Oggi il Vangelo ci presenta la seconda di tre parabole che Gesù pronuncia in polemica con i capi del popolo, nel tempio di Gerusalemme. Ci sono dei servi che dovrebbero lavorare e amministrare una vigna che non gli appartiene, della quale devono quindi rendere conto. Invece cercano di diventarne i padroni, macchiandosi addirittura di delitti per cercare di arrivare al loro scopo. La cronaca di questi giorni purtroppo rende questa parabola di dolorosa attualità. Credo infatti che abbiamo saputo tutti dell’ultimo, ennesimo scandalo in Vaticano: un cardinale che era un uomo di fiducia del Papa avrebbe dilapidato cifre enormi dell’obolo di San Pietro, cioè dei soldi che vengono raccolti e affidati al Papa per opere di carità. Il cardinale protesta la sua innocenza e spero che possa davvero dimostrarla, ma comunque queste cose possono accadere e di fatto sono sempre accadute in tutti gli ambienti, anche ai vertici della Chiesa. Chi amministra beni preziosi è sempre tentato di considerarli come propri e di usarli a proprio vantaggio e piacimento, ma il male è più grave quando questi beni non sono soldi o possedimenti, bensì beni immateriali e persone. Viene in mente un’altra parabola che troveremo un po’ più avanti, che racconta di un servo «che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito» (Mt 24,45) durante la sua assenza: poiché il padrone tarda a tornare, il servo comincia a «percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi» (v. 49). Anche qui c’è qualcuno che dovrebbe servire e invece si fa prendere dal desiderio di possedere e dominare. Perché anche questo si verifica: che i protagonisti di questi scandali non solo non si comportano da servitori, ma sprecano e scialacquano come un padrone vero non si sognerebbe mai di fare. Chi ha messo insieme un patrimonio sa quali fatiche e sacrifici gli è costato, perciò lo amministra al meglio delle sue capacità, ma a questi servi infedeli non importa nulla della vigna e perciò danno sfogo senza ritegno alla loro rapacità, fino alla violenza. Anche se non arriva all’omicidio la violenza contro le persone può assumere forme più sottili ma ugualmente distruttive, come la dominazione, l’umiliazione, la strumentalizzazione.
Come è possibile tutta questa avidità e questa violenza? Sono forme di rifiuto della responsabilità, del credere di non dover rendere conto a nessuno delle proprie scelte. Allora non ci sono più limiti, nemmeno quelli della razionalità: le azioni scaturiscono dagli istinti “impazziti” di persone che magari avevano grandi doti e capacità ma poi si comportano in modo insensato, oltre che criminale, come i servi della parabola.
L’attuale priore di Bose, Luciano Manicardi, annota: «La responsabilità viene tradita quando ci si comporta da padroni di ciò che è stato solo affidato: allora si entra nella pratica prevaricatrice. Che sia far violenza (percuotere servi e serve), che sia accaparrare per sé, che sia fare del proprio ruolo la copertura per le proprie gozzoviglie e impurità (mangiare, bere, ubriacarsi), sempre si esce dallo spazio di verità e umiltà del servizio affidato. Ci si impossessa della casa, della vigna, della servitù, della comunità, delle persone. […] La responsabilità è l’unica alternativa alla violenza. La responsabilità risponde alla fiducia e crea fiducia».
La pratica cristiana dell’esame di coscienza si pone su questa linea della responsabilità, del rispondere a Dio di ciò che ci è stato affidato come amministratori, della fiducia che ha riposto in noi e nelle nostre capacità e creatività. Che cosa ne ho fatto dei doni di Dio? Che cosa ne potrei fare? Che cosa mi trattiene? Sono alcune delle domande possibili del nostro esame di coscienza.
Alla fine della parabola Gesù pone una domanda ai suoi interlocutori: «Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?» (21,40). La risposta è quasi scontata: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo» (v. 41). Gesù sembra confermare queste parole: «Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (v. 43), ma forzando appena un po’ l’interpretazione, Manicardi vede nella citazione fatta da Gesù del Salmo 118 («La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo») uno spiraglio, un’apertura di speranza. Gesù mostra che l’agire umano e l’agire di Dio sono diversi: l’agire umano produce scarti, quello di Dio si serve dello scarto per renderlo materiale da costruzione, anzi pietra di fondamento. Si può recuperare anche chi ha sbagliato, se riconosce di aver sbagliato; Dio può ancora costruire – magari a modo suo, in forme inaspettate – sulle pietre di scarto e cerca fino all’ultimo di aiutare a rispondere chi aveva rifiutato di essere responsabile.