«Con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita (anima) e con tutta la tua mente».
Il «grande e primo comandamento» che Gesù individua nell’Antico Testamento è questo: amare Dio con la totalità del proprio essere, con l’assolutezza tipica del “grande amore”.
Mi viene da pensare a un adolescente (maschio o femmina) che si innamora per la prima volta.
Nella sua autobiografia, La montagna dalle sette balze, Thomas Merton ricorda con autoironia quasi crudele quel che gli accadde quando aveva sedici anni. Prima di imbarcarsi per l’America si fece fare un vestito nuovo e disse a se stesso: «Sul bastimento incontrerò una bellissima fanciulla e mi innamorerò di lei». Il quarto giorno si trovò «immerso fino al collo nel guaio che ero andato a cercare». E aggiunge: «Preferirei passare due anni all’ospedale piuttosto che tornare a soffrire quelle angosce! L’amore struggente, emotivo e passionale dell’adolescenza che affonda in noi gli artigli, e ci consuma giorno e notte, ci divora le radici dell’anima! Tutte le autotorture del dubbio, dell’ansia, dell’immaginazione, della speranza e della disperazione che si soffrono quando si è adolescenti […] È come essere scorticati vivi. Nessuno è in grado di affrontare per due volte nella vita una simile prova. È quell’amore che nella vita dell’uomo si manifesta davvero una sola volta. Poi egli si fa duro. […] Dopo una crisi del genere egli possiede l’esperienza, e […] non si lascia più cogliere da sorprese tanto complete e assurde».
Immagino che non sia stato così doloroso per tutti, o almeno lo spero, però è vero che il primo innamoramento è travolgente e fa sognare di potersi unire completamente a un’altra persona, di trovare in lei l’appagamento di tutti i propri desideri, come quando eravamo nel grembo materno.
Poi le cose non vanno proprio così, perché la persona amata non è un grembo materno e (per fortuna) non possiamo fonderci con lei: in una relazione sana ognuno è se stesso e non si annulla, né chiede all’altro di annullarsi, ma da qualche parte nel nostro intimo rimane il desiderio o la nostalgia di un amore assoluto, totale, unificante.
Se si può desiderare o sognare un amore così con una persona umana, figuriamoci se non si può trasferire lo stesso desiderio in Dio: Dio è l’assoluto per definizione, è tutto, è pienezza di ogni bene ed esaudimento di ogni desiderio, perciò ci si può innamorare di lui come ci si innamora di una persona o di un ideale. Ma l’innamoramento (di una persona, di un ideale, di Dio) è sempre e solo qualcosa che accade dentro di noi, tanto che ci si può innamorare anche di qualcuno che non sa nemmeno che esistiamo, o di qualcuno che esiste solo nella nostra immaginazione.
È possibile innamorarsi di un Dio creato da noi, che risponde a tutte le nostre domande, ci vuole bene, ci rassicura, ci protegge… fa tutto quello che vogliamo. Un immenso grembo materno.
Ma Gesù ci ha insegnato a chiamare Dio col nome di Padre non perché fosse maschilista, ma proprio perché siamo chiamati a un rapporto con qualcuno che non ci vuole riassorbire, non ci vuole fondere in sé. La relazione con lui presuppone l’alterità, l’essere e il rimanere diversi.
Ci sono persone che nel tentativo di appartenere solo a Dio, di unificarsi in questo desiderio, sono riuscite solo a mutilarsi. Siamo complessi, sfaccettati, contraddittori, ricchi e miserabili, sublimi e abissali… troppo, per riuscire a possederci o anche solo a conoscerci fino in fondo.
Solo Dio può riuscire nell’impresa di unificarci nell’amore, di renderci capaci di amare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente lui, e non una sua immagine costruita da noi. Per farlo, si serve dell’amore per il prossimo: ci fa entrare in relazione con persone come noi ma diverse da noi, ugualmente ricche e complesse, amabili o detestabili ma comunque capaci di farci uscire da noi stessi, dal cerchio chiuso dei nostri bisogni e delle nostre attese.
La legge e i comandamenti ci sono stati dati come un’indicazione per guidarci alla pienezza della vita, che è l’unione con Dio. Perciò il grande e primo comandamento è anche una promessa: un giorno «tu amerai il Signore, Dio tuo, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente», ma prima «amerai il tuo prossimo come te stesso». Questo comandamento, da solo, non ha la capacità di condurci alla meta, ma la promessa porta in sé la garanzia di colui che promette: ogni giorno Dio ci muove ad amare il prossimo per unificare il nostro essere senza mutilarlo e per condurci all’incontro con lui, non con un’immagine (che la Bibbia chiama “idolo”).