Il brano di questa domenica prosegue la lettura del capitolo 14 del Vangelo secondo Giovanni: Gesù sta per lasciare i suoi discepoli e dopo aver detto loro che potranno “rivederlo” mediante la fede, ora parla dell’amore e dello Spirito paraclito.
La parola ‘paraclito’ viene dal greco parà (vicino) kaleo (chiamare): è l’avvocato difensore (ad-vocatus = chiamato-presso), colui che si mette a fianco, assiste e soccorre nel processo. Si traduce anche ‘consolatore’, perché «con-solare» significa stare con uno che è solo, in modo che non sia più solo. Gesù è «il Paraclito (advocatus) che abbiamo presso il Padre» secondo la prima Lettera di Giovanni (1 Gv 2,1) perché «venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), si è fatto prossimo a noi, ma ora promette «un altro Paraclito» (Gv 14,16); infatti dice ai suoi: «Non vi lascerò orfani» (v. 18), cioè: «Non vi lascio soli».
Avremmo tanto bisogno di un consolatore, in tante occasioni, ma di solito ne avvertiamo così poco la presenza che facciamo fatica perfino a pensarla.
Nei libri del Primo Testamento viene nominato, ma come un’emanazione, un effluvio, una forza proveniente da Dio, o al massimo come sinonimo di Dio stesso e della sua azione. Perciò gli Ebrei parlano – come noi – dello Spirito Santo, ma non lo intendono come noi: per loro non è una persona, ma un attributo di Dio, un modo per indicare la sua azione.
Nei Vangeli lo si nomina ancora poco e quasi soltanto verso la fine, a parte alcuni accenni – importantissimi, certo, ma pur sempre accenni – come nel battesimo di Gesù.
È soprattutto negli Atti degli Apostoli e negli altri scritti del Nuovo Testamento che si parla di lui come di un vero soggetto, una persona, ma essendo una presenza invisibile è difficile coglierla perché non agisce mai da solo, ma sempre in una o più persone, per cui è facile ignorare la sua presenza e attribuire ad altri la sua azione, o scambiarle per una qualche meravigliosa energia impersonale. Anche nel Credo diciamo che «ha parlato per mezzo dei profeti»: agisce sempre in qualcun altro, per mezzo di qualcun altro, quasi nascondendo se stesso.
Una volta ho sentito una frase che mi piace ripetere spesso: mentre i personaggi occupano spazio, le persone invece fanno spazio (agli altri). Lo Spirito Santo è persona, non personaggio: agisce in modo nascosto valorizzando le persone, regalando loro doni da mettere a servizio degli altri, facilitando la comunicazione ed edificando la comunione.
In questo capitolo del Vangelo secondo Giovanni è chiamato anche «lo Spirito della verità» (v. 17), cioè lo Spirito, la “voce” interiore che testimonia la verità e guida alla sua conoscenza; che fa capire come per istinto che le parole del Vangelo sono vere, belle, giuste e desiderabili. Riceve questo Spirito chi osserva i comandamenti di Gesù, chi cerca di vivere il Vangelo. Il “mondo” – che potremmo anche chiamare “la mentalità mondana” – non lo vede e non lo conosce: chi cerca i soldi, il potere e il piacere è sintonizzato sulla frequenza sbagliata. Lo Spirito di Dio non si vede e non si tocca, ma ci dà gioia nel fare il bene, dolore se facciamo il male, coraggio per vincere le paure e la pigrizia… Lo conosciamo come amore e desiderio che sentiamo per Gesù e il Padre.
Molti dicono che lo Spirito Santo è l’amore tra il Padre e il Figlio: è una bella immagine, ma potrebbe suggerire un’idea fuorviante. Le tre persone della Santissima Trinità sono “uguali e distinte”, perciò, se lo Spirito Santo è una persona uguale al Padre e al Figlio, anch’egli ama ed è amato come loro. Ma è vero che agisce in noi facendoci amare il Padre con l’amore del Figlio suo Gesù e facendoci amare il Signore con l’amore che viene da Dio: quando amiamo il Padre e il Figlio, è lo Spirito di amore che agisce in noi. E l’amore di cui si parla in questo capitolo non è esclusivamente sentimentale: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (v. 15); «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (v. 21). Chi ama ha nel cuore la persona amata: è abitato dalla sua presenza, la porta sempre con sé, nei suoi pensieri e nelle sue scelte. Amare il Signore vuol dire anche amare quel che lui ama, desiderare quel che lui desidera, fare quel che lui ha fatto, fino al punto di dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
È lo Spirito del Signore che compie questo in noi: non ci lascia soli, ma ci fa capire – nella fede – che non siamo mai abbandonati, ma siamo circondati, immersi nell’amore di Dio, siamo “in” lui e lui è in noi. A volte questa presenza di Dio proprio non riusciamo a crederla: anche Gesù sulla croce ha gridato: «Perché mi hai abbandonato?». Ma allora dobbiamo riportare alla mente e al cuore le parole e i gesti di Gesù, il suo amore per noi che è arrivato a dare la vita. La sua promessa «Non vi lascio soli» è vera: la morte non ce l’ha tolto, ma ce l’ha donato per sempre. La sua, però, non è una presenza fisica: è in noi il suo Spirito, il Respiro, il Fiato, il Soffio vitale di Dio che ci fa dire “Abbà, Padre”, che ci rende figli e fratelli, uniti al Padre e tra di noi, come Gesù che ha speso tutta la sua vita e ha orientato tutta la sua azione per condurci al Padre. Solo che non lo fa “davanti” a noi, come Gesù, ma “dentro” di noi, nascosto perfino a noi stessi.
La tradizione cristiana spesso lo ha paragonato a un profumo: un profumo buono – o “soave”, nel linguaggio poetico – che attira irresistibilmente, ma senza violenza, anche se è invisibile. Così lo Spirito, il respiro profumato Dio, ci attira e ci trasforma: «Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo» (2 Cor 2,14-15).
Negli incontri di preparazione alla cresima ne dedico sempre uno a far annusare il crisma ai cresimandi e dico loro: «Quando c’è un cristiano vero in un ambiente, magari non si vede perché non è vestito diversamente dagli altri e non porta segni di riconoscimento speciali, ma la sua presenza è come un buon profumo: rende piacevole stare lì, facilita le relazioni, scoraggia le cattiverie, la meschinità e la volgarità, incoraggia la generosità e le buone relazioni. Altre volte, invece, lo Spirito di Gesù brucia dentro di lui come un fuoco che si appassiona al bene e si oppone a viso aperto contro l’ingiustizia e la falsità. E anche se dovesse essere solo contro tutti, non sarà mai davvero solo, perché il fiato per andare avanti glielo dà lo Spirito di Gesù».
Il Consolatore che Gesù promette è sì un sollievo nei momenti di dolore e di solitudine, ma non è solo un rifugio rassicurante: ci spinge anche a lottare disarmati, come Gesù, e ci espone al conflitto animati dalla sua sola forza, la Forza di Dio.