Dopo che Gesù ha proclamato tre parabole per invitare i suoi interlocutori alla conversione, tocca a loro prendere la parola e pongono a Gesù tre domande non per sapere o imparare da lui, ma per imbrogliarlo, per intrappolarlo e avere motivo di condannarlo con le sue stesse parole. Il Vangelo di oggi presenta il primo di questi tre trabocchetti: farisei ed erodiani, di solito nemici tra loro, questa volta si uniscono per tendere una trappola a Gesù. Gli chiedono se è lecito pagare il tributo imposto dagli invasori romani: se Gesù dirà di no, potrà essere denunciato, se invece risponderà affermativamente, perderà la stima e l’ammirazione della gente.
La risposta di Gesù non è soltanto abile nell’uscire dalla trappola, ma è così illuminante da essere diventata un principio universale: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Con queste parole Gesù distingue nettamente i due ambiti e si oppone alle due tentazioni sempre ricorrenti di sacralizzare il potere politico e politicizzare l’immagine di Dio.
In tutta la storia umana, fino al XX secolo compreso, il potere politico ha sempre cercato una legittimazione nella religione: i re venivano consacrati con un rito religioso, ma anche sui cinturoni dei nazisti c’era scritto «Dio è con noi» e sui dollari americani si può ancora leggere «Noi confidiamo in Dio». Quei tempi ormai sono passati per i popoli che erano cristiani, ma ancora oggi in moltissimi stati ci sono politici che cercano alleanze con le religioni maggioritarie, quelle che possono garantire il maggior numero di voti in cambio di favori e concessioni. Avviene nei paesi islamici come in quelli induisti e quelli dove i cristiani sono ancora un buon numero. Da parte dei politici è logico comportarsi così: ognuno cerca un bacino elettorale dal quale raccogliere il maggior numero di voti e se i religiosi sono la maggioranza e lo richiedono si può anche tornare allo stato teocratico. Da parte loro, i capi religiosi possono essere sedotti dalla possibilità di avere influenza – cioè potere – sulla società, anche “a fin di bene” dal loro punto di vista, cioè non per godere di privilegi personali ma per poter incarnare i principi religiosi nelle leggi dello stato e costringere tutti a vivere secondo i valori e le leggi della religione. Perciò danno il loro appoggio ai politici che – per convinzione o più spesso per calcolo – si dichiarano seguaci della loro stessa religione. La leggenda dell’imperatore Costantino che si converte al cristianesimo perché ha letto nel cielo la frase «In hoc signo vinces» contiene certamente una verità: pur di vincere, un politico è senz’altro disposto a “convertirsi”. Finché i seguaci di una religione sono pochi si possono ignorare o anche perseguitare, ma se diventano molti bisogna avere il loro appoggio.
Tutto questo cosa significa per noi? Cosa dobbiamo fare oggi per «dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»?
Sul versante politico, la Costituzione italiana stabilisce che il potere appartiene al popolo: oggi per noi Cesare non è un monarca scelto da Dio e consacrato dai suoi rappresentanti, ma siamo noi. Dare a Cesare quel che è di Cesare significa allora essere il più possibile cittadini consapevoli e informati, capaci di ascolto e di dialogo, sanamente diffidenti nei confronti della demagogia, attenti a non demonizzare l’avversario, desiderosi di realizzare il bene comune. Esercitare il senso civico, pagare le tasse, opporsi alla corruzione, difendere l’ambiente, il lavoro, promuovere l’istruzione, la corretta informazione e i diritti dei più vulnerabili… Questo e altro ancora significa dare a Cesare quel che è di Cesare. È il Papa che ce lo ricorda spesso, ma sono i cristiani laici che lo devono realizzare, in piena coscienza e libertà, anche senza l’imbeccata dei loro pastori.
Sull’altro versante, dare a Dio quel che è di Dio significa dare a Dio soprattutto il nostro ascolto, perché in realtà non abbiamo altro da dare a lui: Dio è tutto e dà tutto; non ha niente da ricevere da noi se non la nostra disponibilità ad accoglierlo.
Come i laici incarnano l’impegno dei cristiani nel mondo – ma non ne hanno l’esclusiva – così i pastori e i religiosi devono incarnare in modo speciale questo ascolto di Dio che richiede la disponibilità di tutta la persona, ma non sono gli unici a dover dare a Dio quel che è di Dio. Ogni cristiano – laico, religioso o prete – è tale solo se offre al Signore il suo ascolto obbediente, la sua disponibilità ad accogliere e incarnare il pensiero creatore di Dio.