La liturgia di questa domenica prosegue nella lettura del discorso in parabole, il terzo discorso del Vangelo secondo Matteo. Ce ne sono presentate tre: il buon grano e la zizzania, il granello di senape e il lievito.
La prima parabola è la più lunga e al termine del brano ci viene data anche la sua spiegazione: «alla fine del mondo il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente». “Gli scandali e quelli che commettono iniquità” sono presenti in quel Regno di Dio che Gesù è venuto a seminare, al quale ha dato inizio. Perciò si sta parlando della Chiesa che non coincide con la realtà perfetta del Regno di Dio, ma ne dovrebbe essere l’inizio, l’annuncio, la profezia.
Quando la Chiesa ascolta e vive la parola del Vangelo; quando accoglie e serve i più poveri e si scopre essa stessa povera e bisognosa dell’accoglienza e dell’aiuto di Dio; quando favorisce e dona riconciliazione e perdono, pur riconoscendosi anch’essa bisognosa di perdono, allora la Chiesa mostra al mondo l’immagine e l’inizio del Regno di Dio.
Ma purtroppo le cose non vanno sempre così.
Il Vangelo di oggi parla di “scandali”, cioè di quelle situazioni in cui si resta gravemente delusi e si perde la fiducia: ci si aspetta di vedere il bene, la carità, l’aiuto, il servizio, l’umiltà e la povertà… e invece si trova tutto il contrario. Quante persone si sono allontanate dalla fede perché sono state scandalizzate, magari fin da piccole, da quelli che annunciavano il Vangelo con le parole, ma non con la vita! Senza contare che oggi, nell’epoca di Internet, le notizie fanno il giro del mondo in un attimo e così veniamo a sapere ad esempio che il Vaticano ha fatto affari poco puliti a Londra o quanti sono i preti degenerati dall’altra parte del mondo.
E purtroppo non finisce qui: per non diffondere gli scandali molto spesso i responsabili della Chiesa hanno cercato di nascondere, di mettere a tacere questi fatti, con il risultato – magari non voluto direttamente, ma comunque effettivo – di permettere ai colpevoli di sfuggire alle loro responsabilità e di negare la giusta riparazione alle vittime. Non per niente il Vangelo di oggi mette insieme “gli scandali e quelli che commettono iniquità”, cioè le ingiustizie.
Pensando a queste cose si resta sgomenti, come i servi che dicono al padrone, quasi protestando e forse accusandolo: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». Anche noi, quando siamo scandalizzati, ci chiediamo: «Ma come è possibile che succedano queste cose nella Chiesa? Da dove vengono? Come può Dio permetterle?».
Spontaneamente vorremmo giustizia subito, vorremmo che fossero tolti gli scandali e tutto ciò che deturpa il volto della Chiesa. È un desiderio buono, ma non deve portarci a confondere i diversi piani di azione: quello umano e quello divino.
La parola greca epìscopos – da cui deriva l’italiano ‘vescovo’ – significa letteralmente “colui che guarda dall’alto”, quindi “super-visore”, sorvegliante. Dai sorveglianti ci si aspetta giustamente che non dormano, che stiano svegli e pronti a intervenire soprattutto in difesa dei più deboli. È questo il compito dei vescovi, ma anche di tutti quelli che hanno un’autorità grande o piccola: parroci, educatori, funzionari, magistrati, genitori… ognuno deve esercitare per quanto gli compete la virtù della vigilanza. Quando viene a mancare questa vigilanza, gli scandali sono vicini, e Dio non interviene a sostituirsi ai sorveglianti addormentati o complici. Dio attende con pazienza di fare giustizia per lasciarci liberi e per dare a ognuno la possibilità di pentirsi. Come abbiamo sentito nella prima lettura: «Il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti […] e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento». Perciò non dobbiamo chiedere a Dio di fare giustizia qui e ora, ma nemmeno accettare che la giustizia umana abbia i tempi di quella divina: gli autori degli scandali vanno fermati subito; le vittime vanno soccorse immediatamente; la giustizia, per essere tale, non può essere frettolosa, ma nemmeno dilazionata.
Nella sua spiegazione della parabola, Gesù afferma che i servi sono angeli, non uomini: gli angeli possono aspettare fino alla fine del mondo, e anche noi dobbiamo aspettare la giustizia di Dio fino a quel momento, ma la giustizia umana non può attendere fino ad allora. Se è vero che in questo mondo dobbiamo convivere con la zizzania, anche nella Chiesa, non è vero che dobbiamo lasciar correre gli scandali e le iniquità. In questo stesso Vangelo secondo Matteo Gesù ha detto: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati; beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli». Chiedere giustizia e operare per ottenerla è una virtù evangelica.
Se gli scandali richiedono decisione nell’intervenire, e quindi una certa durezza per opporsi al male, per cose meno gravi e per altri ambiti, come quello educativo e spirituale, è raccomandabile la moderazione. Dosare vigilanza e pazienza, decisione e attesa, è un’arte difficile: chi non ha pazienza con se stesso diventa duro, insensibile, spesso nevrotico, e non ha pazienza nemmeno con gli altri. D’altro canto, chi è troppo indulgente con se stesso, chi non esercita la vigilanza sulle proprie azioni, chi non si impegna nel “combattimento spirituale” corre il rischio di diventare un po’ alla volta operatore di iniquità e di scandali, e complice del male altrui. Come dice la Bibbia: «C’è un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante» (Qo 3,2): c’è un tempo per lasciar crescere e un tempo per strappare la zizzania. Distinguere questi due tempi non è facile: si può sbagliare per impazienza o per indolenza, ma Dio ci dà tempo per imparare e cerca sempre qualche angelo da metterci vicino perché ci guardi dall’esterno – non dall’alto – e ci dia un buon consiglio.