Oggi la Chiesa celebra la Pentecoste. Anticamente era la festa del raccolto del grano. Nella religione ebraica divenne la festa del dono di Dio per eccellenza, cioè la Legge: 10 giorni dopo la Pasqua, dopo il passaggio del Mar Rosso, il popolo arrivò al monte Sinai e dopo altri 40 giorni Mosé discese dal monte con le tavole della Legge. Pentecostè in greco significa proprio cinquantesimo (sottinteso: giorno). Nel giorno di questa festa (ebraica) lo Spirito Santo discese sulla prima comunità dei discepoli di Gesù riuniti in preghiera nel cenacolo a Gerusalemme. Si compiva in questo modo la promessa dei profeti, soprattutto Geremia ed Ezechiele: la Legge non era più scritta soltanto su tavole di pietra o su pergamena, ma veniva scritta nel cuore dei credenti diventando una legge interiore. «Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore» (Ger 31,34).
Questo naturalmente non significa che i discepoli siano diventati miracolosamente perfetti o siano stati divinizzati in un istante, tuttavia gli Atti degli Apostoli ci fanno capire che quel giorno ci fu un “salto di qualità”: a Pentecoste inizia l’opera dello Spirito Santo, inizia il cammino della Chiesa guidata dal suo Maestro interiore, un inizio sottolineato da alcuni segni prodigiosi, soprattutto la capacità dei discepoli di farsi capire in tutte le lingue di quelli che erano a Gerusalemme in quel momento.
Posso dire che è da circa cinquant’anni che aspetto il mio salto di qualità. Sono stato cresimato quando facevo la quinta elementare e durante la preparazione pensavo che il giorno della cresima avrei sentito qualcosa di straordinario, avrei percepito la venuta dello Spirito Santo dentro di me. Dopo la celebrazione ero quasi deluso e temevo di aver mancato in qualche modo: magari mi ero distratto o non avevo pregato con sufficiente fervore… D’altra parte, se ho sempre sentito il desiderio di pregare, se ho sempre desiderato leggere e capire la Scrittura, se sono diventato prete… un motivo ci sarà, e questo motivo penso che sia lo Spirito Santo: una presenza interiore discreta, silenziosa, invisibile, ma reale, che dà il desiderio e il gusto delle cose di Dio.
Se Dio si potesse vedere, toccare o almeno sentire, in un modo o in un altro, allora non ci sarebbe bisogno della fede: Dio sarebbe evidente. Questo vale per il Padre, vale per il Figlio e vale anche per lo Spirito Santo. Però è vero che gli Atti degli Apostoli raccontano che a Pentecoste e in diverse altre occasioni la venuta dello Spirito Santo si è manifestata in modo sensibile: le persone che erano investite dalla sua presenza si mettevano a parlare in lingue diverse dalla loro e profetavano. Anche nel Primo Testamento a volte lo Spirito di Dio investiva alcune persone in modo manifesto, ma senza mai far perdere loro la consapevolezza o deformare la loro personalità. Nessuno parlava o agiva in trance: tutti restavano svegli, consapevoli e liberi, anche se avvertivano che le loro parole o azioni provenivano da un’origine diversa da loro stessi.
Per il loro carattere straordinario, i fenomeni di questo genere fanno nascere in molti il desiderio di vivere la stessa esperienza: sentire Dio dentro di sé e agire in un modo che oltrepassa la capacità umana, magari nel contesto di una comunità con la quale identificarsi… Non ci possiamo stupire se molti hanno cercato di vivere questa esperienza, allora e anche ai nostri giorni. Ma i risultati non sono sempre edificanti.
Il caso tipico riportato dal Nuovo Testamento è quello della comunità di Corinto, in cui tutti ambivano al carisma di parlare in lingue con il risultato che le loro riunioni di preghiera diventavano un gran baccano di gente che urlava cose incomprensibili cercando di superare la voce degli altri, mentre poi si dividevano in varie fazioni e si invidiavano tra loro. Così pure, ai nostri giorni, specialmente negli altri continenti, ma anche in Europa, c’è un enorme galassia di gruppi di preghiera che si chiamano appunto pentecostali che hanno molto successo anche per la curiosità e il desiderio umano di avvicinarsi al sacro in modo esperienziale, in “presa diretta”. Tuttavia vale anche per noi oggi quel che San Paolo scrisse ai Corinzi: fondamentalmente due princìpi. Il primo: i carismi, o doni dello Spirito Santo, sono dati a ciascuno per essere messi a servizio degli altri, per l’utilità comune, per edificare il Corpo di Cristo che è la Chiesa, non per fare la gara a chi è più bravo. Non per niente il sacerdote durante la messa invoca due volte la venuta dello Spirito Santo: la prima volta sul pane e sul vino perché diventino il corpo e il sangue eucaristici di Cristo; la seconda volta su tutta l’assemblea “perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo Spirito”. Un solo corpo, membra gli uni degli altri come gli sposi, come i genitori e i figli, animati dallo Spirito di amore e di servizio reciproco che ha animato tutta la vita di Gesù. Questo sì sarebbe un grande miracolo! E qualche volta succede, ma senza far rumore.
Il secondo principio è questo: i doni dello Spirito Santo non hanno tutti la stessa importanza e lo stesso valore, ma c’è una gerarchia. Il dono più importante di tutti è la carità, l’amore di benevolenza col quale Dio ci ama, effuso in noi perché possiamo amarci reciprocamente. E a quel punto San Paolo scrive il famoso inno alla carità che se ci pensiamo bene non dice tutto quello che si potrebbe dire sull’amore, ma solo quel che era necessario a una comunità divisa, litigiosa e invidiosa, perché imparasse a cercare i doni di Dio più necessari, anziché quelli più “spettacolari”.
Quando ci mettiamo volentieri a servizio degli altri è lo Spirito di Gesù che agisce in noi, mentre lo spirito del mondo spinge alla lotta per prevalere sugli altri e dominarli.
Quando scegliamo la sobrietà e la condivisione è lo Spirito di Gesù che agisce in noi, mentre lo spirito del mondo spinge ad arricchirsi e ad avere sempre di più.
Quando amiamo qualcuno gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio, è lo Spirito di Gesù che agisce in noi, mentre lo spirito del mondo spinge a usare gli altri.
Quando siamo felici di fare il bene in silenzio è lo Spirito di Gesù che agisce in noi, mentre lo spirito del mondo spinge a farsi pubblicità per essere ammirati.
Abbiamo molto bisogno di invocare lo Spirito Santo per fare il nostro salto di qualità, che non consiste nell’emettere suoni strani dalla bocca, ma nell’amare con cuore puro, umile e sincero.