Il brano di questa domenica è l’inizio del terzo discorso di Gesù nel Vangelo secondo Matteo: il discorso in parabole. In chiesa ho già spiegato molte volte perché Gesù parlava in parabole. Lo ripeto brevemente: repetita juvant, sperando che non stufant…
Non è vero quel che molti pensano: Gesù avrebbe usato immagini facili e alla portata di tutti per spiegare dei concetti altrimenti difficili da comprendere. Paradossalmente, è vero il contrario: Gesù parla in modo comprensibile ai suoi discepoli, ma agli altri (che credono di saperla lunga, che lo giudicano dall’esterno) racconta delle storie “strane”, enigmatiche, paradossali, per far capire loro che non hanno capito, per spingerli a chiedergli spiegazioni, per provocare in loro un cambio di mentalità. Un padrone dà la stessa paga a quelli che hanno lavorato poco e a quelli che hanno lavorato molto; un padre accoglie con una grande festa il figlio scapestrato invece di punirlo; un pastore abbandona da sole 99 pecore per cercarne una... Per questo i discepoli sono perplessi e gli chiedono: «Perché parli loro in parabole?». E Gesù risponde: «Perché a voi [discepoli, che volete capire] è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro [che non vogliono imparare da me] non è dato. Così a chi ha [capacità di ascolto, voglia di imparare] sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha [capacità di ascolto, voglia di imparare] sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono!» (Mt 13,10-13.16-17). E dopo le prime tre parabole, l’evangelista aggiunge: «Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole» (v. 34), ma in casa, ai suoi discepoli che lo interrogano per capire, Gesù spiega tutto.
Stavolta c’è un contadino che non sa fare il suo lavoro o che ha la mano malferma: molti commentatori hanno cercato di spiegare perché il seme vada a cadere in terreni totalmente inadatti, ma secondo me non c’è spiegazione che tenga. Per gli ascoltatori dev’essere evidente che c’è tanta semente sprecata, tuttavia il raccolto sarà ugualmente abbondantissimo. È chiaro che Gesù non sta dando una bislacca lezione di agricoltura, ma sta parlando d’altro: come risulta dalla spiegazione che dà ai suoi discepoli, sta parlando dell’ascolto della sua parola. I quattro terreni corrispondono a quattro tipi di ascoltatore e c’è un progresso dall’uno all’altro.
Potremmo dire che il primo è proprio il “livello zero”: ascolta distrattamente e dimentica subito quello che ha sentito.
A un livello superiore c’è quello che potremmo chiamare l’ascoltatore ingenuo: ascolta sì la parola di Dio, ma crede che sia una ricetta per vivere tranquillo e al sicuro da ogni problema, una sorta di bacchetta magica che lo proteggerà sempre. Quando subentra “una tribolazione o una persecuzione”, cioè un dolore o una prova, si scandalizza perché credeva che se si fosse comportato bene Dio lo avrebbe sempre premiato, invece la prova ha portato alla luce una fede basata sull’interesse.
A un livello ancora superiore c’è l’ascoltatore benintenzionato che però “si perde per strada”: quel che impedisce alla parola di portare frutto in lui è «la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza». Probabilmente abbiamo tutti un’idea di cosa sia l’inganno della ricchezza: correre dietro ai soldi, accettare che sia il profitto a dettare la priorità degli impegni e delle relazioni, la mancanza o carenza di gratuità. Meno chiaro potrebbe essere il significato dell’espressione “la preoccupazione del mondo”: sono le tante cose da fare, sempre troppo urgenti, ma anche quello che pensano o potrebbero pensare gli altri, la famiglia, gli amici e i conoscenti; la paura di essere giudicati ed emarginati.
Infine c’è il terreno buono che produce un raccolto esageratamente abbondante, perché la parola di Dio vissuta ha una fecondità che è a misura di Dio, non solo del “terreno” che l’ha accolta.
Credo che ciascuno di noi, nei vari momenti della propria vita, possa riconoscersi in tutti e quattro i tipi di terreno: ci sono volte in cui non abbiamo ascoltato, altre in cui sono venute alla luce le nostre ribellioni, altre in cui il cosiddetto buonsenso ci ha sconsigliato di mettere in pratica il Vangelo o ci ha fatto rimandare certe scelte a data da destinarsi, e altre in cui abbiamo avuto la gioia di vivere il Vangelo e siamo stati ricolmati di doni sovrabbondanti.
Credo che sarebbe sterile continuare ad accusare noi stessi per le volte in cui siamo stati uno dei primi tre tipi di terreno: è molto meglio essere felici e ringraziare per il fatto che ci è dato di entrare in casa con Gesù, di essere suoi discepoli, di poter comprendere la sua parola perché a noi egli parla apertamente, come amici. Molti profeti e giusti hanno desiderato ascoltare ciò che noi ascoltiamo, e non l’udirono. Beati noi!
L’ascolto della parola di Dio nella nostra vita non è una delle tante pratiche di pietà, ma è proprio la struttura della vita cristiana: Dio parla e comunica se stesso nella sua parola, l’essere umano è chiamato a essere partner di Dio, suo interlocutore, ascoltando e accogliendo. Chiaramente, i tempi e i modi in cui realizzare concretamente questo ascolto sono diversi nei diversi stati di vita: un sacerdote in pastorale è diverso da una donna sposata o da un monaco di clausura; un giovane è diverso da un pensionato o da un imprenditore, ma ciascuno deve vigilare sulla qualità del proprio ascolto e trovare i tempi e i modi adatti per ascoltare quella parola che ci rende veramente noi stessi, figli e fratelli; plasma la nostra vita e la fa fruttificare oltre le nostre capacità.