Quella di oggi è la terza parabola che Gesù racconta dopo il suo ingresso in Gerusalemme, per esortare alla conversione i capi del popolo che invece complotteranno per ucciderlo. Più che di una parabola si tratta di un’allegoria: la prima chiamata alle nozze da parte dei servi corrisponde alla predicazione di Gesù che non è stata accolta; la seconda corrisponde alla predicazione degli apostoli dopo la risurrezione di Cristo; la città data alle fiamme e distrutta è Gerusalemme; i nuovi invitati alle nozze sono i pagani che diventano discepoli di Gesù ed entrano così nel regno di Dio.
E poi c’è l’invitato che non ha l’abito nuziale: che cosa significa? A che cosa corrisponde?
Come duemila anni fa, anche oggi praticamente in tutte le culture e in tutti i paesi del mondo il matrimonio è solennizzato con una festa e gli invitati si vestono bene, cercano di presentarsi con il loro aspetto migliore. Ci si veste bene non solo per farsi vedere, ma per esprimere la propria gioia e partecipazione alla festa: gli sposi si promettono amore reciproco e gli invitati alle nozze, amici e parenti, fanno festa insieme a loro perché gioiscono e partecipano del loro amore. Andare alle nozze senza l’abito nuziale sarebbe come dire: “Per me questo è un giorno come tutti gli altri. Il vostro amore non mi riguarda, mi lascia indifferente”. Il vestito nuziale, l’abito da festa dice che l’invitato è felice della gioia e dell’amore degli sposi (e naturalmente si spera che sia sincero!).
Gesù usa l’immagine della festa di nozze per chiamare a conversione i suoi interlocutori. Mentre Giovanni Battista usava l’immagine minacciosa della scure che è posta alla radice degli alberi che non portano frutto, Gesù – che pure usa anche la minaccia per mostrare la serietà di questo appello – ricorre all’immagine della festa di nozze. Il Vangelo è buon annuncio di gioia per chi lo accoglie e lo mette in pratica, è una festa, è un incontro d’amore. Per chi lo rifiuta (nei fatti, nella sostanza) la conseguenza è terribile: è la perdita della vita, anche nel senso di una vita sprecata. Questa accoglienza però non coincide con l’appartenenza alla Chiesa, non è questione di fede (soltanto) professata: ci vuole l’abito nuziale.
Nelle lettere di San Paolo si parla più volte (Gal 3,27; Col 3,12; Rom 13,14; Ef 4,24) del “rivestirsi di Cristo” o del “rivestirsi dell’uomo nuovo”. Il significato di questa espressione in questi brani riguarda sempre il comportamento dei cristiani che devono abbandonare le azioni tenebrose dell’uomo vecchio e assumere la mentalità dell’uomo nuovo, di Cristo, comportandosi in modo coerente col battesimo ricevuto. C’è qui un riferimento al rito che prevedeva che i catecumeni si spogliassero completamente per entrare nell’acqua del fonte battesimale e all’uscita fossero rivestiti di una veste candida. Anche verso la fine del libro dell’Apocalisse (Ap 19,7-8) si dice che la sposa dell’Agnello, la Chiesa, per le nozze è rivestita di una veste di lino puro splendente e questa veste “sono le opere giuste dei santi”.
Dunque, la conclusione della parabola di Gesù è una esortazione rivolta ai discepoli perché si comportino come tali, dopo che sono stati invitati a entrare nel regno di Dio: è un messaggio coerente con tutto questo Vangelo sempre attento al “fare” la volontà di Dio. Però, l’immagine dell’abito nuziale non è solo morale o, peggio, moralistica: è un’immagine festosa, di bellezza. Mi fa venire in mente un passaggio del “Diario di un curato di campagna” di Georges Bernanos: il curato di Torcy, il padre spirituale del curato di campagna, dice a un certo punto “Non è colpa mia se sono vestito come un beccamorto. Dopotutto, il papa si veste di bianco, e i cardinali di rosso. Io avrei diritto di andare in giro vestito come la regina di Saba, perché porto la gioia”.
Il male abbruttisce la persona, mentre invece accogliere e vivere il Vangelo le dona festosità e bellezza. Un giorno tutti i figli di Dio saranno bellissimi perché totalmente spogliati dal peccato e interamente rivestiti Cristo, ma fin d’ora la bellezza inizia a risplendere nello sguardo e nella persona di chi partecipa alla gioia delle nozze tra Cristo e l’umanità.