In questo capitolo 21 del Vangelo secondo Matteo Gesù entra trionfalmente a Gerusalemme e offre agli scribi, ai farisei e ai capi del popolo la possibilità di accoglierlo come Messia, possibilità che non viene accolta e degenera in una polemica sempre più tesa che porterà alla sua uccisione.
Per invitare alla conversione i suoi ascoltatori, Gesù racconta tre parabole: questa è la prima.
Un uomo ha due figli e ordina loro di andare a lavorare nella sua vigna: uno dice di sì e l’altro di no, ma poi faranno tutti e due il contrario di quello che avevano detto. La parabola non spiega i motivi del loro comportamento: Matteo non è molto interessato alla psicologia, è l’evangelista del “fare”, focalizzato sulla concretezza della risposta di fede che si traduce in opere. Ad esempio, tutta la conclusione del discorso della montagna, al cap. 7, ribadisce che non basta dire «Signore, Signore» come questo figlio che dice «Ego, Kyrie», letteralmente «Io, Signore», cioè «Sì, Signore», ma poi non fa la volontà del padre, pur onorandolo a parole.
Questo figlio rappresenta quei farisei che obbedivano alla Legge di Dio fin nei minimi particolari, ma non seppero riconoscere in Giovanni e in Gesù gli inviati di Dio, anzi: complottarono per uccidere un innocente. Credevano di essere pieni di santo zelo per la Legge di Dio, ma invece era superbia e odio. Cercavano di dire sempre sì a Dio, ma dissero no ai suoi inviati e ai suoi inviti.
I pubblici peccatori, d’altra parte, con il loro modo di vivere avevano detto chiaramente no alla Legge del Signore, ma non ci si prostituisce per divertimento e riscuotere le tasse per i romani voleva dire allearsi con gli oppressori e quindi essere tagliati fuori dal proprio popolo, perdere le amicizie e i legami di parentela, essere disprezzati da tutti, come le prostitute. Chi faceva questi mestieri sapeva di essere in fondo non solo alla scala sociale, ma anche a quella religiosa: sapeva di essere lontano da Dio e destinato al fuoco eterno. Perciò, quando si è presentata una possibilità di essere perdonati, di avvicinarsi a Dio, l’hanno presa al volo. Credo che non si siano nemmeno fermati troppo a riflettere se Giovanni e Gesù erano veri profeti oppure no: avevano tanto bisogno che lo fossero e li hanno seguiti nella speranza di essere salvati. Era la loro unica possibilità di salvezza e l’hanno abbracciata con tutte le loro forze. Sapevano di aver detto no a Dio e non appena ne hanno avuto la possibilità, gli hanno detto sì.
Qui bisogna fare attenzione: con questa parabola Gesù non sta dicendo che “quelli che non vanno in chiesa sono meglio di quelli che ci vanno”, come si sente dire ai nostri giorni; non sta dicendo che i pubblicani e le prostitute in realtà si comportano meglio dei farisei. Sta dicendo invece che i peccatori hanno accolto l’invito alla conversione, mentre i “giusti” lo hanno respinto perché pensavano di non averne bisogno.
A differenza dell’evangelista, io mi sono sempre interrogato sui motivi del comportamento dei due figli anche perché – come diverse persone che ho conosciuto – in passato avevo difficoltà a usare le due lettere centrali dell’alfabeto: N e O. Non era un problema di pronuncia: non riuscivo a dire no perché avevo paura di deludere, di scontentare, di essere considerato egoista… Magari mi arrabbiavo quando mi si chiedeva qualcosa che mi sembrava difficile o costoso: mi sembrava un’ingiustizia, ma non riuscivo a dire di no. Di conseguenza, a volte mi capitava di non riuscire a mantenere la parola data. L’ironia di tutto questo è che non dicevo di no per non scontentare, e poi scontentavo; dicevo di sì per non sembrare egoista, ma lo facevo per la mia immagine!
Imparare a dire no senza cercare o inventare scuse non è stato facilissimo, ma dopo un po’ mi sono accorto che la mia vita era diventata più semplice e io stesso ero più affidabile: ho dovuto imparare a dire no per riuscire a dire veramente sì.
Fare la volontà di Dio non è sempre facile, anzi: è spesso impossibile alla nostra cosiddetta buona volontà. Solo se riusciamo a essere onesti e a mettere davanti a Dio e davanti a noi stessi i veri motivi dei nostri no, dei nostri peccati, possiamo chiedere di essere guariti, altrimenti continuiamo a raccontare a noi stessi la favola della nostra giustizia e della nostra bontà, come quei farisei con i quali polemizzava Gesù.