Con questa domenica riprende pienamente il tempo ordinario che nei giorni feriali è ricominciato il lunedì dopo Pentecoste, ma alla domenica non è ripreso fino ad ora perché abbiamo celebrato le feste della Santissima Trinità e del Corpus Domini.
Questa 12ª domenica del tempo ordinario ci offre un brano tratto dal capitolo 10 del vangelo secondo Matteo, uno dei cinque grandi discorsi di questo vangelo: il discorso missionario. In particolare, il brano di oggi tocca un argomento piuttosto spinoso: il tema della paura.
Nei versetti 16-25, precedenti a quelli che si leggono oggi, Gesù dice molto chiaramente che ci saranno persecuzioni nei confronti dei suoi missionari che vengono inviati “come pecore in mezzo a lupi”: le pecore tra i lupi non possono andare a finire bene… Come è stato odiato e ucciso lui, così saranno odiati e uccisi anche i suoi. Dopo una dichiarazione di questo genere, è ragionevole una reazione di paura: l’istinto di conservazione ci fa evitare situazioni in cui è prevedibile che saremo sbranati… Per tre volte, però, Gesù invita a non temere, a non avere paura; ma come è possibile? Allo stesso tempo insegna a temere “colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna”. E allora nasce un’altra domanda: perché Gesù ci invita a temere Dio, quando in tutta la Bibbia, nel Primo e nel Nuovo Testamento si ripete per 365 volte “non temere”, “non temete”, “non avere/abbiate paura”?
Partiamo dal non avere paura dei persecutori. «Non li temete dunque, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (vv. 26-27). A prima vista il significato sembra un po’ oscuro, perché ci si aspetterebbe di sentire da Gesù qual è il motivo per cui non si deve temere, una causa che toglie la paura, come è accaduto al profeta Geremia al quale Dio ha detto: «Io, per questo popolo, ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti» (Ger 15,20). Ci aspetteremmo che Gesù dica qualcosa come: «Non temete, perché non vi potrà accadere di nulla di male». Invece il Signore dice ai suoi di non avere paura perché vuole che le parole che hanno sentito da lui siano annunciate a tutti. Non è un motivo per non avere paura: è un’esortazione. È tuttavia non è solo un’esortazione: è anche una promessa, sia pure implicita. Gesù afferma che Dio vuole manifestare ciò che ora è nascosto e far conoscere ciò che adesso è velato, perciò sarà la sua forza ad agire perché il Vangelo faccia la sua corsa. Il Vangelo sarà annunciato comunque, non potrà restare nascosto in nessun modo perché Dio vuole così: ai suoi ascoltatori Gesù offre la possibilità di essere partecipi di questa forza inarrestabile, diventandone annunciatori missionari.
Questo non significa che saranno preservati dai pericoli: come il loro Maestro, andranno incontro alla persecuzione, anche estrema. Ma come Gesù non si è lasciato condizionare dalla paura, così vuole liberare dal timore anche i suoi: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (v. 28). Sarà la risurrezione di Gesù a far capire che la morte non è l’ultima parola e che quindi le minacce di morte non possono far presa su di loro. Certo, dolori e persecuzioni non sono una passeggiata, ma resta vero che anche nelle esperienze più dure gli inviati non rimarranno da soli: «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza [che] il Padre vostro [lo voglia] (letteralmente: senza il Padre vostro). Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!» (vv. 29-31). Possono accadere molte cose cattive e contrarie alla volontà di Dio, ma non accadono lontano da lui: il Padre resta vicino a suoi figli anche quando cadono, soprattutto quando cadono.
