Il brano del Vangelo di oggi si apre con queste parole, tradotte letteralmente: “In quel tempo, rispondendo, Gesù disse”. La traduzione della CEI salta la parola ‘rispondendo’ perché prima non c’è nessuna domanda. Eppure il testo dice proprio così. Allora, a chi o a che cosa Gesù risponde? Che cosa si dice prima di questo brano?
Si parla del fallimento, o dello scarso successo, della missione di Gesù.
Giovanni il Battista sembra dubitare dell’identità di Gesù e gli manda a chiedere dal carcere se è proprio lui “colui che deve venire”. Le città della Galilea che hanno visto il maggior numero di miracoli da parte di Gesù non gli hanno creduto, non lo hanno seguito e Gesù le rimprovera molto aspramente perché si convertano. Ma poi, rispondendo a questa situazione, che appare come un evidente insuccesso, Gesù si rivolge in preghiera al Padre con gioia, con esultanza.
È una reazione sorprendente: di fronte al fallimento uno potrebbe deprimersi e mollare; un altro invece potrebbe decidere di impegnarsi di più, magari cambiando strategia. Evidentemente Gesù non è molto preoccupato dei risultati e delle statistiche; non ha bisogno del successo per ricevere una conferma del suo valore o delle sue scelte; è libero da tutto quello che gli altri pensano e dicono di lui: la sua missione la valuta unicamente in rapporto alla volontà del Padre.
Perciò non esulta perché non gli hanno creduto, ma perché ci sono stati alcuni che hanno accolto il suo messaggio, e sono i “piccoli”, cioè quelli che non hanno importanza, o gli “infanti”, cioè quelli che non hanno parola (il termine greco può essere tradotto con l’uno o l’altro termine).
Non avere la parola, cioè non avere gli strumenti per esprimersi, essere ignoranti, è una delle povertà più grandi – dalla quale derivano tante altre – e deve essere combattuta in tutti i modi possibili. Don Lorenzo Milani ha speso la sua vita per “dare la parola” a dei ragazzi montanari che altrimenti sarebbero stati destinati a essere sfruttati per tutta la loro vita. Ha cercato di dare loro gli strumenti per capire e per ottenere il rispetto non solo dei loro diritti, ma anche di quelli degli altri.
Gesù non fa l’apologia dell’ignoranza, ma gioisce e ringrazia il Padre perché a quelli che non hanno parole ha donato la Parola, con la P maiuscola. Ancora una volta nel Vangelo si manifesta la predilezione del Padre per gli ultimi: i piccoli, i poveri, perfino i peccatori… non perché gli altri siano esclusi dalla sua benevolenza, ma perché tutti sappiano che proprio nessuno è escluso e che Dio non è il premio per i migliori, ma dono gratuito, che non si può acquistare o meritare.
I farisei cercavano di piacere a Dio adempiendo tutti i comandamenti della Legge e facendo anche di più di quel che era comandato da Mosè. Chiedevano a se stessi e ai loro discepoli di sottoporre il collo al “giogo” della Legge, un’espressione idiomatica che rende bene l’idea della fatica e dell’obbedienza, come quelle dei buoi che vengono aggiogati per tirare l’aratro o il carro.
Gesù si è opposto con tutte le sue forze a questo modo di vivere la religione. Nel Vangelo secondo Luca dice ai dottori della Legge: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!» (11,46). Perciò si rivolge a tutti coloro che vivono la religione come un peso e una schiavitù dicendo: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò riposo. Prendete il mio giogo – cioè il mio insegnamento, la mia interpretazione della Legge – sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore». Qui si deve fare attenzione: questa frase sembra voler invitare gli ascoltatori di Gesù a imitare la sua mitezza e umiltà, invece il significato è un altro. Gesù chiede ai suoi ascoltatori di imparare da lui, di farsi suoi discepoli, perché lui è un maestro mite e umile, cioè accessibile, non come i maestri duri e inflessibili che moltiplicano i comandamenti.
«Il mio giogo infatti è dolce, e il mio peso leggero». Potremmo anche essere toccati da un dubbio: è davvero leggero l’insegnamento del Vangelo? Il discorso della montagna non propone forse un’etica radicale? Sì, amare i nemici e porgere l’altra guancia non è solo difficile: è praticamente impossibile alla nostra volontà. Ma i comandi del Vangelo sono leggeri e dolci non perché “all’acqua di rose”, ma perché la loro osservanza nasce da un cuore nuovo, rigenerato dall’amore di Dio. La conversione e la vita nuova non sono frutto dei nostri sforzi, ma dono del Padre a chi si riconosce peccatore e chiede il suo aiuto, l’intervento del suo Spirito.
La condizione di sentirsi “affaticati e oppressi” si può presentare molte volte nella vita e per molti motivi, come il peccato nostro o degli altri, ma anche per motivi “buoni”, cioè derivanti dalle responsabilità che ci siamo assunti per rispondere alla chiamata del Signore. Possiamo sentirci falliti proprio nei nostri tentativi di fare il bene, di realizzare qualcosa di buono. Al peso di situazioni oggettivamente pesanti da portare può aggiungersi il peso supplementare di crederci inadeguati, di pensare che dovremmo fare di più, o di meglio. Invece il Signore ci invita a trovare riposo in lui, a non misurarci sul successo o l’insuccesso delle nostre azioni, a non aumentare con i nostri giudizi il peso che dobbiamo portare, ma ad agire con lo sguardo rivolto a lui, al Bene. Non abbiamo bisogno di riscattarci ai suoi occhi, di compensare in qualche modo le nostre insufficienze: siamo suoi figli e siamo amati esattamente come siamo. Possiamo deporre davanti a lui i nostri fardelli e chiedere che ci aiuti a portarne il peso.
E possiamo anche chiedere e dare aiuto reciproco. Dice San Paolo: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2). Quando si portano insieme, i pesi sono un po’ più leggeri, e se li portiamo insieme a Cristo, allora possiamo trovare riposo in lui.