Dopo molte settimane ci ritroviamo finalmente insieme per celebrare l’eucaristia in questa festa dell’Ascensione del Signore. È quasi inevitabile che cerchiamo di trovare nei brani della Scrittura di oggi qualcosa che ci aiuti a capire ciò che abbiamo vissuto, quel che stiamo vivendo e quello che dovremo ancora vivere.
La prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, è proprio il racconto dell’Ascensione. L’autore, San Luca evangelista, afferma che Gesù “si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 1,2).
I “quaranta giorni” ritornano spesso nella Bibbia: 40 giorni rimase Mosè sul monte Sinai per ricevere da Dio la Legge; 40 giorni rimase Gesù nel deserto per subire la tentazione… Tra l’altro, proprio da questi quaranta giorni viene la parola ‘quaresima’ e anche la parola ‘quarantena’, di cui conosciamo ormai il significato non solo in teoria, ma per esperienza personale. Abbiamo vissuto una lunghissima quaresima, di lunghezza doppia, che ha eclissato anche la Pasqua e ogni giorno abbiamo dovuto pensare alla morte, siamo stati quasi costretti a farlo.
Mi chiedo: abbiamo pensato anche alla risurrezione? La speranza cristiana ha illuminato i nostri pensieri o abbiamo solo sperato di passare indenni questo brutto periodo?
I primi discepoli, circa 120 persone, hanno passato quei quaranta giorni in un’alternanza di sentimenti: a volte Gesù appariva loro e faceva loro capire che sì, la morte era stata vinta davvero, non era più la fine di tutto. Ma poi scompariva di nuovo, e almeno alcuni di loro sentivano di nuovo affiorare dei dubbi, o quantomeno si sentivano insicuri: perché Gesù li lasciava ancora da soli? Perché non veniva il Regno di Dio? Anche dopo che nei primi discepoli si è affermata la fede nella risurrezione, i dubbi non sono finiti del tutto; la fede in Gesù è stata ostacolata dai loro pensieri, dalle loro attese che credevano buone e giuste, ma non erano secondo il progetto di Dio. Gesù ha parlato loro per quaranta giorni “delle cose riguardanti il Regno di Dio”, ma non lo hanno capito per niente, visto che alla fine gli chiedono: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» (At 1,6).
Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato, il finale del Vangelo secondo Matteo, Gesù dice: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20). Questo significa che in realtà il Regno di Dio è venuto, ma molti non lo vedono e non lo riconoscono perché non è una realtà che si impone: è reale ma invisibile, ci entra solo chi accetta Gesù come Signore della sua vita e osserva tutto ciò che lui ci ha comandato. Allora, quando viene il Regno di Dio? Quando tu decidi di entrarci, quando chiedi al Signore che ti renda docile ai suoi comandi, che ti dia il desiderio vero, efficace, di mettere in pratica i suoi insegnamenti.
Quaranta giorni di apparizioni e di insegnamenti non sono bastati a Gesù per farlo capire ai suoi discepoli, perché si aspettavano qualcos’altro, qualcosa di diverso.
E qui mi chiedo se io, se noi abbiamo imparato qualcosa in questa quarantena o se abbiamo continuato a coltivare le nostre speranze, a desiderare di tornare alla situazione di prima per fare le stesse cose che facevamo prima, tipo bere lo spritz in piazza.
Sia chiaro: non voglio giudicare nessuno: io ci ho messo molto più di quaranta giorni per capire che non potevo tornare a essere quello di prima, che non sarei più tornato a fare le cose di prima. Ma questa quarantena non è stata solo un togliere, un venir meno delle Messe, dei sacramenti, degli incontri… È stata anche ricca di opportunità: quando mai è successo di poter assistere tutti i giorni alla Messa celebrata dal Papa e ascoltare tutti i giorni il suo commento al Vangelo? La sua preghiera nella piazza San Pietro deserta è stata trasmessa in tutto il mondo e tutti hanno potuto ascoltare le sue parole:
«Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. […] ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme. […] In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. […] Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri».
Sono state parole forti, ma sono già quasi dimenticate, come i discepoli hanno frainteso e dimenticato gli insegnamenti di Gesù. Cosa fa allora il Signore?
Sale al cielo, che non significa andarsene sbattendo la porta, disgustato dall’incomprensione e dalla durezza di cuore dei discepoli. Gesù smette di apparire per dare loro libertà e responsabilità, per farli crescere, perché smettano di appoggiarsi a lui e comincino ad ascoltare il maestro interiore, lo Spirito Santo. Ma dà loro un comando: di restare a Gerusalemme (v. 4). Perché?
Il perché non è scritto nel testo, ma proviamo a capirlo ugualmente. Certamente Gesù vuole che la comunità resti unita: questo è sicuro. Ma perché proprio a Gerusalemme? In quella città non tirava aria buona per i suoi discepoli: lui era stato crocifisso proprio lì e anche loro rischiavano di essere perseguitati. Ma proprio a Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste, si convertiranno molti di quelli che avevano visto morire Gesù, forse gli stessi che avevano gridato “crocifiggilo!”. La conversione e il perdono dei peccati dovevano essere annunciati a partire dal luogo dove era stato commesso il peccato più grave: l’uccisione del giusto e il rifiuto del Messia. Dio offre il suo perdono e la sua salvezza a chi ha peccato contro di lui, non ad altri “migliori” di loro.
Gerusalemme, quindi, è il luogo del conflitto e della persecuzione, ma anche l’inizio della missione, dell’annuncio del perdono e dell’amore gratuito di Dio.
Noi oggi contempliamo Gesù che sale al cielo e siede alla destra di Dio, cioè riceve il pieno potere per condurre l’umanità al suo pieno compimento, a Dio. Tutte le vicende del mondo, anche le pandemie, le guerre, le catastrofi naturali, non potranno impedire la venuta del regno di Dio. Solo noi possiamo impedirlo, quando viviamo in modo diverso dagli insegnamenti del Vangelo, quando non vogliamo che il Signore regni nella nostra vita.
Guardiamo il Signore che sale al cielo e rimaniamo in Gerusalemme, cioè nella città che è contemporaneamente terra santa e luogo di conflitto, luogo di persecuzione e terreno fecondo per l’annuncio. Ritorniamo a uscire di casa e a percorrere le strade della nostra città non per andare in cerca di distrazioni o dissipazioni, ma per vivere il Vangelo. In queste strade, secondo le parole del Papa, siamo chiamati a scegliere che cosa conta e che cosa passa, separare ciò che è necessario da ciò che non lo è per reimpostare la rotta della vita verso il Signore e verso gli altri.