Il Vangelo di oggi ci propone alcuni versetti tratti dalla conclusione del discorso missionario, al capitolo 10 del Vangelo secondo Matteo. È importante tener presente questo contesto per capire il senso delle parole di Gesù. Quando dice: «Chi ama il padre o la madre, il figlio o la figlia più di me, non è degno di me» non sta facendo un confronto (impossibile) tra i sentimenti; non sta riproponendo un’altra versione di quella domanda un po’ stupida e un po’ cattiva che più di qualcuno mi ha rivolto quand’ero piccolo: «Vuoi più bene alla mamma o al papà?». Gesù sta parlando a quelli che ha incaricato della missione di annunciare il Vangelo e sta dicendo loro che non c’è niente di più importante di questa missione: chi riceve da lui questo incarico lo deve svolgere senza accampare nessun tipo di scusa, nemmeno la disapprovazione e le obiezioni della famiglia (che nella sua cultura di origine decideva tutto) e nemmeno la propria vita. È questo il significato delle parole: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Spesso usiamo questa frase – “prendere la propria croce” – nel senso di rassegnarci a vivere una situazione difficile o dolorosa. Invece il significato principale di questa espressione è un altro: la croce era lo strumento della condanna a morte degli schiavi e dei ribelli, perciò chi “prende la propria croce” accetta, mette in conto – come Gesù – di andare incontro a opposizioni e persecuzione, anche nella forma più estrema. Per questo i versetti precedenti, che abbiamo letto domenica scorsa, premunivano contro la comprensibile paura che può assalire gli inviati ad annunciare il Vangelo.
Gesù non illude nessuno, non cerca di “addolcire la pillola”: l’annuncio del Vangelo, che è buona notizia di salvezza per l’umanità, annuncio di misericordia e di riconciliazione, trova opposizioni, anche violente, e costa caro ai suoi annunciatori. È il contrario dell’annuncio della legge, che costa poco ai suoi osservanti annunciatori, ma carica pesi enormi sulle spalle degli ascoltatori. Tuttavia, Gesù non si limita ad esporre le esigenze della missione, ma conclude il suo discorso con parole di incoraggiamento. Gli ultimi versetti del Vangelo di oggi dicono che i missionari non troveranno solo opposizioni, ma anche accoglienza, e che coloro che li accoglieranno saranno benedetti.
Questo ci porta anche a riflettere sull’ospitalità e l’accoglienza: ai tempi di Gesù l’ospitalità non era in discussione perché era sacra, per tutti. Qui però si parla di un’accoglienza particolare, che non consiste solo nel dare un tetto e un po’ di cibo allo straniero di passaggio, ma nel riconoscere il giusto come giusto e il profeta come profeta, un’accoglienza cioè fatta di rispetto e di ascolto. Ciò comporta umiltà, superare la diffidenza e i pregiudizi, dedicare tempo e attenzione. Gesù per primo ha faticato molto a trovare interlocutori disponibili ad ascoltarlo…
Al centro di questo brano c’è una frase paradossale: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Significa che la vita deve essere spesa, in un modo o in un altro: il tempo passa e non lo possiamo trattenere. Nessuno di noi sa quanto tempo vivrà: sappiamo solo che non è infinito. Siamo destinati a morire come tutti gli animali, ma a differenza degli altri animali ne siamo consapevoli, perciò ci chiediamo che cosa fare della nostra vita. Vivere per se stessi, a servizio esclusivo di sé, nel breve periodo può dare molte soddisfazioni e piaceri, ma impedisce di vivere come figli e fratelli, cioè uccide la vita vera, la verità di noi stessi. L’egoismo rende cattivi e anche brutti, mentre invece spendere la propria vita, “perdere” il proprio tempo e le proprie risorse per seguire Cristo fa vivere una vita più piena e più giusta; porta la nostra umanità all’altezza delle sue potenzialità.