Il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci è uno dei pochi che sono presenti in tutti e quattro i Vangeli. Addirittura, nel Vangelo secondo Marco e nel Vangelo secondo Matteo si raccontano due moltiplicazioni dei pani. Una spiegazione possibile è che forse il racconto di quel miracolo, trasmesso oralmente, sia stato tramandato con particolari diversi, fino a diventare due racconti distinti. In realtà, ognuno dei sei racconti differisce dagli altri per qualche particolare specifico, mettendo in evidenza aspetti diversi.
Questo racconto inizia con la notizia della morte di Giovanni il battezzatore, un uomo che ha avuto un posto decisivo nella vita di Gesù. A questa notizia Gesù reagisce cercando la solitudine: evidentemente è toccato profondamente da questa morte, ne soffre e sente il bisogno di prendersi del tempo per elaborare il lutto, come diciamo noi oggi.
Una psichiatra svizzera che ha accompagnato moltissimi malati terminali ha descritto, in uno studio che è diventato un classico (Elisabeth KÜBLER-ROSS, La morte e il morire) le fasi del lutto comuni a tutte queste persone: negazione, collera, trattativa, depressione, accettazione. Anche senza descriverle qui una per una, si intuisce che l’elaborazione del lutto non è un processo immediato. Quando subiamo una perdita, quando qualcuno o qualcosa ci viene a mancare (una persona, ma anche una relazione, un progetto, il proprio ruolo, la salute) c’è bisogno di tempo e di riflessione – di preghiera, per chi è credente – per affrontare il vuoto lasciato dalla perdita e per ricollocarci nella vita integrando in noi questa assenza.
Gesù non fa eccezione e non fa finta di niente davanti al vuoto che lascia in lui la morte di Giovanni, ma cerca la solitudine per rispondere a quella morte e farla diventare generativa e produttrice di vita, infatti il racconto inizia con la notizia della morte di Giovanni e si conclude con Gesù che dà vita alle folle curando i malati e dando loro da mangiare.
In mezzo c’è l’assunzione di responsabilità di Gesù nei confronti della folla che chiede il suo aiuto e l’invito rivolto ai discepoli per un’analoga assunzione di responsabilità nei confronti della gente affamata: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mt 14,16).
Questa assunzione di responsabilità passa attraverso un cambio di programma: nel momento in cui Gesù sta arrivando nel luogo previsto per il suo ritiro, trova tantissime persone che lo cercano. Forse molti di noi avrebbero vissuto questo cambio di programma con frustrazione o rabbia, sentendosi quasi obbligati a fare qualcosa che non avevano deciso spontaneamente. Gesù non lo vive così, non si sente vittima delle circostanze: la decisione di andare incontro alle necessità di quella gente non è motivata dalla preoccupazione per quello che diranno o penseranno se non riceveranno quello che chiedono, che poi è la preoccupazione per la propria immagine. Gesù è mosso dalla compassione: sofferente per la morte di Giovanni, è disponibile e aperto a sentire la sofferenza delle folle, la loro mancanza, e ad agire di conseguenza.
La compassione – scrive Luciano Manicardi, priore di Bose – è anche “intelligenza dell’altro”: vedere, riconoscere la situazione di bisogno dell’altro e percepire l’appello a intervenire in suo favore. Per questo Gesù cura i malati. Curare significa servire e onorare una persona, averne sollecitudine, assumersi la responsabilità nei suoi confronti: prendersene cura, appunto. Gesù non mostra fastidio o ribellione di fronte alle folle numerose, ma accoglie, “obbedisce” alla concretezza di quella situazione per viverla come obbedienza a Dio.
In questa rinuncia ai suoi programmi per mettersi a servizio delle persone che chiedono il suo aiuto, Gesù coinvolge anche i suoi discepoli. Anche loro hanno un progetto in mente per risolvere il problema pratico di dare da mangiare alla folla, infatti chiedono a Gesù di congedarla perché si disperda nei villaggi vicini. Invece Gesù chiede ai suoi di mettere a disposizione quel poco che hanno, a malapena sufficiente per loro.
Effettivamente, in nessuno dei sei brani che raccontano la moltiplicazione dei pani compare la parola “moltiplicazione”. Questo fa credere a qualcuno che forse il miracolo sia consistito nella condivisione pura e semplice: tra i cinquemila uomini ci sarebbero stati alcuni che avevano del cibo ma lo tenevano per sé; spronati dall’esempio dei discepoli di Gesù, avrebbero condiviso le loro risorse che alla fine bastarono per tutti. Se le cose stessero così, non si capisce perché per ben sei volte nei quattro Vangeli si racconti questo fatto come un miracolo straordinario. Ma se alla fine gli avanzi sono stati molto più abbondanti delle risorse iniziali, in qualche modo una moltiplicazione ci dev’essere stata. Però è vero che i Vangeli non pongono l’accento sulla moltiplicazione ma sulla divisione o condivisione. Gesù non ha fatto apparire centinaia o migliaia di pani che poi sono stati distribuiti, ma mentre veniva condivisa la povertà di quel dono, il dono bastava per tutti, come la farina e l’olio della vedova di Zarepta di Sidone che non si esaurivano per dar da mangiare a Elia, a lei e al figlio di lei fino alla fine della siccità (cf 1 Re 17,9-16).
Ci sono momenti nella nostra vita – e magari non sono pochi – in cui è evidente che le nostre risorse non possono bastare a realizzare progetti anche buoni, a prenderci cura di chi ci è affidato.
Dio non interverviene ogni volta a moltiplicarle: diventerebbe una specie di potere magico che ci renderebbe presuntuosi e autosufficienti. Il Vangelo di oggi ci invita piuttosto alla condivisione, a non fare da soli.
Quel che ci manca è un vuoto che ci fa soffrire, farne il lutto è necessario: vale a dire passare anche per il rifiuto, la rabbia, i nostri tentativi di rimettere insieme i pezzi, la tristezza… per poter arrivare a una realistica accettazione. La realtà ci chiama a uscire dai nostri progetti e sogni per allacciare rapporti, alleanze e condivisioni con chi ci è vicino, condividendo il poco che abbiamo e mettendolo a disposizione del Signore.