È la seconda volta che l’evangelista descrive la barca dei discepoli nella tempesta: la prima volta Gesù dormiva e questa volta è addirittura assente. Il primo brano terminava con una domanda: «Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?» (Mt 8,27); questo secondo brano si conclude con un’affermazione: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!» (Mt 14,33). Attraverso le prove, si verifica un progresso nella loro fede. Anche questa narrazione, quindi, contiene dei significati simbolici che emergono dai dettagli del racconto. Ne sottolineo solo tre.
Il primo ci viene incontro fin dalla prima riga: dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù “costringe” i discepoli a salire sulla barca e a partire. Vengono proposte molte spiegazioni su questo “costringere”, ma forse il motivo è semplice: i discepoli non volevano attraversare il lago perché si rendevano conto che si stava alzando il vento contrario. Tuttavia, questa “costrizione” ci può dire anche altro.
Credo che ci ricordiamo tutti, almeno un po’, il discorso di Papa Francesco nella piazza San Pietro deserta il 27 marzo scorso, quando ha attualizzato il brano del Vangelo della prima tempesta riferendolo alla situazione che abbiamo vissuto a causa del Covid. Mi viene spontaneo chiedermi se il brano di oggi può aggiungere qualcosa al discernimento sul nostro presente e sulle decisioni da prendere.
La notte non è passata: il Covid c’è ancora e le conseguenze sull’economia – che poi vuol dire sulla vita quotidiana di molte persone e famiglie – sono pesanti. Ma non siamo più tutti sulla stessa barca: in questa notte c’è chi affonda, c’è chi annaspa e c’è chi è “tornato alla normalità” fatta anche di divertimento e di spensieratezza. Sia chiaro: non sto giudicando chi si diverte, purché non si comporti in modo scriteriato, mettendo in pericolo la salute sua e degli altri. Quello che osservo è che molti sono tornati a vivere “ognuno per sé e Dio per tutti”, come si dice: per alcune settimane siamo stati chiusi tutti in casa, ricchi e poveri, giovani e vecchi… avevamo davvero la sensazione di essere tutti nella stessa barca. Ora c’è chi fa la movida e chi fa la coda per mangiare: siamo tornati ciascuno la sua vita, come prima, pensando che sia “normale”.
Il Papa aveva alzato la sua voce dicendo: «Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”».
Le guerre e le ingiustizie ci sono ancora, il grido dei poveri è più forte che mai e il pianeta non è guarito, anzi! Per questo, credo, il Signore costringe i suoi a salire un’altra volta sulla barca, sulla stessa barca tutti insieme, non ciascuno sulla sua barchetta. L’umanità sarà sempre tentata di egoismo, ma la Chiesa deve essere nel mondo un esempio, una proposta di unità e solidarietà. Anche noi cristiani siamo tentati dall’egoismo: per questo il Signore a volte deve usare quasi le maniere forti per ricordarci che dobbiamo stare insieme ed essere responsabili gli uni degli altri. Fin da ora c’è molto bisogno di solidarietà, e nei prossimi mesi e forse anni, ancora di più.
Il secondo particolare che vorrei sottolineare l’ho già accennato: mentre nella prima traversata Gesù era nella barca ma dormiva, in questa seconda traversata è addirittura assente, lontano, sul monte, in alto. Nelle grandi difficoltà, quando sperimentiamo che le nostre forze non bastano, ci sentiamo sempre soli; il Signore viene percepito come lontano, assente o addirittura ostile. Infatti i discepoli hanno paura di lui quando viene incontro a loro e dicono: «È un fantasma». Anche dopo la risurrezione avranno la stessa paura. Quando stiamo male, per qualsiasi motivo, è difficile per noi credere che il Signore è vivo e presente, ma la fede consiste proprio nel fidarsi e affidarsi quando siamo nella prova, e la prova più difficile di tutte è la morte.
Questo è il terzo dettaglio: per la Bibbia il mare è l’abisso (tehom) e rappresenta proprio la morte. Anche se in concreto si tratta solo del Lago di Galilea, per gli evangelisti è “il mare”, è la superficie di un abisso infinito che inghiotte tutto e tutti e che farebbe sparire anche la terra, se Dio non gli avesse posto un limite invalicabile. Gesù che cammina sulle acque è il Signore che ci viene incontro definitivamente nella morte, ma questo incontro ci fa paura. La strana e illogica richiesta di Pietro («Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque») è in realtà il nostro desiderio ultimo, la richiesta che sale dal profondo di ciascuno di noi, che lo sappiamo oppure no. È espressa alla fine di un’antica e bellissima preghiera: l’Anima Christi.


Anima di Cristo, santificami.
Corpo di Cristo, salvami.
Sangue di Cristo, inebriami.
Acqua del costato di Cristo, lavami.
Passione di Cristo, confortami.
O buon Gesù, esaudiscimi.
Entro le tue ferite, nascondimi.
Non permettere che io sia separato da te.
Dal nemico maligno, difendimi.
Nell’ora della mia morte, chiamami
e comanda che io venga da te
perché ti lodi con i tuoi santi
nei secoli dei secoli. Amen.