Io sono la porta

Ogni anno, nella quarta domenica di Pasqua, si legge un brano del capitolo 10 del Vangelo secondo Giovanni: il discorso del “buon pastore”. Nel ciclo triennale delle letture festive, il 2020 è un anno A, perciò quest’anno si legge l’inizio del discorso, i primi dieci versetti, in cui Gesù espone la parabola e inizia a spiegarla.
Nella parabola ci sono due immagini, non una sola: prima di parlare del buon pastore, si parla della porta. Siamo abbastanza abituati a pensare che Gesù sia il nostro buon pastore, o più esattamente (come dice il testo greco) il “bel” pastore, nel senso di pastore modello, pastore perfetto. Siamo un po’ meno abituati ad attribuire a Gesù il titolo di “porta”: nelle litanie lauretane è Maria la “ianua coeli”, la porta del cielo; di Gesù non lo si dice quasi mai. In che senso Gesù è la porta? Che porta è Gesù?
Forse la prima risposta che ci potrebbe venire in mente è che Gesù è la porta di accesso a Dio, la “porta del cielo”, appunto. C’è senz’altro del vero in questa risposta, ma all’inizio la parabola non dice questo: la porta di cui parla non è l’accesso al cielo, al mondo di Dio, ma al recinto delle pecore. Ora, il vocabolo usato da Giovanni per indicare l’ovile, il recinto delle pecore (10,1) non è il termine che si usa di solito, ma la parola aulé, che indicava il cortile o atrio del tempio, proprio quel cortile dal quale Gesù, al cap. 2, aveva “buttato fuori” (ekballein, lo stesso verbo del v. 4) i venditori con le loro pecore. Anche da questo capiamo che non sta parlando di pecore: forse per noi è ovvio, ma i suoi ascoltatori non capiscono a cosa si sta riferendo (v. 6). Gesù sta parlando di quelli che si riuniscono nel tempio e che lui è venuto a chiamare: come il cieco che ha guarito nel capitolo precedente, quelli che lo seguono vengono espulsi, buttati fuori dalla sinagoga.
Gesù non è il primo che si propone di guidare queste pecore. Prima di lui sono venuti altri sedicenti Messia, ai quali accenna anche il grande rabbino Gamaliele negli Atti degli apostoli al cap. 5: Teuda, Giuda il Galileo e probabilmente anche altri. Non è del tutto vero che le pecore non li hanno ascoltati: alcuni hanno creduto in loro e li hanno seguiti ribellandosi contro i Romani, ribellioni che si conclusero tragicamente. In particolare, dopo aver sconfitto Giuda il Galileo, nell’anno 6 d. C. il governatore Publio Quintilio Varo fece crocifiggere duemila rivoltosi. Quando Gesù diceva che “tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti” (v. 8) e che “il ladro non viene se non per rubare, immolare e distruggere” (v. 10) i suoi ascoltatori capivano benissimo a chi si riferiva: anche se volevano essere liberatori del loro popolo e magari soggettivamente erano animati da ideali religiosi – oltre che nazionalistici – di fatto conducevano una guerra, e in tutte le guerre – comprese le guerre “sante” – si ruba, si immola (si uccide dando un valore sacro all’uccisione) e si distrugge. Certo, il discorso di Gesù suona ben poco patriottico: sarà anzi sembrato un insulto alla memoria di chi aveva dato la vita nella lotta per la libertà, ma Gesù non era un patriota e non si proponeva di guidare una ribellione, nemmeno la più giusta e “santa”, anche se poi è stato giustiziato proprio con questa accusa.
Quel che egli dice in questa parabola si può applicare non solo a quegli aspiranti “Messia” che lo avevano preceduto: infatti si sta ancora rivolgendo ai suoi interlocutori del capitolo 9, quello della guarigione del cieco nato che abbiamo letto in Quaresima. Gesù sta parlando con i farisei che credono di vedere e invece sono ciechi – ma nonostante questo vogliono essere guide del popolo – e afferma che per essere veri pastori bisogna passare attraverso di lui che è la porta: «Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore» (vv. 1-2). Cosa significa?
La porta è il confine e il passaggio tra un “dentro” e un “fuori”; in questa parabola di Gesù c’è anche il movimento di ingresso, ma quello che ha la prevalenza è il movimento di uscita: il pastore entra sì attraverso la porta, ma lo fa per guidare fuori le pecore, per portarle al pascolo facendole espellere dal cortile del tempio. Questo è un punto molto delicato, perché va a toccare i rapporti tra ebrei e cristiani. Il Vangelo secondo Giovanni, pur rifacendosi all’insegnamento dell’apostolo – che era ebreo – è quasi sempre molto polemico con quelli che chiama “i Giudei” perché porta con sé il rancore di chi è stato “scomunicato”, allontanato dalla sua comunità di origine. Nonostante ciò, è ancora una polemica tutta interna al mondo ebraico. Purtroppo lungo la storia questi argomenti sono usciti dal loro contesto originario e sono stati usati per perseguitare gli ebrei.
Riprendendo il filo del ragionamento sulla “porta”, qui Gesù non si presenta immediatamente come l’accesso al Padre, quanto piuttosto come il passaggio verso pascoli aperti, quei pascoli che ci ha fatto conoscere nei capitoli precedenti: la sua parola, la sua carne, lui stesso. Avrebbe potuto parlare di sé come di un nuovo tempio, un nuovo recinto, ma ha preferito parlare di pascoli, che evocano l’idea della libertà, perché a questo siamo chiamati: alla libertà di vedere il bene, amarlo, volerlo e farlo.
Chi vuole essere una buona guida per gli altri, un buon pastore, deve passare attraverso di lui, ovviamente non tanto nel senso di un’investitura formale o addirittura giuridica, ma nel senso che deve aiutare le persone con la sua (di Gesù) parola, con il suo servizio, con il suo Spirito. E condurre le persone alla vera libertà. Come ha scritto San Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia» (1,24). E come ha scritto in modo ancor più appassionato ai Galati: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (5,1); «Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri» (5,13).
Ci sono stati, ci sono e purtroppo ci saranno sempre alcuni che non passano per questa porta e vogliono spadroneggiare sul gregge per motivi nobili o ignobili. Non basta dichiarare di essere di Gesù o citare qualche versetto del Vangelo per essere buoni pastori: è buon pastore solo chi serve il gregge e non si serve di esso per il proprio tornaconto materiale o psicologico. Perciò non si è buoni o cattivi pastori una volta per tutte: chiunque abbia responsabilità su altre persone si trova ogni giorno davanti all’alternativa tra servizio e abuso (più o meno scoperto).
Lo ripeto: avere accesso alle persone attraverso la porta che è Gesù significa mettere la propria vita a sua disposizione perché lui le possa portare fuori dal recinto, alla piena libertà.
Papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato ci esorta costantemente a uscire dai nostri ambienti per essere “Chiesa in uscita”, come d’altra parte aveva già fatto San Giovanni Paolo II (Duc in altum), ma questo brano mi fa pensare che la prima “uscita” è prima di tutto interiore e consiste nel prendere consapevolezza della libertà che il Signore Gesù ci ha donato, facendoci uscire da ogni chiusura, fosse pure quella di un ambiente ecclesiale. Non si vive la fede da soli, certo, e per viverla insieme agli altri ci sono tante rinunce da fare, tanti limiti da accettare, ma nessuno deve rinunciare alla libertà di seguire la voce del buon pastore che risuona nell’intimo della sua coscienza (cf. Gaudium et Spes 16).