Al tema di Gesù “via, verità e vita” (Gv 14,6) ho già dedicato tre meditazioni che si trovano ancora nel sito della parrocchia (meditazione 1, meditazione 2, meditazione 3). Questa volta provo a riflettere sul brano un po’ più ampio del Vangelo che ci viene proposto dalla liturgia della V domenica di Pasqua: Gv 14,1-12.
I cinque capitoli, dal 13 al 17, del Vangelo secondo Giovanni riportano la lavanda dei piedi e il lungo discorso di addio di Gesù nell’ultima cena che culmina nella grande preghiera del capitolo 17, chiamata tradizionalmente “preghiera sacerdotale di Gesù” perché in essa Gesù come sacerdote presenta a Dio un’offerta, che è l’offerta della sua vita.
Il capitolo 14 è un incoraggiamento ai discepoli perché non sia turbato il loro cuore – come si dice all’inizio (v. 1) e verso la fine (v. 27) – a causa della partenza di Gesù, del suo andarsene che avviene in modo drammatico e violento. Il capitolo si può dividere in due parti: la prima è sulla fede in Gesù (vv. 1-14) e la seconda sull’amore (vv. 15-31). Nei primi dodici versetti si parla sei volte di “credere”, quattro di “conoscere”, tre di “sapere” e tre di “vedere”: fede, conoscenza e visione. Perché?
Perché si sta compiendo un passaggio decisivo: finora i discepoli hanno incontrato e conosciuto Gesù anche grazie ai loro sensi corporei; la fede era necessaria per comprenderlo davvero, per non fraintenderlo come hanno fatto i suoi nemici e il “mondo”, ma lui era comunque presente fisicamente, con la sua voce, le sue parole, i suoi segni... Da questo momento in avanti, invece, dovranno imparare a discernere la sua presenza invisibile. Gli apostoli dovranno aiutare gli altri a incontrare Gesù, perciò anch’essi per primi devono passare dall’esperienza precedente – in cui lo hanno visto, sentito e toccato (1 Gv 1,1) – a un modo diverso di incontrarlo. «Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete» (Gv 16,16) dirà loro tra poco.
Ovviamente questo cambiamento, che avviene con la morte in croce, li disorienta, li turba e li sgomenta. Dai racconti di tutti e quattro gli evangelisti appare che quasi fino alla fine i discepoli non si siano resi conto pienamente (non abbiano voluto rendersi conto?) di cosa stava per accadere, ma certamente erano turbati perché sentivano avvicinarsi qualcosa di minaccioso, tanto che avevano preparato due spade (cf. Lc 22,38). Nel Vangelo secondo Giovanni, durante l’ultima cena, Gesù cerca di far capire loro che quanto sta per succedere non è la sua fine ma la sua glorificazione, tuttavia è evidente – dalle domande che gli fanno – che i discepoli non lo capiscono, non ancora.
In questo momento – a partire dal quale non sarà più visibile ai loro occhi – Gesù esorta i suoi discepoli a credere in lui. Attraverso la fede-fiducia in lui essi possono non solo superare il loro turbamento, ma anche conoscere, fare esperienza di Gesù (e del Padre suo), sapere dove va e per quale via. La fede è un modo diverso e più profondo per “vederlo” davvero: senza questa fede Tommaso non trova la strada e Filippo non “vede” Gesù anche se sta con lui da tanto tempo.
Come abbiamo visto tre settimane fa, tutto il Vangelo secondo Giovanni è stato scritto per noi che non abbiamo visto fisicamente Gesù, perché crediamo che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiamo la vita nel suo nome (cf. Gv 20,31).
Aristotele inizia il primo libro della sua Metafisica con queste parole: «Tutti gli uomini per natura aspirano al sapere. Segno ne è l’amore per le sensazioni: infatti, essi amano le sensazioni per se stesse, anche indipendentemente dalla loro utilità, e, tra tutte, preferiscono la sensazione della vista. Infatti, non solo per l’azione, ma anche quando non intendiamo agire, noi preferiamo il vedere, in certo senso, a tutte le altre sensazioni. Ciò a motivo del fatto che la vista ci fa conoscere più di tutte le altre sensazioni e ci manifesta numerose differenze fra le cose».
È vero: noi vorremmo vedere perché vedere ci fa credere di conoscere, e tuttavia molto spesso vediamo senza comprendere: solo la fede in Gesù lo ha fatto conoscere davvero a chi lo ha incontrato durante la sua vita terrena; solo la fede ci permette di fare esperienza di lui.
Fin da giovane sono stato affascinato dalle esperienze dei mistici raccontate nei loro libri e mi chiedevo se fosse possibile anche a me fare “esperienza di Dio”. Ma molto spesso Dio non si sente, e se si sente qualcosa, probabilmente non è Dio. Allora?
