In questa domenica si conclude la lettura del discorso in parabole di Gesù, al capitolo 13 del Vangelo secondo Matteo.
In ciascuno dei cinque discorsi di Gesù riportati da questo Vangelo, la conclusione è quasi sempre di tipo “pratico”, cioè orientata alle scelte concrete, al tradurre in decisioni e azioni gli insegnamenti di Gesù. Ad esempio, il primo discorso, il discorso della montagna, si conclude dicendo che chi mette in pratica gli insegnamenti di Gesù è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia, mentre chi ascolta e non mette in pratica è come un uomo insensato che ha costruito la sua casa sulla sabbia.
Questo discorso del capitolo 13, che parla con parabole e immagini del regno di Dio (che Matteo chiama “dei cieli” perché da buon ebreo cerca di nominare Dio il meno possibile) si conclude invitando gli ascoltatori ad entrare in questo Regno, scegliendo e decidendosi per ciò che ha valore. Tuttavia, non si fa appello principalmente alla loro volontà, come chiedendo una scelta morale costosa ma doverosa: con le due parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa Gesù mette l’accento prima di tutto sulla preziosità del Regno di Dio e sulla gioia di chi lo trova.
Il povero bracciante che sta arando un campo non suo e il ricco mercante che cerca perle preziose sono due personaggi diversissimi, ma accomunati dalla gioia della scoperta, dall’avere davanti a sé l’occasione della vita da prendere al volo. Senza nessun rimpianto vendono tutto quello che hanno per avere quel tesoro che hanno trovato. Rappresentano quelli che hanno scoperto il Regno di Dio e hanno deciso di entrare in esso, investendo tutta la propria vita in questa scelta.
Entrare nel regno di Dio significa entrare in un mondo in cui scopriamo di non essere più soli, ma di essere figli amati, perdonati e rigenerati come fratelli tra noi. Pur vivendo in un mondo competitivo e invidioso, ci è data la possibilità di intrecciare relazioni di benevolenza e di servizio reciproco; pur essendo in un mondo dominato dalla logica del profitto, ci è data la possibilità di vivere rapporti di gratuità; pur sentendo tutti i limiti della condizione umana, ci è data la speranza e la caparra dell’infinito.
Immagino che a molti, come a me, il cristianesimo sia stato trasmesso soprattutto come un sistema di idee e di regole o, nel caso migliore, di valori. Raramente si mette l’accento sulla gioia e confesso che anch’io, come educatore, ho mancato moltissimo sotto questo aspetto. Le idee possono essere interessanti o addirittura affascinanti; le regole e i valori sono necessari e danno sicurezza, ma la gioia del Vangelo è un’altra cosa!
In base a che cosa prendiamo le decisioni nella nostra vita? Spesso in base alla necessità (e allora non è proprio una scelta); oppure spinti da forze che limitano ugualmente la nostra libertà, come la paura o le ingiunzioni del nostro ambiente; oppure in base all’utilità, a vantaggi che possiamo ottenere; ad un livello ancora superiore cerchiamo di decidere secondo quello che ci sembra giusto e quindi doveroso. Ma le scelte che operiamo spinti dalla gioia hanno una forza, un’energia maggiore. Perciò le scelte importanti della vita non devono essere guidate unicamente dalla logica dell’utilità e nemmeno da quella del dovere, ma soprattutto dalla vera gioia.
La vera gioia non si trova nelle cose ma nelle relazioni; è condivisa, non è egoista; non dipende solo dalle condizioni esterne, ma sgorga da dentro di noi, tanto che alcune persone hanno potuto essere nella gioia anche in mezzo alle prove e alle tribolazioni.
Concretamente, cosa significa tutto questo per la nostra vita?
Siamo invitati a deciderci per ciò che ha valore, e riconosciamo ciò che vale dal fatto che dà gioia. Se non dà nessuna gioia può essere bene, ma non per me, o non adesso. Dio dona la gioia per aiutarci a scegliere bene. Le scelte ispirate dal Vangelo non sono mai scelte di comodo, ma danno gioia perché ci rendono più liberi, più veri, più noi stessi.
Certo, c’è gioia e gioia, e qui ci viene in aiuto l’ultima parabola, quella della rete da pesca. Durante il percorso la rete a strascico tira su ogni genere di pesci, buoni e cattivi, ma alla fine si deve fare una cernita. Così, per capire se la gioia che proviamo per una scelta è secondo il Vangelo oppure no, molto spesso bisogna mettersi nella prospettiva della fine o del fine: durante il percorso possiamo trovare gioia, piacere e soddisfazione sia nelle scelte buone che in quelle meno buone e addirittura in quelle cattive, come certi cibi che sul momento sembrano appetitosi, ma in seguito ci possono far male.
I giovani corrono il pericolo di confondere la gioia con il piacere e l’eccitazione. Gli adulti possono inseguire la carriera, i soldi o il potere, oppure nella crisi di mezza età rischiano di rovinare tutto quello che hanno fatto perché magari si accorgono di qualche errore del passato e cercano di “recuperare il tempo perduto”, anche se è impossibile. Gli anziani sono tentati di consegnarsi ai rimpianti e ai rimorsi invece di benedire e ringraziare… In ogni età è necessario essere accorti, non farsi ingannare e scegliere ciò che ha valore e dà vera gioia. In ogni stagione della nostra esistenza è possibile avvicinarsi a Dio, affidare a lui la nostra vita, gioire di essere suoi e di poter fare qualcosa al suo servizio, magari anche cose piccole, ma belle.
In questi mesi di pandemia ci sono stati tanti motivi di tristezza, tanti lutti, dolori e solitudini, anche non legati al Covid-19. Farsi vicini a chi soffre con una visita, una telefonata, una preghiera dà sollievo a chi riceve un po’ di conforto e dà gioia anche a chi esce da se stesso per andare incontro agli altri. La condivisione, la fraternità, il servizio, l’affetto… ci fanno bene al cuore, ci danno gioia.