Il cardinal Martini, parlando della conoscenza della Scrittura nella Chiesa, diceva che quando era giovane si conoscevano solo dei versetti estrapolati dal loro contesto come dicta probantia, ovvero “pezze di appoggio” dell’insegnamento della Chiesa in materia dogmatica, morale o liturgica. Poi aggiungeva che il brano di oggi era quello che risolveva ogni questione perché parla del primato di Pietro e quindi dell’autorità del Pontefice. Insomma, per essere cristiani non occorreva conoscere la Scrittura: bastava ubbidire al Papa.
Oggi per fortuna la Chiesa ci invita a conoscere meglio la Bibbia, ma questo brano ha comunque la sua importanza, anche se non potremmo dire che è più importante di tutti gli altri.
A me queste parole richiamano quelle scritte dallo stesso apostolo Pietro nella sua prima lettera, al capitolo 2, quando dice: «Avvicinandovi a lui [Gesù], pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (1 Pt 2,4-5).
Molti dicono che questa lettera forse non è stata scritta proprio da lui, anche perché l’autore usa benissimo la lingua greca, ma è possibile che Pietro si sia fatto aiutare da uno scrivano che conosceva bene il greco. Uno dei motivi che mi portano a pensare che la lettera sia proprio sua, sono questi versetti. Pietro deve avere lungamente meditato sulla parola del Signore che gli ha cambiato il nome da Simone a Kefa, cioè Roccia, ma non si è insuperbito, o magari sì, ma poi il suo rinnegamento lo ha ridimensionato. Così, scrivendo ai suoi cristiani che abitavano dispersi lì dove oggi c’è la Turchia, non ha detto: «Io sono la roccia sulla quale è costruita la Chiesa: ubbidite alle mie dichiarazioni dogmatiche», ma ha detto: «Voi siete pietre vive che costruite un tempio spirituale, e siete edificati sulla pietra angolare che è il Signore Gesù». Il tema della pietra da costruzione era ben presente al suo spirito, ma non ha voluto parlare di sé.
Pietro era il capo riconosciuto della Chiesa nascente, ma non era ossessionato dal desiderio di affermare il suo potere: al contrario, si metteva umilmente al livello dei tanti anonimi pastori della Chiesa: «Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,1-3). È come se il Papa dicesse (e negli ultimi anni lo ha detto più di qualche volta) rivolgendosi ai preti: «Esorto i preti come me a svolgere volentieri il loro servizio».
Questa umiltà non sminuisce la grandezza di Pietro e il suo ruolo, ma al contrario lo rende più autorevole, perché se uno ha bisogno di ricordare continuamente agli altri la sua autorità, vuol dire che di autorità non ne ha proprio. Pietro ha compreso la lezione dell’ultima cena, quando Gesù gli ha lavato i piedi anche se lui inizialmente non voleva: tra i discepoli di Gesù l’autorità deve essere vissuta come servizio, perciò umilmente.
Il servizio di Pietro, la roccia, consiste nel ricordare a tutti i cristiani che anche loro sono pietre vive e che devono stare insieme amandosi e perdonandosi gli uni gli altri, per offrire a Dio la loro vita a servizio del prossimo e del Vangelo, e che la base di questo edificio spirituale è il Signore Gesù.
Anche il “potere delle chiavi” cioè di amministrare il perdono e la riconciliazione con Dio, non è esclusivo di Pietro: Gesù ha detto le stesse identiche parole a tutti i suoi discepoli: «In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo» (Mt 18,18).
Allora, che cosa rende Pietro “speciale” rispetto agli altri discepoli e apostoli di Gesù? Due cose: la sua fede “rocciosa”, granitica, che è un dono di Dio e la consapevolezza di essere un peccatore perdonato. Infatti, al termine dell’ultima cena, Gesù gli ha detto: «Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli».
La definizione che Papa Francesco dà più spesso di sé è: «Sono un peccatore perdonato», tanto che come motto del suo pontificato ha scelto «Miserando atque eligendo». È tratto dalle Omelie di San Beda il Venerabile, sacerdote, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di San Matteo, scrive: «Gesù vide un pubblicano e siccome lo guardò con misericordia e lo scelse, gli disse: Seguimi». Chi conosce un po’ gli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola (il Papa era provinciale dei gesuiti in Argentina) riconosce subito la traccia della “prima settimana” in cui l’esercitante è condotto ad abbracciare con gratitudine la misericordia di Dio che gli ha perdonato tutti i peccati (di cui si è reso consapevole con gli esami di coscienza e le meditazioni).
Anche ai carcerati in Bolivia – per esempio – ha detto: «Sono peccatore, mi sento peccatore, sono sicuro di esserlo; sono un peccatore al quale il Signore ha guardato con misericordia. Sono un uomo perdonato. Ancora adesso commetto errori e peccati, e mi confesso ogni quindici o venti giorni». Il Papa, Pietro, è una roccia di fede che ci invita a non avere fiducia nella nostra bravura, nelle nostre opere, ma nella misericordia di Dio; a essere fondati su Gesù che ha dato la vita per noi peccatori e ci chiede di credere al suo perdono per poter camminare in una vita nuova.