La parabola di oggi si trova solo nel vangelo secondo Matteo e non fa parte del discorso in parabole, ma è pronunciata da Gesù in mezzo a una narrazione nella quale sono mescolati eventi e parole. Ci troviamo infatti nella sezione narrativa che segue il discorso sulla comunità: l’evangelista ci racconta alcuni episodi che ci aiutano a capire le parole pronunciate da Gesù poco prima.
Cosa succede prima della parabola? Prima c’è la domanda di Pietro che chiede a Gesù che cosa ci guadagneranno i discepoli dall’aver lasciato tutto per seguirlo (19,27): anziché pensare alla fortuna, alla grazia di essere stato chiamato a condividere la vita e la missione di Gesù, ragiona in termini di merito e di ricompensa.
Cosa succede dopo? Giacomo e Giovanni – per tramite della loro mamma – chiedono a Gesù i primi posti di onore nel suo regno e gli altri discepoli si ingelosiscono e si arrabbiano.
Per aiutarli ad uscire da questa mentalità, il Signore offre a loro e a noi questa parabola, prima della quale Gesù afferma che «molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi» (19,30) e al termine della quale ripete con più forza: «i primi saranno ultimi e gli ultimi saranno i primi» (20,16).
Il padrone della vigna ha senz’altro ragione: aveva promesso un denaro al giorno ai braccianti e ha mantenuto la parola, ha rispettato il contratto. In uno slancio di generosità – non molto frequente nella vita reale – ha deciso di pagare una giornata intera di lavoro anche a chi ha lavorato di meno, anche a quelli che hanno lavorato soltanto un’ora, per giunta quella più fresca.
Se i braccianti che hanno lavorato la giornata intera fossero stati pagati per primi e se ne fossero andati, non avrebbero avuto niente da recriminare. Ma siccome sono stati pagati per ultimi e hanno visto come sono stati trattati quelli che hanno lavorato meno di loro, è nata dentro di loro l’attesa di ricevere di più. Hanno perso di vista l’accordo che avevano con il padrone, dal momento in cui si sono messi a guardare gli altri. Non a caso il padrone dice letteralmente a uno di loro: «O forse il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?». La CEI traduce giustamente: «Sei invidioso» (v. 15). Questa è l’invidia: un occhio cattivo, uno sguardo che non è capace di gioire del bene degli altri, ma teme che la torta non basti per tutti e che quello che gli altri ricevono sia sottratto a sé. L’invidioso si sente sempre vittima di ingiustizie: tutti sono più fortunati di lui, tutti ricevono più di lui, nessuno lo apprezza! Il suo occhio cerca sempre il confronto e il confronto non lo soddisfa mai. Il bracciante della parabola non vuole che tutti siano contenti: anche se nessuno gli ha sottratto niente, la fortuna degli altri lo fa star male. Dice: «Li hai fatti uguali a noi» (v. 12). Se lui non può ricevere di più, allora gli altri devono ricevere di meno!
Invece è una fortuna per tutti che il padrone sia così generoso.
Ho quasi sessant’anni, perciò è più il tempo che ho vissuto che quello che mi resta. Sono entrato in seminario a 19 anni e sono diventato prete a 25, l’età minima prevista, al netto di possibili eccezioni. Adesso che sono anziano mi accorgo sempre più che, se anche sono sempre stato nella vigna del Signore, non ho sempre lavorato con passione e competenza.
A volte mi sono occupato del mio orticello, a volte invece di vendemmiare i grappoli ho tagliato dei tralci buoni, a volte ho cercato di occuparmi delle viti più all’ombra, quelle meno faticose.
Credo che più o meno tutte le persone, a una certa età, siano portate a fare dei bilanci e a scoprire che ci sono tante voci in rosso, per colpa propria o altrui. Per quanto mi riguarda, gli altri con me sono stati buoni; io so che avrei potuto fare di meglio.
Ma il padrone è buono ed esce a tutte le ore per chiamare tutti vicino a sé, anche quelli che sembrano già “arruolati” e invece si stanno allontanando, magari senza che nessuno se ne accorga. Pietro è uno dei primi chiamati e il primo degli apostoli, ma rinnegherà il Signore che però lo chiamerà ancora a seguirlo e a pascolare le sue pecore.
Il Signore chiama perché il premio non è solo quello che ci aspetta alla fine della giornata, ma è proprio il poter partecipare alla sua opera, il non dover dire: «Nessuno mi ha voluto». A ogni ora il Signore chiama e dice: «Vieni anche tu». Cosa otterremo in cambio? In cambio, niente. È già tanto poter spendere le proprie energie e la propria vita per ciò che è buono e giusto. Ma al termine della giornata, il Signore ci chiamerà a condividere il suo riposo, la comunione con lui e con tutti, a partire da quelli che nessuno ha voluto e da quelli che hanno tribolato di più, anche se non necessariamente nella sua vigna. Gli ultimi, quelli che nessuno vuole e chiama, saranno i primi a essere accolti dall’abbraccio di Dio, mentre quelli che sgomitano per essere i primi – in ogni ambito, anche religioso – arriveranno più tardi degli altri a capire la gratuità di Dio, ma se vorranno, ci sarà posto anche per loro nel suo riposo.