Le letture di oggi toccano, tra gli altri, un tema molto delicato: la volontà di Dio. Sentiamo infatti nella seconda lettura: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rom 12,2). E nel Vangelo Gesù dice a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23).
Se Gesù rimprovera Pietro, vuol dire che Pietro avrebbe potuto comprendere la volontà di Dio, altrimenti sarebbe stato ingiusto rimproverarlo. Se Paolo esorta i cristiani di Roma a comprendere la volontà di Dio, vuol dire che essa è conoscibile, altrimenti sarebbe assurdo spronare qualcuno a fare qualcosa di impossibile. Tuttavia, comprendere la volontà di Dio non è facile, non perché Dio giochi agli indovinelli con noi, ma perché il nostro rapporto con lui è reso difficile non solo dalla diversità e dalla sproporzione degli interlocutori, ma anche dal peccato, questa realtà misteriosa che possiamo chiamare con tanti nomi. Nelle letture di oggi è chiamato la “mentalità di questo mondo” e il “pensiero degli uomini”. Non si tratta quindi di questo o quel peccato e nemmeno necessariamente del nostro peccato, ma di una condizione di cui tutti facciamo parte, la cultura e la mentalità in cui viviamo e che abbiamo assorbito, spesso senza rendercene conto.
Inoltre, la volontà di Dio, per quel poco che se ne può dire, non è uguale per tutti, sempre e dovunque. O meglio, vale per tutti ciò che Paolo scrisse a Timoteo: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4), ma i modi e i tempi della salvezza sono diversi per ciascuno, e ciò che è bene per un altro, qui e ora, potrebbe non esserlo per me, o almeno non ancora, perché non siamo tutti uguali e se qualcuno può fare un passo di due metri, qualcun altro si romperebbe una gamba a provarci. Alle “virtù eroiche” purtroppo arrivano in pochi e di solito gradualmente, non in un attimo.
Se la scelta fosse sempre e soltanto tra il bene e il male, il problema non esisterebbe: il male non si deve mai fare, nemmeno a fin di bene. Ma molto spesso la scelta avviene tra due possibilità buone o moralmente indifferenti: qual è la migliore per me, ora? Oppure è necessario addirittura scegliere tra due mali: qual è il male minore, se non posso evitarli tutti e due?
Qualcuno non si pone il problema e sceglie sempre ciò che gli conviene e ha deciso che Dio è contento così. Oggi ci sono molte persone, anche sacerdoti, che hanno sposato questa ideologia: secondo loro Dio vuole che siamo sempre felici, anche in questa vita e che evitiamo in ogni modo la sofferenza (ma allora, perché così tanti soffrono?). Probabilmente si tratta di una reazione alla ideologia opposta: un tempo molti si ispiravano a dei passi del Vangelo come quello di oggi per affermare che bisognava sempre “prendere la croce”, cioè soffrire. Secondo loro Dio chiedeva la nostra sofferenza in questa vita per ricompensarci poi con la felicità eterna.
Ma la volontà di Dio non si può conoscere in modo ideologico, cioè con una formula che ci renda sempre sicuri di sapere cosa lui vuole da noi, e l’oggetto della scelta non è prima di tutto il piacere o il dispiacere, la gioia o il dolore. Non è nemmeno il bene o il male, come ho detto, ma è quel bene possibile e desiderabile ora per me, quella scelta secondo Dio che il Signore vuole per il bene mio, della Chiesa e del mondo, almeno di quel piccolo mondo di cui faccio parte.
Questa volontà di Dio la può comprendere solo la persona interessata: purtroppo ci sono persone convinte di conoscere la volontà di Dio per gli altri, soprattutto preti ma anche laici che si credono illuminati direttamente dallo Spirito Santo e spadroneggiano sulla vita spirituale – e non solo – delle persone, facendosi oracoli e interpreti di “ciò che Dio vuole”. Invece, l’accompagnatore o l’accompagnatrice spirituale deve aiutare con il suo ascolto la persona a farsi altrettanto attenta alla voce dello Spirito, ma non può sostituirsi a lei.
Anche se parla in noi, Dio è altro da noi, perciò lo scopo del discernimento è aprirsi a questa alterità che “è più intima a me di me stesso” (S. Agostino). Dio può sorprenderci, può cambiare il corso della nostra vita in modo imprevedibile. Anche se i nostri piani ci sembrano buoni e giusti, Dio può decidere di disporre altrimenti, e a noi è richiesto di camminare nella fede e nella speranza, non nella visione.
E d’altra parte la volontà di Dio non è sempre misteriosa: molto spesso passa per l’adempimento dei nostri doveri e la fedeltà alle scelte compiute. Mi è capitato più di qualsiasi volta di incontrare persone che si chiedevano, anche in buona fede: “Cosa vuole da me il Signore?”, ma stavano cercando di uscire dall’impegno di fedeltà di un matrimonio o di una vocazione sacerdotale o religiosa avvertita come troppo pesante da portare avanti. In qualche caso può essere vero che avevano “sbagliato vocazione”, ma non è detto che l’infelicità sia sempre il segno che bisogna ripartire da capo: a volte può essere il segno di qualcos’altro, ma ci vuole tempo, pazienza e perseveranza per scoprirlo, e magari un po’ di aiuto.
Gesù non ha cercato il dolore a tutti i costi, ma nemmeno la sua autorealizzazione, come si dice. Ha saputo discernere nelle parole dell’Antico Testamento e negli avvenimenti della sua vita il modo in cui il Padre lo chiamava a redimere il mondo: non con il successo ma attraverso il rifiuto da parte delle autorità del suo popolo. Noi saremmo stati d’accordo con Pietro nel pensare che non era il caso, ma Gesù era libero anche dal suo tornaconto personale. Anche a noi la volontà di Dio potrebbe chiedere decisioni che ci procurino disapprovazione o addirittura persecuzione.
Paolo invita ad abbandonare la mentalità mondana, che è quella del tornaconto personale, per praticare un “culto spirituale” che paradossalmente consiste nell’offrire il proprio corpo, non il proprio spirito. Non si tratta di praticare penitenze e rinunce varie, ma di mettere le mani, la testa e la schiena a servizio del Vangelo e del prossimo, come ha fatto lui. È un culto che a volte sarà costoso e a volte sarà gioioso, ma non sono né la gioia né il dolore l’oggetto della volontà di Dio, bensì il desiderio di servire.
Questa è la volontà di Dio: che seguiamo Cristo sempre più da vicino e che impariamo a renderci attenti ai suoi desideri, non solo ai nostri, per quanto possano essere nobili e giusti.