Oggi nel mondo moltissimi cristiani sono perseguitati in molti paesi: esistono ancora ideologie contrarie alla religione e in più si sono aggiunti fanatici appartenenti ad altre religioni che scatenano una violenza ancor più orribile perché esercitata in nome di Dio. Però anche da noi esiste una sorta di persecuzione strisciante che non colpisce solo i cristiani, ma tutte le persone oneste e di buona volontà che cercano di agire con rettitudine per il bene comune: i disonesti, i corrotti, i furbastri e i furbetti li considerano un intralcio ai loro piani, piccoli o grandi, e fanno di tutto per boicottarli, per emaginarli e per svalorizzarli. Un amministratore onesto, un capo servizio zelante, chiunque rompa il muro dell’omertà o in qualche modo col suo comportamento faccia capire che la rassegnazione davanti al male non è un destino inevitabile, va incontro a qualche forma di persecuzione, coperta o manifesta, ma il Padre non lo abbandona, che lo sappia o no. Di fronte alle minacce esterne e ai campanelli di allarme interni si può provare paura, ed è giusto che sia così perché la paura ci è data per proteggerci da comportamenti pericolosi o irresponsabili. La paura è un buon freno, ma non deve mai diventare il motore delle nostre azioni.
In questi mesi di pandemia si è molto parlato di “eroi” nell’ambito della sanità: medici e infermieri che svolgendo il loro lavoro si sono ammalati o comunque hanno accettato un carico di lavoro supplementare in condizioni molto difficili. Loro stessi hanno rifiutato la retorica dell’eroismo, ma ci hanno fatto comunque capire che anche le persone normali possono affrontare e vincere la paura, perfino la paura della malattia e della morte, quando si tratta del bene comune. Tante persone hanno vinto la paura e non pochi hanno trovato la morte mettendo i bisogni degli altri al di sopra dei propri. Non so quanti di loro fossero credenti, ma sappiamo che la vita di tutti loro è preziosa agli occhi di Dio e non andrà perduta in eterno, come la vita di tutti i perseguitati. Perciò, per loro e con loro, rendiamo grazie al Padre.
Infine, una parola sul v. 28: «Temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna».
Il timor di Dio è diverso dalla pura e semplice paura. Nella Bibbia Dio invita moltissime volte a non aver paura di lui e nella prima lettera di Giovanni si legge: «Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» (1 Gv 4,18). Per questo, molti autori dicono addirittura che il timor di Dio non c’entra niente con la paura, ma a me sembra un po’ esagerato perché in fondo la parola ‘timore’ c’è e non può essere cancellata del tutto. Tuttavia è vero che in diversi passi, per esempio nel libro del Siracide, si dice che «Il timore del Signore allieta il cuore e dà contentezza, gioia e lunga vita» (Sir 1,10). Se dà gioia e contentezza, è evidente che si tratta di un timore molto particolare, che può anche avere sfumature diverse per le diverse situazioni e persone, ma che io tradurrei con “sacro rispetto”. È il contrario dell’arroganza di chi pensa di essere così potente da essere intoccabile, al di sopra della giustizia, esentato dal rendere conto delle proprie azioni. Si potrebbero fare tanti esempi: negli ultimi anni ci sono stati politici, anche cattolici, che pensavano che i loro crimini sarebbero rimasti impuniti, ma poi sono finiti nelle patrie galere. Come può l’uomo arrivare al punto di credere che il potere e i soldi lo rendano invincibile, intoccabile? È vero che non sempre in questo mondo la giustizia trionfa, ma il timor di Dio ci avverte che alla fine tutto dovrà essere ricapitolato, alla fine ci sarà la verità su ciò che vale e ciò che non vale, sul bene e il male, sul giusto e sull’ingiusto.
La Geenna è una valletta scavata dal torrente Hinnom sul lato sud del monte Sion su cui sorge Gerusalemme. Fu sede del culto di Moloch, che imponeva la pratica di bruciare in olocausto i bimbi dopo averli sgozzati, perciò il re Giosia la volle adibire a immondezzaio della città dove bruciava un fuoco perenne e dove venivano gettate le carogne delle bestie e i cadaveri insepolti dei delinquenti.
In sintesi, come dicevano i nostri vecchi: «Male non fare, paura non avere». Chi cerca Dio e lo ama non lo deve temere e a maggior ragione non deve temere nient’altro, perché la sua vita è preziosa agli occhi di Dio. Ma chi è corrotto e arrogante dovrebbe imparare a temere che la propria vita si consumi e bruci come un’immondizia, capace solo di produrre fumo e cattivo odore.