Il brano di oggi è tratto dal capitolo 18 del Vangelo secondo Matteo che contiene uno dei cinque discorsi di Gesù presenti in questo Vangelo: il discorso sulla vita comunitaria. È un discorso che parla soprattutto di peccati e di scandali e di cosa fare quando questi avvengono.
Gesù sapeva che non c’è modo di prevenire i peccati e le divisioni in una comunità umana, nemmeno in quella che si raduna intorno a lui e al suo Vangelo, perciò non ha tentato di impedire queste cose, ma ha insegnato ai suoi cosa fare dopo che succedono.
Ci ha indicato il modo in cui amministrare la misericordia: la misericordia infatti va amministrata, cioè deve essere servita (“ministro” significa “servitore”) con le dovute attenzioni. Gesù poteva anche limitarsi a dire di “perdonare settanta volte sette”, come dirà subito dopo a Pietro, ma qui non lo ha fatto: non era un “perdonista”, non perché il suo perdono avesse dei limiti o dovessimo metterceli noi, ma perché il perdono è appunto “(i)per-dono”, il dono più grande e prezioso di tutti e ha bisogno di essere custodito come tale.
Il brano di oggi presenta quattro detti di Gesù: i vv. 15-16 sulla correzione fraterna, i vv. 17-18 sul potere della comunità di legare e sciogliere, il v. 19 sull’efficacia sicura della preghiera fraterna e il v. 20 sulla presenza del Signore in mezzo ai suoi.
La correzione fraterna – è bene ricordarlo – non consiste nel rinfacciare a qualcuno le sue colpe: è quasi il contrario, perché è un gesto che può essere rifiutato malamente, sfociando in un conflitto, perciò richiede una grande delicatezza e un grande amore per il fratello che pecca. Quante volte sarebbe più facile dire: “non sono fatti miei, non è un mio problema”, specialmente nella cultura di oggi, dove ciascuno è geloso della propria privacy. In effetti non si può incaricare della correzione fraterna chiunque; meno ancora il più impiccione di tutti! Ad assumersi questa responsabilità dev’essere la persona giusta, quella sulle cui motivazioni non si può dubitare, quella che non è parte in causa, quella che ama di più, quella che ha a cuore il bene del prossimo.
Già l’Antico Testamento diceva: “Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore, ma correggerai apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato contro di lui” (Lv 19,17). È molto facile, infatti, tacere per evitare polemiche e fastidi, ma nello stesso tempo covare rancore dentro di sé: se non si corregge il fratello peccatore, si arriverà a odiarlo. La correzione non è dunque solo per il bene del fratello che riceve la correzione, ma anche per il bene di colui che la esercita. Anche le rotture dei legami più sacri, offerti a Dio e alla Chiesa, come le vocazioni matrimoniali, sacerdotali e religiose, non avvengono di punto in bianco, ma spesso hanno una lunga gestazione di mutismo, di rifiuto di mettere le carte in tavola, di mancanza di fiducia nella capacità di comprensione dell’altro o di resa al primo tentativo: “Io gliel’ho detto, ma non mi ha voluto capire”. Gesù invece invita a non arrendersi, ma a cercare aiuto progressivamente, tutelando il più possibile l’intimità e la buona fama della persona.
La buona fama però non deve essere una finzione e meno ancora un motivo di ostacolo a fare verità e giustizia. In modo speciale nel caso degli scandali – come quelli che purtroppo abbiamo conosciuto negli ultimi anni – la misericordia va amministrata senza mai trascurare la giustizia. Troppe volte si è chiesto frettolosamente alle vittime di tacere e perdonare i loro aggressori, finendo in questo modo con il proteggere i perversi e colpevolizzare ulteriormente le vittime. Un po’ alla volta, lentamente, troppo lentamente, abbiamo capito che a volte fare giustizia è la condizione necessaria per poter fare misericordia: solo quando il colpevole ha ammesso le sue colpe e si è assunto le proprie responsabilità la vittima può trovare pace e disporre il proprio cuore al perdono. Certo, ci sono anche cristiani che hanno saputo concedere il loro perdono in anticipo, per sollecitare la conversione di chi aveva mancato nei loro confronti, ma questa capacità viene da Dio direttamente e non si può esigere, soprattutto non per difendere un’immagine fasulla.
Il perdono è la medicina che libera dal male, che risana chi ha sbagliato, lo guarisce dalle sue storture e dalle sue tentazioni. Perciò è un dono che deve essere desiderato e a volte deve essere atteso: per questo non si “tira dietro” a nessuno e per questo la Chiesa ha il potere di sciogliere e legare, cioè di perdonare e di trattenere – temporaneamente – il perdono. Chi sbaglia – anche gravemente – è da considerare come vittima del male che pure ha commesso, ma può esserne liberato solo se comincia ad assumersene la responsabilità, dicendo: “Io ho peccato”.
La Chiesa ha quindi il dovere di pregare per il peccatore, per la sua conversione, appoggiandosi sulla promessa di Gesù che abbiamo ascoltato: «Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
La preghiera per il peccatore non è fatta da una comunità di giusti ma da noi, peccatori perdonati, che conosciamo i nostri debiti e siamo grati a Dio di averli condonati. Perciò chiediamo che anche altri fratelli desiderino e ricevano questo dono, e per questo quando è necessario troviamo il coraggio, con umiltà e dolcezza, di avvicinare chi sbaglia per mostrargli la bellezza di una vita nuova.