Oggi la Chiesa celebra la festa del Corpo e Sangue di Cristo e ci propone come Vangelo la parte finale del discorso del Pane di vita (Vangelo secondo Giovanni, cap. 6) che Gesù ha tenuto nella sinagoga di Cafarnao dopo la moltiplicazione dei pani. Infatti alla fine, al v. 59 (che non abbiamo letto) è scritto: «Queste cose disse in sinagoga insegnando a Cafarnao».
È un particolare che può sembrare secondario e invece è molto importante perché fa nascere una domanda: cosa possono aver capito quelle persone che lo ascoltavano, molto prima dell’ultima cena, molto prima che fosse istituita l’Eucaristia? Per noi cristiani le espressioni mangiare la carne e bere il sangue di Cristo sono spontaneamente riferite all’Eucaristia, ma quei poveri abitanti di Cafarnao potevano capirci qualcosa? Oppure dobbiamo pensare che Gesù abbia pronunciato questo discorso solo per scandalizzarli e non fargli capire niente?
Di fatto non hanno capito. Non solo: anche molti discepoli di Gesù si sono scandalizzati e lo hanno abbandonato, ma in realtà avrebbero potuto capire le sue parole anche senza sapere niente dell’Eucaristia e anche noi possiamo capire un po’ meglio l’Eucaristia se capiamo che cosa Gesù ha voluto dire a quelle persone.
Tutta la prima parte del discorso (che non abbiamo letto oggi) si rifà alla manna che gli ebrei hanno mangiato nel deserto: un pane disceso dal cielo che Mosé ha dato loro. Gesù però dice che non è stato Mosé, ma il Padre a donare questo pane che viene dal cielo perché gli uomini capiscano che non vivono solo di pane ma soprattutto di ciò che esce da(lla bocca di) Dio, cioè la sua parola. La manna nutriva la vita fisica ma era un’immagine, un “sacramento” della parola di Dio che nutre la vita in quanto umana, bisognosa di senso. Perciò il vero pane che viene dal cielo non è la manna ma Gesù stesso: è la sua parola che nutre la vita degli uomini; mangiare il pane che viene dal cielo, quindi, è una metafora che significa credere a Gesù e alla sua parola.
Davanti all’incomprensione dei suoi interlocutori Gesù, invece di ammorbidire il suo linguaggio, rincara la dose, e così arriviamo alla seconda parte del discorso, quella che abbiamo letto.
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno»: fino a qui il messaggio poteva essere compreso e accolto, nel senso di “nutrirsi” mediante la fede della parola di Gesù. Chi accoglie con fede questa parola, chi “se ne nutre” riceve la vita eterna, cioè la vita divina, la vita del Figlio di Dio che non solo è immortale, ma è di qualità diversa da quella che conosciamo: è la vita in pienezza, quella che in fondo desideriamo anche se non ne abbiamo esperienza, la beatitudine.
Ma poi Gesù continua: «e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» e aggiunge: «se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui». Usa addirittura un verbo ancora più forte, di una crudezza quasi ripugnante: «Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna […]. Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui». Si capisce a questo punto perché i poveri fedeli della sinagoga di Cafarnao e anche molti dei suoi discepoli gli abbiano girato le spalle e se ne siano andati. Ma cosa voleva dire Gesù?
Nella prima parte del discorso “mangiare” voleva dire credere nella parola di Gesù, identificata come cibo, come pane che discende dal cielo, cioè da Dio. Nella seconda parte “mangiare-beremasticare” continua a voler dire credere, ma non soltanto nel messaggio, nelle parole di Gesù, bensì in lui, in tutta la sua vita che è “Parola fatta carne” e soprattutto nel dono che farà di sé sulla croce. Mangiare infatti è assumere, metter dentro e assimilare il cibo: mangiare il Figlio dell’uomo significa assimilare il Figlio di Dio, sino a vivere di lui, credere in lui, aderire a lui e amarlo. Non soltanto la sua parola dev’essere assimilata con la fede, ma dev’essere accolto soprattutto il dono che Gesù ha fatto di se stesso, l’amore che lo ha spinto a soffrire nella sua carne e a versare il suo sangue. Parlando di carne e sangue, infatti, si allude alla croce, dove Gesù darà il suo corpo e verserà il suo sangue.
Che cosa “nutre” la nostra vita? Che cosa le dà sostanza? Per che cosa viviamo? Forse ognuno di noi potrebbe dare una risposta diversa, ma se pensiamo al dono di Cristo, alla sua carne e al suo sangue offerti per la vita del mondo e alle conseguenze di questo dono nella nostra vita, allora possiamo riconoscere che la vita buona, degna di essere vissuta e piena di speranza ci viene proprio da lui che è il dono totale di Dio all’umanità.
Per questo Gesù dice: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. […] Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo grazie al Padre, così anche colui che mangia di me vivrà grazie a me». La vita di Dio, la vita in pienezza che è nel Figlio, viene data anche a noi se assimiliamo, se facciamo nostro il dono di Gesù, la sua carne e il suo sangue che ci hanno amato e servito per tutta la sua vita e che alla fine hanno sofferto per noi sulla croce.
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno»: chi assimila, chi accoglie in sé la vita e la morte di Gesù, partecipa anche alla sua risurrezione, non solo alla fine del mondo, ma fin da ora con una vita più piena, libera dal peso del peccato, dei risentimenti, delle invidie e dei rancori; una vita resa bella dalla semplicità, dalla condivisione, da un amore non possessivo, dallo spirito di servizio.
Questo è il messaggio del discorso di Gesù: probabilmente quel giorno a Cafarnao Gesù si è espresso in un modo più semplice, ma Giovanni costruisce sempre i dialoghi del suo Vangelo in modo che gli interlocutori di Gesù non capiscano e fraintendano le sue parole, per far capire a noi che il “mondo” non ha accolto il Vangelo per mancanza di fede. Noi, però, possiamo e dobbiamo capire questo discorso: queste parole ci dicono che quando facciamo la comunione il Signore Gesù ci offre il suo Vangelo, la sua vita e la sua morte perché noi possiamo nutricene, possiamo assimilarli. Anzi: perché noi siamo assimilati alla sua vita, morte e risurrezione; perché noi siamo trasformati in lui.
E anche il verbo ‘masticare’ ha la sua importanza: non perché dobbiamo masticare la particola quando facciamo la comunione, anzi! Fino a non molti anni fa si insegnava che era peccato anche solo toccare la particola con i denti… Il punto è che non possiamo riuscire a fare nostri la carne e il sangue di Gesù “in un solo boccone”: ci occorre tutta la vita – e forse non basta – per assimilare le sue parole e per essere trasformati in lui accogliendo il suo dono di amore. Perciò, fare la comunione è importante: non ci basta guardare la messa alla televisione! Ma se non capiamo il dono che il Signore ci vuole fare e non diciamo il nostro “Amen” a questa trasformazione, anche fare mille comunioni purtroppo non ci cambierà la vita.