Vangelo di oggi.
L’essenziale è prima di tutto aprire gli occhi sulla presenza del Signore tra noi e con noi. Anche se era “parrocchiano”, dimorava forestiero a Gerusalemme, «egli entrò per dimorare con loro» (v. 29): non tanto nella casa, nella “struttura” di Emmaus, ma con loro due, con le loro persone. Non dobbiamo inventare né creare la presenza del Signore tra noi, ma accorgerci di questo dono gratuito ed esserne riconoscenti.
Essenziale è l’incontro e l’accoglienza del forestiero, o se vogliamo, della novità: senza questa accoglienza quei due avrebbero continuato il loro litigio e la loro analisi del passato senza approdare a niente. È chiaro che l’immigrazione dev’essere governata, che delinquenza e degrado sociale vanno combattuti, che le risposte alla povertà non possono ridursi all’elemosina, ma nei porti chiusi e nelle porte chiuse non c’è futuro. Forse quelli che a volte ci sembrano un male, una malattia, potrebbero essere la medicina.
Con l’aiuto del forestiero che “spalanca” loro le Scritture (v. 32) i due discepoli rileggono la Bibbia e la capiscono: il cardinal Martini, padre Silvano Fausti, Enzo Bianchi e tanti altri ci hanno detto e ci dicono che l’evangelizzazione si fa col Vangelo e che il cristiano del XXI secolo troverà alimento per la propria fede nella Scrittura conosciuta, amata e pregata, o non sarà cristiano. Essenziale è offrire la possibilità di accostare la parola di Dio contenuta nella Scrittura: non tutte le parrocchie potranno fare tutto, ma ciascuna dovrà offrire qualcosa in questo senso.
Essenziale è spezzare insieme il pane eucaristico con sempre maggiore consapevolezza: ci siamo adattati nell’emergenza alle messe in streaming, ma dobbiamo tornare a riunirci insieme per celebrare l’Eucaristia e gli altri sacramenti, e da lì ripartire per la missione, come i due discepoli che lo riconobbero nello spezzare il pane e tornarono a Gerusalemme per annunciare ciò che avevano visto e udito. È difficile trovare uno stile celebrativo che vada bene a tutti: forse è impossibile. Ma allora vale anche qui il principio che non tutti devono fare tutto e accettare che ci siano parrocchie in cui si canta in gregoriano e altre con chitarra e batteria: però bisognerebbe “gareggiare nello stimarsi a vicenda” (Rom 12,10) e “non fare nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno, con tutta umiltà, dovrebbe considerare gli altri superiori a sé” (Fil 2,3), anziché pensare e dire che la nostra celebrazione è la migliore, anzi: l’unica giusta, mentre gli altri sono dei pagliacci.
È giusto? È sufficiente? Non lo so. So solo che il nostro essere “parrocchiani” spaesati non è la fine del cammino, ma l’inizio, come a Emmaus, e che la Lettera agli Ebrei alla fine dice: «Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, soffrì fuori della porta della città. Usciamo quindi fuori dall’accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio. Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Eb 13,12-14).