Oggi il Vangelo ci propone l’incontro di Gesù con una donna. Una donna straniera, e dunque pagana, che esce dal suo territorio, al quale Gesù si era avvicinato, per invocare il suo aiuto.
Questo incontro è quasi uno scontro, nel quale Gesù assume degli atteggiamenti decisamente poco simpatici: dapprima ignora le richieste della donna, poi risponde negativamente all’intercessione dei discepoli e infine dà una risposta durissima a questa povera donna che addirittura si prostra davanti a lui. Dopo tutto acconsente a guarire sua figlia, ma il “lieto fine” non cancella del tutto le impressioni sgradevoli per le risposte precedenti.
Il motivo di queste risposte negative lo dice Gesù stesso: egli è stato inviato solo alle pecore perdute della casa di Israele, non ai pagani (o almeno, non ancora).
Alcuni commentatori, anche molto autorevoli, pensano che questo brano ci mostri come Gesù abbia cambiato modo di pensare la sua missione, dall’orizzonte ristretto di Israele al mondo: si tratterebbe perciò di una specie di “conversione” che avviene anche in lui.
Di per sé non c’è niente di male nel pensare che anche Gesù abbia compreso gradualmente la volontà del Padre suo, ma questa spiegazione non mi convince del tutto. Gli evangelisti erano diversi da noi: noi oggi apprezziamo molto gli scavi psicologici dei personaggi, tanto reali che di fantasia, e cogliere in Gesù un progresso, un passaggio, un cambiamento, ce lo fa sentire più vicino, più “umano”. Anche senza arrivare a eccessi blasfemi, i libri e i film che oggi parlano di Gesù cercano quasi sempre di metterne in evidenza domande, dubbi, passioni… È la sensibilità di oggi che forse coglie aspetti trascurati in passato. Ma gli evangelisti ragionavano in un altro modo e non avrebbero mai indugiato su qualcosa che potesse far apparire Gesù come fragile o in qualche modo “imperfetto”.
Credo perciò che questo brano rappresenti nel contesto specifico di Matteo quel che per Luca è l’insegnamento sulla perseveranza nella preghiera.
Il Vangelo secondo Luca, al capitolo 11 racconta la parabola dell’amico insistente e al capitolo 18 quella della vedova che chiede giustizia a un giudice ingiusto. Invece il Vangelo secondo Matteo ci racconta questo episodio, in cui una donna straniera, non ebrea, esprime una fede che non si “smonta” davanti ai silenzi di Gesù e nemmeno davanti a una risposta negativa tanto dura da suonare come un insulto.
Certo, dobbiamo capire bene cosa si intende con questa “insistenza”. Già Tito Livio e Lucrezio parlavano di «fatigare deos», di assillare gli dei con preghiere e suppliche. Per l’appunto è un atteggiamento pagano rispetto al quale Gesù ha detto: «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). L’insistenza nella preghiera non è un modo o un metodo per costringere Dio a fare la nostra volontà, nemmeno quando ci sembra di chiedere cose buone o addirittura ottime. Questa insistenza, o meglio perseveranza, è la fede che non viene meno, la fiducia che non arretra davanti ai silenzi di Dio, come ha fatto questa donna siro fenicia.
C’è un altro particolare che mi fa pensare a questa interpretazione: le parole dei discepoli si possono tradurre effettivamente con «Esaudiscila, perché ci grida dietro» (come nella traduzione della CEI) oppure con «Mandala via, perché ci grida dietro». In tutti e due i casi sembra che i discepoli siano preoccupati soprattutto di togliersi il fastidio di questa donna che grida, non dei suoi problemi. La risposta di Gesù è negativa per i discepoli, ma non per la donna: alla donna Gesù non dice mai un chiaro “no”, le lascia sempre aperta una piccolissima possibilità e a questa possibilità lei si aggrappa crescendo nella fede, non perdendo la speranza.
Oltre a tutto questo, la risposta di Gesù tocca anche un altro tema, presente in tutte e tre le letture di oggi.
L’evangelista Matteo si rivolge a cristiani di origine ebraica che si pongono ancora molte domande circa l’inserimento dei pagani nella chiesa. Gli ebrei sapevano di essere stati adottati da Dio come figli a differenza dei pagani che erano considerati impuri, tanto che non si poteva entrare nelle loro case e meno ancora mangiare in loro compagnia. Non di rado – come ha fatto Gesù stesso in questo brano – li chiamavano “cani”. Ma già nell’incontro tra questa donna e Gesù si prefigura un’unica tavola in cui i figli e i cagnolini mangiano lo stesso pane.
Io penso che tra quelli che noi spesso consideriamo stranieri impuri e dei quali forse abbiamo un po’ timore, quelli che per vivere oggi molte volte si nutrono dei nostri avanzi raccolti e distribuiti dal banco alimentare, tra loro o i loro figli forse ci sono i cristiani e anche i sacerdoti di domani. Ho conosciuto personalmente e ho accompagnato al battesimo alcuni giovani che provenivano da famiglie appartenenti ad altre religioni, ma gran parte della loro conversione è dipesa dal modo in cui sono stati accolti al loro arrivo in Italia. Così, il futuro della nostra chiesa forse dipende da come trattiamo oggi i “pagani” e gli stranieri: da figli di Dio o da cani.