Celebriamo oggi l’assunzione di Maria al cielo, in anima e corpo.
Il cielo di cui parliamo, ovviamente, non è lo spazio, il sistema solare o la galassia: è il mondo di Dio, la sua trascendenza. Eppure, Maria entra nel mondo di Dio, nella trascendenza, anche con il suo corpo. Certo, si tratta del suo corpo risorto, del corpo “spirituale” come lo chiama San Paolo (cf. 1 Cor 15,35-50), cioè obbediente allo spirito e non più costretto dai limiti terreni: un corpo come quello di Gesù risorto. Ma si tratta pur sempre del corpo.
Perché, come annota acutamente C. S. Lewis, “per un uomo avere due gambe è normale, ma per un cavallo, no”: così, vivere come puri spiriti può andare benissimo per gli angeli, ma lo spirito degli esseri umani vive in un corpo, e anche se può sopravvivere separato da esso, deve tornare a essere unito a esso, sia pure in modo diverso, di cui ora non abbiamo esperienza.
Gesù risorto e asceso al cielo e Maria assunta in cielo ci dicono che anche il nostro corpo è destinato ad entrare nel mondo di Dio.
Questa nostra realtà terrena è fragile, vulnerabile, a volte pesante e sporca: come sono diversi i corpi veri da quelli della pubblicità! I corpi della televisione sono tutti perfetti, giovani, magri, depilati e mai sudati, neanche d’estate. I nostri corpi di solito sono diversi, ma è proprio questo nostro corpo, quello vero, che è destinato a entrare in Dio, a essere assunto e trasfigurato da lui.
Ci sono stati secoli in cui il cristianesimo ha fortemente svalutato e perfino disprezzato il corpo: si faceva coincidere la “spiritualità” cristiana con il rifiuto di tutto ciò che è sensibile e materiale. Per unirsi il più possibile a Dio bisognava dimenticare, rinnegare il corpo, magari trattandolo male.
Moltissimi santi hanno percorso questa via, anche San Francesco che alla fine della sua vita ha chiesto perdono a “frate asino”, cioè al suo corpo, per averlo trattato troppo male.
Oggi invece ci sono anche alcune persone, alle quali non importa nulla della santità, che vivono l’eccesso opposto: il corpo lo modellano, lo modificano (anche chirurgicamente), lo curano non per la salute ma per l’immagine di sé che vogliono dare. La preoccupazione eccessiva per il proprio aspetto di solito indica un’insicurezza profonda: io valgo qualcosa solo se sono guardato con ammirazione. Si confonde insomma il corpo con l’immagine, ma il corpo non è un vestito o un accessorio di lusso da mostrare: il nostro corpo siamo noi.
Nel nostro corpo è scritta la nostra storia: l’atteggiamento con cui affrontiamo la vita modella i tratti del viso, le fatiche di ogni giorno modificano le mani e la schiena, gli incidenti lasciano tracce più o meno pesanti, i parti cambiano il corpo della donna e l’età si manifesta con segni di cui molti si vergognano e che invece raccontano il lungo viaggio della nostra esistenza. Oggi che la medicina e il benessere hanno aggiunto molti anni alla nostra esistenza abbiamo senza dubbio il dovere di “fare la manutenzione” del nostro corpo scrupolosamente, per cercare di non aggravare troppo la fatica di chi si dovrà prendere cura di noi quando noi non potremo più farlo, ma un conto è aver cura del corpo e un altro è curare l’immagine…
I sensi del nostro corpo sono il modo con cui entriamo in contatto con la realtà: sulla vista e l’udito non occorre dire niente, è evidente, ma anche gli altri sensi sono importanti. Per esempio, in questi mesi abbiamo imparato a salutarci col gomito o col piede, perché nelle relazioni umane sentiamo la necessità di toccarci, almeno un po’, e appena è stato possibile i giovani sono tornati a fare ressa, a volte anche in modo imprudente.
Oppure, ricordo un episodio di tanti anni fa: attraversando alla sera Piazza Vittorio Emanuele a Roma, dove di giorno si era tenuto il mercato all’aperto, sono passato in un punto dove evidentemente c’era stato il banco del pesce. In un istante quell’odore mi ha sbalzato trent’anni indietro, quando da bambino abitavo in Liguria e la mamma o il nonno mi portavano a passeggiare fino al porto passando davanti al mercato del pesce. Nel senso dell’olfatto era scritto un ricordo che non sapevo di avere.
I sensi sono la porta sulla realtà presente, passata e perfino futura, perché anche l’avvenire lo immaginiamo in modo sensoriale. Ma esistono anche i sensi spirituali. Il più importante di tutti è l’ascolto: a chi ascolta la parola di Dio è data la possibilità di gustarne la dolcezza e l’amarezza, di percepire il buon profumo di Cristo (cf. 2 Cor 2,15) e della concordia fraterna (cf. Sal 132,1), di “toccare quasi con mano” l’intervento di Dio nella storia, di vedere le sue meraviglie in attesa del giorno in cui vedremo lui stesso.
Questi sensi spirituali, però, non sono altro rispetto ai sensi del nostro corpo, ma sono proprio questi stessi sensi abitati e vivificati dalla fede, per cui ascoltiamo e guardiamo, gustiamo e tocchiamo in modo nuovo le cose, le persone e gli avvenimenti, nello spazio e nella luce aperti dal Vangelo.
Gesù guardava le piante, i semi, i fiori e coglieva in essi il dinamismo del regno di Dio; guardava il lavoro delle massaie, dei contadini, dei pastori, dei pescatori e degli amministratori e a volte ne sovvertiva la logica per aprirci alla conoscenza di Dio; guardava e ascoltava quelli che nessuno considerava, i disabili, gli ammalati, i poveri e vedeva in essi i figli di Dio e ci ha insegnato a fare altrettanto.
Con il suo corpo Gesù ha servito, con il suo corpo Gesù ha sofferto, con il suo corpo Gesù è morto e risuscitato.
Così è stato di sua madre: Maria con il suo corpo ha donato al mondo il Figlio di Dio, lo ha allattato, lo ha accudito e lo ha servito con amore. Ha vissuto la rinuncia la dolorosa del distacco quando egli ha cominciato la sua missione, un dolore che ogni madre sente nel proprio corpo, nelle proprie viscere. I suoi occhi hanno visto la passione di Gesù, i suoi orecchi hanno sentito i suoi gemiti di dolore e le sue mani lo hanno composto nel sudario.
Ora il suo corpo risorto e trasfigurato contempla il corpo risorto e glorioso di suo figlio, ma vede anche il corpo ecclesiale di Gesù, dolorante, ferito da scandali e divisioni. Per questo corpo, di cui facciamo parte, prega e intercede. Così noi celebriamo la festa dell’assunzione di Maria guardando a lei con fiducia di essere aiutati e con speranza di giungere dove lei ci attende.
Il sacrificio del corpo eucaristico di Gesù – che offriamo in questa festa – insegni anche a noi a offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (cf. Rom 12,1). Potrà sembrare strano, ma per San Paolo è questo il vero “culto spirituale”: offrire il proprio corpo, non con penitenze straordinarie, ma con una vita spesa nel servizio di Dio e del prossimo.