Un giorno ho trovato una frase del Mahatma Gandhi in un’antologia di suoi pensieri intitolata Antiche come le montagne. Diceva di Dio: «Non l’ho visto né l’ho conosciuto [… ma] poiché la mia fede è indistruttibile, considero questa fede equivalente all’esperienza». È stato un pensiero che mi ha aiutato molto, ma volevo qualcosa di più, qualcosa che ho capito un po’ alla volta e che Enzo Bianchi ha detto molto bene nel suo Lessico della vita interiore, alla voce “Vita spirituale”. Cerco di coglierne i passaggi fondamentali.
«La fede ci porta a fare un’esperienza reale di Dio, ci immette cioè nella vita spirituale, che è la vita guidata dallo Spirito Santo. Chi crede in Dio deve anche fare un’esperienza di Dio: non gli può bastare avere idee giuste su Dio. E l’esperienza, che sempre avviene nella fede e non nella visione (cfr. 2 Corinti 5,7: “noi camminiamo per mezzo della fede e non ancora per mezzo della visione”), è qualcosa che ci sorprende e si impone portandoci a ripetere con Giacobbe: “Il Signore è qui e io non lo sapevo!” (Genesi 28,16) […]. Altre volte la nostra esperienza spirituale è segnata dal vuoto, dal silenzio di Dio, da un’aridità che ci porta a ridire le parole di Giobbe: “Se vado in avanti, egli non c’è, se vado indietro, non lo sento; a sinistra lo cerco e non lo scorgo, mi volgo a destra e non lo vedo” (Giobbe 23,8-9). Eppure anche attraverso il silenzio del quotidiano Dio ci può parlare. Dio infatti agisce su di noi attraverso la vita, attraverso l’esperienza che la vita ci fa fare, dunque anche attraverso le “crisi”, i momenti di buio e di oscurità in cui la vita può portarci.
L’esperienza spirituale è anzitutto esperienza di essere preceduti: è Dio che ci precede, ci cerca, ci chiama, ci previene. Noi non inventiamo il Dio con cui vogliamo entrare in relazione: Egli è già là! E l’esperienza di Dio è necessariamente mediata dal Cristo: “nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” dice Gesù (Gv 14,6). […] l’esperienza spirituale diviene così null’altro che la risposta di fede, speranza e carità al Dio Padre che nel battesimo rivolge all’uomo la parola costitutiva: “Tu sei mio figlio!”.
La vita spirituale si svolge nel “cuore”, nell’intimo dell’uomo, nella sede del volere e del decidere, nell’interiorità. È lì che va riconosciuta l’autenticità del nostro essere cristiani. […] Occorrono l’onestà verso la realtà e la fedeltà alla realtà, cioè l’adesione alla realtà, perché è nella storia e nel quotidiano, con gli altri e non senza di essi, che avviene la nostra conoscenza di Dio e cresce la nostra relazione con Dio».
Provo a riassumere: l’esperienza di Dio non è un vedere e nemmeno un sentire, ma – mediante la fede-fiducia in Gesù sempre più conosciuto e amato – accorgersi di essere stati scelti e chiamati come figli, non perché lo abbiamo meritato, ma per pura benevolenza, per grazia. Vivendo questa vita – la realtà quotidiana, personale e sociale – come figli di Dio, ci è dato progressivamente di scoprire la vita di Gesù in noi. Soprattutto in alcuni passaggi, diversi per ciascuno, capiamo che il Signore è stato presente e operante: come Mosè possiamo vedere il Signore “di spalle”, dopo che è passato (cf. Es 33,18-23). Nella fede possiamo discernere la presenza misteriosa e invisibile di Gesù tra noi e facciamo esperienza di quanto egli compie nella nostra vita.
In questi giorni di quarantena forse siamo stati turbati anche noi dalle condizioni di salute nostre o di una persona cara, o dalle immagini televisive, o dalla solitudine, o dalla situazione economica che si aggrava, o dal pensiero del futuro… Molte di queste sono preoccupazioni più che legittime, ma anche in mezzo ai problemi concreti della vita siamo chiamati a credere nella presenza e nell’aiuto del Signore. Proprio nei passaggi più difficili dell’esistenza, quando ogni altro appoggio viene meno, facciamo esperienza di Dio mentre egli fa esperienza di noi, cioè rivela noi a noi stessi, magari togliendoci le sicurezze terrene per lasciarci solo quella di essere suoi figli.
Anche alla Chiesa come tale sono venuti a mancare o si sono ridotti molti santi segni della presenza del Signore: la liturgia, la catechesi, gli incontri di tutti i tipi… ma non ci ha lasciati soli. Anche se le chiese sono rimaste vuote per un po’, se la fede resta viva, per mezzo di essa abbiamo accesso a Dio, alla casa del Padre in cui è riservato un posto per ciascuno di noi.