La parabola di oggi in sé è chiarissima (e durissima) e non ha bisogno di spiegazioni. Tutt’al più, posso offrire un chiarimento riguardo alle cifre che vengono nominate, riguardo alle quali non abbiamo molta familiarità.
Un denaro era la paga per una giornata di lavoro di un bracciante, come risulta dalla parabola dei vignaioli, perciò 100 denari – la cifra che il secondo servo doveva al primo – è una cifra rispettabile: sono 100 giornate di lavoro in campagna. Da Internet apprendo che lo stipendio di un operaio agricolo oggi in Italia è in media di € 1.250 netti al mese. A seconda dell’anzianità e della specializzazione può partire da uno stipendio minimo di € 850 netti al mese, mentre lo stipendio massimo può superare i € 1.800 netti al mese (ovviamente non parliamo dello sfruttamento dei migranti e del caporalato). Insomma, 100 denari ai nostri giorni potrebbero essere equivalenti a circa € 5000: una cifra rispettabile ma non esagerata. Tanto per avere un’idea, le 30 monete che furono offerte a Giuda per tradire Gesù probabilmente furono prese dalle casse del tempio, perciò dovevano essere sicli d’argento e dunque valevano 120 denari: secondo Es 21,32, questo era il prezzo per riscattare uno schiavo.
Il talento era contemporaneamente una misura di peso per metalli preziosi e il suo corrispettivo valore in denaro: nell’antichità, per non farsi fregare, le monete di metallo prezioso non venivano contate ma pesate perché spesso qualcuno grattava via un po’ di metallo da ogni moneta. A seconda dei luoghi e delle epoche, il talento – d’oro o d’argento – aveva un peso e un valore diverso: per tenerci al minimo, qui possiamo pensare che la parabola stia parlando di talenti d’argento di 36 kg (ma potevano essere anche 60 kg di oro). 10.000 talenti sarebbero 360 tonnellate: per trasportarli ci vorrebbero 360 furgoni, una colonna di 3 km. Al prezzo attuale dell’argento farebbero circa 310 milioni di euro. Ma possiamo fare anche questo calcolo: 100 denari equivalgono a una mina e 60 mine a un talento, perciò 10.000 talenti equivalgono a 60 milioni di giornate di lavoro (3 miliardi di euro). Nel 60 a.C. Pompeo ottenne proprio 10.000 talenti dalla conquista della Giudea.
Probabilmente siamo tutti indignati (come voleva Gesù) davanti al servo che non condona un debito tutto sommato modesto al confronto del debito astronomico che gli è stato condonato, ma se poi pensiamo a noi stessi, nella maggior parte dei casi non ci sembra di avere dei debiti così mostruosi con il padreterno (non siamo mica commercianti d’armi o di droga!), a meno che non ci infiliamo in quel tipo di spiritualità che si sforza di ingigantire artificialmente l’entità delle colpe.
Io credo che non ci sia la necessità di coltivare sensi di colpa esagerati: i peccati che abbiamo commesso ci bastano e avanzano per capire che non siamo santi innocenti e che abbiamo bisogno di un perdono che non ci è in alcun modo dovuto, ma è totalmente gratuito. Siamo peccatori perdonati: questo è il Vangelo, l’annuncio gioioso della nostra salvezza.
Inoltre siamo comunque debitori a Dio di noi stessi, della vita e dei beni che la rendono bella: la salute, la famiglia, gli amici, l’istruzione, il cibo, l’acqua potabile, il lavoro, le ferie e via con tutto il resto. Certo, non tutti hanno tutto, ma ciascuno di noi oggi vive in ogni caso una vita più confortevole dei faraoni e degli imperatori romani e forse durante il Lockdown ci siamo accorti almeno un po’ che quel che davamo per scontato, così scontato non era.
E non finisce qui: per ciascuno di noi Dio prepara l’eternità beata, soprattutto per i suoi figli che hanno sofferto più degli altri: anche chi ha ricevuto di meno in questo mondo riceverà la pienezza nella vita eterna. Perciò siamo felicemente debitori a Dio di beni incalcolabili e non monetizzabili.
D’accordo: perdonare è costoso e perdonare la seconda volta lo è ancora di più. Si può perdonare anche la terza e la quarta volta? La proposta di Pietro di perdonare fino a sette volte voleva essere – ed è di fatto – una proposta molto generosa, quasi esagerata. Perdonare 70 volte 7 ci sembra decisamente impossibile, ma Pietro dovrà fare l’esperienza di vedersi condonare diecimila talenti quando Gesù gli perdonerà il suo rinnegamento. Quanti “ragazzi d’oro” ho conosciuto che poi sono caduti rovinosamente! E forse è stato meglio per loro cadere che credersi migliori degli altri.
Se guardiamo a chi ci ha fatto del male, perdonare è difficilissimo; se guardiamo ai doni di Dio, diventa possibile.
Nella comunità cristiana (siamo al cap. 18 del Vangelo secondo Matteo, il discorso comunitario) ci sarà sempre qualcosa da perdonare, è inevitabile. Perciò, l’unico modo per tenerla insieme è il perdono, settanta volte sette. Quando si smetterà di perdonare, non ci sarà più Chiesa, non ci sarà più annuncio credibile del Vangelo.