Ogni anno, nella solennità di tutti santi, ascoltiamo il Vangelo delle beatitudini.
Il discorso della montagna è rivolto ai discepoli che si avvicinano a Gesù per essere istruiti da lui, ma Gesù li ammaestra “vedendo le folle” e alla fine del discorso sono proprio le folle che restano ammirate dalle sue parole. Perciò, le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli sono pronunciate guardando quelle povere persone bisognose, stanche, affamate, malate e alla ricerca di aiuto, provenienti anche da luoghi lontani e quindi stanche per il viaggio e desiderose di trovare in lui la guarigione dalle loro malattie e dai loro dolori. Gesù insegna ai suoi discepoli di non guardare a quelle persone solo come all’oggetto della loro attività benefica, anche se lui stesso prima di tutto si è preso cura di loro e dei loro malati: devono vedere in quelle folle prima di tutto i destinatari privilegiati dell’amore e della cura di Dio e quindi rivelare a loro questa condizione. Infatti Gesù li vede diversamente da come gli altri li vedono: le loro condizioni sono ritenute indegne, umilianti, ma lui vede venire il Regno di Dio proprio per loro e perciò li proclama beati, cioè felici e fortunati anche se ora non sanno di esserlo. Ma perché questa rivelazione sia credibile, i discepoli, devono vivere queste stesse condizioni, così come le ho vissute Gesù: si potrebbero rileggere infatti le beatitudini come il “ritratto” di Gesù, la sua identità.
Potremmo dividere le otto beatitudini in 4 + 4: le prime sembrano indicare maggiormente una situazione, un dato di fatto, mentre le seconde sembrano indicare degli atteggiamenti più attivi.
“Beati i poveri per quanto riguarda lo spirito” è forse l’espressione più difficile: sta a significare che non è la pura e semplice povertà materiale (come sembrerebbe nel brano parallelo di Luca) ad essere oggetto della beatitudine, ma l’atteggiamento interiore di chi è povero, di chi si riconosce bisognoso, di chi essendo povero anche materialmente sa di non essere autosufficiente e deve dipendere da qualcun altro.
Alla prima corrisponde la quinta: “Beati i misericordiosi” perché è misericordioso colui che si fa carico dei bisogni del povero: “troveranno misericordia” sottintende “presso Dio”, perché nel discorso della montagna e in tutto il Vangelo ritorna più volte la necessità di perdonare per corrispondere al perdono ricevuto da Dio. Il perdono infatti è l’espressione più grande della misericordia.
“Beati quelli che si affliggono”: sembra che si riferisca non solo a quelli che sono nel dolore per qualche sventura che li ha colpiti, ma soprattutto a quelli che sono addolorati per il male che c’è nel mondo, per il peccato. “Saranno consolati” sottintende “da Dio”: sarà Dio stesso a consolare il loro dolore.
Alla seconda beatitudine corrisponde la sesta: “Beati i puri di cuore”. Per noi i cattolici, purtroppo, la purezza viene intesa quasi sempre come una virtù che ha a che fare con la sessualità, o con il non esercizio della sessualità. Per gli ebrei invece la purezza era un concetto che aveva a che fare con il culto e con la non mescolanza di elementi diversi tra loro. Era puro ciò che non era mescolato, un po’ come noi diciamo “pura lana” quando non è intessuta con altre fibre. Il messaggio di Gesù è stato rivoluzionario per la sua epoca perché ha cambiato completamente il concetto di purezza trasferendolo all’interiorità e disinteressandosi delle norme alimentari e cultuali. Per Gesù è importante il cuore puro, cioè indiviso, non mescolato, completamente orientato alla volontà di Dio. Le letture di questa festa insistono molto sullo sguardo, sul vedere: in modo particolare la prima lettera di San Giovanni, nella seconda lettura, afferma che diventeremo simili a Dio perché lo vedremo così come egli è. La visione di Dio è trasformante oltre che beatificante, ma prima Dio deve purificare il nostro cuore, unificarlo nella ricerca del bene.
La terza beatitudine proclama “Beati i miti” perché erediteranno la terra promessa: è una frase che ritorna più volte nel salmo 37: ai violenti e arroganti che credono di conquistare la terra con la forza, si contrappone la promessa di Dio che assegna la terra di Israele ai miti, cioè ai non violenti che vengono anche definiti “quelli che confidano o sperano nel Signore”, “quelli che sono benedetti da Dio” i “giusti”. Il successo dei violenti e degli arroganti, quindi, è solo temporaneo e apparente: i doni di Dio saranno stabilmente per i non violenti.
Collegata a questa beatitudine è la settima, “Beati gli operatori di pace”: qui si indica un atteggiamento attivo che consiste nell’adoperarsi per la riconciliazione e per creare le condizioni di una pace duratura. I messaggi degli ultimi pontefici a partire da Paolo VI per la giornata mondiale della pace rappresentano un ininterrotto commento a questa beatitudine.
La quarta dice “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”, mentre l’ultima proclama “Beati i perseguitati a causa della giustizia”: la giustizia in questione non è tanto la giustizia retributiva o distributiva e nemmeno la giustizia sociale, ma quella giustizia che assume un grande rilievo nel Vangelo secondo Matteo, giustizia che deve essere “superiore a quella degli scribi e dei farisei” e consiste nell’imitazione del Padre “che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Il discorso della montagna afferma che a imitazione di Dio i discepoli di Gesù devono salutare anche quelli che non li salutano, prestare anche a quelli che non hanno da restituire, amare anche quelli che non li amano. La giustizia alla quale si riferisce Gesù non è una bilancia per restituire agli altri esattamente ciò che si è ricevuto, ma a immagine di Dio è generosità, misericordia, sovrabbondanza. Praticare questa giustizia espone a incomprensioni e addirittura a persecuzioni, così come è accaduto a Gesù, ma il Regno di Dio appartiene proprio a chi lo segue.
Il Papa Francesco ha commentato le beatitudini nel capitolo terzo della sua lettera Gaudete et exultate: ci potrebbe fare bene andare a rileggere quelle parole che ci invitano a vivere le beatitudini nella nostra vita quotidiana in modo semplice e gioioso.