Il brano del Vangelo di questa domenica ci presenta la prima delle tre parabole del cap. 25 del Vangelo secondo Matteo, parabole che invitano a prepararsi alla venuta gloriosa del Signore vivendo il tempo presente con saggezza e vigilanza, cioè tenendo conto che il Signore Gesù risorto ritornerà e che questo ritorno comporterà un giudizio, farà chiarezza e verità sulla storia del mondo e di ognuno di noi.
La comunità cristiana primitiva attendeva il ritorno glorioso del Signore risorto come imminente, al punto che qualcuno aveva anche smesso di lavorare e di svolgere i suoi doveri quotidiani perché “tanto ormai tra poco finisce tutto!”. Invece il Signore tardava a tornare, e infatti non è ancora tornato e non sappiamo quando tornerà: «Vegliate dunque , perché non sapete né il giorno, né l’ora». In ogni epoca, compresa la nostra, ci sono stati veggenti o profeti che hanno predetto come imminente la fine del mondo, ma ancora non è successo, anche se prima o poi succederà. D’altra parte, la parabola dice che tutte e dieci le ragazze si addormentarono durante l’attesa, perciò forse non è indispensabile stare sempre “sul chi vive”: è invece importante essere preparati, avere una piccola scorta di olio per quando sarà il momento.
La parabola non dice che cos’è questo “olio”: lo scopriamo solo alla fine del capitolo, con la terza e ultima parabola, quella del giudizio universale basato su ciò che si è fatto o non si è fatto a favore dei bisognosi, dei fratelli più piccoli.
Che cosa dice allora a noi questa parabola presa singolarmente?
Anche se fa riferimento a dei costumi e delle tradizioni di cui non sappiamo abbastanza, c’è comunque un particolare che non può sfuggirci: si parla di nozze e di uno sposo, ma non c’è traccia della sposa. Ci sono invece dieci vergini, cioè dieci ragazze giovani, ancora non sposate, forse damigelle della sposa, che lo aspettano per entrare con lui alla festa.
Chiaramente non possono essere dieci spose, perché ai tempi di Gesù in Israele non c’era più la poligamia nemmeno per i re, almeno ufficialmente, ma in un certo senso si comportano come se lo fossero, perché sono loro, e non la sposa che non c’è, ad aspettare lo sposo. Abbiamo allora uno sposo con molte “spose” che lo aspettano, lo desiderano, e questo ci fa capire che la parabola allude a qualcos’altro.
Nel Vangelo secondo Giovanni, quando i discepoli di Giovanni Battista si ingelosiscono perché i discepoli di Gesù stanno diventando più numerosi di loro, egli risponde dicendo: «Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta» (Gv 3,29). Qui Giovanni fa riferimento alle parole dei profeti che lo hanno preceduto, soprattutto Isaia e Osea, i quali paragonavano Israele a una sposa infedele, castigata per la sua infedeltà, ma non ripudiata per sempre. Per mezzo loro, anzi, Dio prometteva che si sarebbe di nuovo unito a Gerusalemme con un matrimonio d’amore: «Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma tu sarai chiamata Mio compiacimento e la tua terra, Sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Is 62,4-5).
«Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. […] Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone. […] Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (Os 2,16-22).
Queste profezie trovano il loro compimento nell’ultimo libro della Bibbia, il libro dell’Apocalisse, in cui la fine della storia dell’umanità, dopo molti dolori, guerre e persecuzioni, è paragonata a una festa di nozze:
«Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui [Dio] gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta, le hanno dato una veste di lino puro splendente». La veste di lino sono le opere giuste dei santi. Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!» (Ap 19,7-9).
Da questi passi della Scrittura e altri simili comprendiamo che Gesù è lo “sposo” dell’umanità (non solo delle suore!) rinnovata nella Chiesa perché abbracciando lui l’umanità smette di essere adultera cercando altre false divinità e si unisce a Dio nell’amore, e non solo nella sottomissione come si fa con un padrone. Ecco perché la sposa della parabola è “plurale” e le ragazze sono dieci, il numero della completezza, della totalità.
Ma tra le dieci ragazze c’è una differenza: cinque sono “sagge”, previdenti, e cinque “stolte”, impreparate ad accogliere lo sposo che ritarda la sua venuta: evidentemente non basta far parte della Chiesa per entrare al banchetto di nozze dell’Agnello. Ma allora, cosa ci vuole? La parabola non lo dice, non spiega che cos’è “l’olio”, ma dice che bisogna procurarselo per tempo: quando lo sposo arriva è ormai troppo tardi.
Mi colpiscono e un po’ mi mettono a disagio i due “no” che le ragazze imprevidenti ricevono: il primo dalle altre ragazze quando chiedono un po’ di olio e il secondo dallo sposo quando gli chiedono di entrare. Qualcuno potrebbe pensare che in fondo si poteva condividere l’olio, o che lo sposo poteva essere più comprensivo con loro, invece il “no” che ricevono è senza appello, come il finale delle due parabole seguenti, quella dei talenti e quella del giudizio finale. Il motivo è che il nostro tempo è il tempo dell’attesa, attesa delle nozze, del momento in cui finalmente saremo uniti a Dio e tutte le attese del nostro cuore saranno realizzate in modo sovrabbondante. Questa è la buona notizia: il Signore viene per unirci a lui. Ma il tempo dell’attesa non dev’essere un tempo vuoto e neppure un tempo agitato (“Eccolo lì, eccolo là!”), ma un tempo operoso, che prima o poi avrà un termine, senza “tempi supplementari”.
Il Signore Gesù è arrivato perfino a minacciarci, per impedirci di sprecare la nostra vita.