Le tre parabole del capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo sono rivolte ai discepoli perché capiscano qual è il giusto atteggiamento da adottare nell’attesa del ritorno del Signore risorto e glorioso. La parabola dei talenti è la seconda.
Abbiamo tutti in mente l’interpretazione classica di questa parabola, secondo la quale i talenti sarebbero le nostre capacità e in generale i doni che abbiamo ricevuto da Dio: li dobbiamo “moltiplicare” con il nostro impegno trasformandoli in concrete opere buone. Però questa interpretazione non è l’unica possibile.
Prima di tutto dobbiamo osservare che il padrone affida i suoi beni ai servi senza fare nessuna raccomandazione e senza dare nessun ordine, perciò essi sono liberi di gestire come vogliono questi capitali che sono stati loro affidati. Perché di capitali si tratta: un talento equivaleva a una somma di denaro pari a 60 kg di argento ovvero 6.000 giornate (20 anni) di lavoro di un povero bracciante. Cinque talenti sono cent’anni di lavoro!
Poi osserviamo che i servi ai quali sono stati affidati i soldi sono tre e quindi ci aspetteremmo di vedere tre situazioni diverse: in effetti, alcuni testi antichi riportano un brano di un vangelo apocrifo perduto, il Vangelo degli Ebrei, secondo il quale un servo moltiplicò il capitale e fu premiato, un altro lo sperperò per i suoi piaceri e fu punito, mentre il terzo lo riconsegnò senza moltiplicarlo e fu soltanto rimproverato.
In fondo, succede spesso nella vita di avere tre possibilità: voto sì, voto no o mi astengo; vinco, perdo o pareggio; faccio giusto, faccio sbagliato o aspetto e non faccio niente per non sbagliare.
Se il terzo servo è stato punito per non aver moltiplicato il capitale, cosa gli sarebbe successo se avesse sbagliato investimenti e avesse perduto tutto? O se avesse dilapidato i soldi?
La chiave di interpretazione della parabola sta proprio in questa domanda: che cosa ha fatto di male quel servo che si è limitato a restituire quanto aveva ricevuto? Perché il padrone è così cattivo e pretende di ricevere più di quanto ha affidato, se non aveva dato nessun ordine in proposito? Dal nostro punto di vista, dovrebbe già considerarsi fortunato perché il servo non è scappato con la cassa!
Come avviene spesso nelle parabole di Gesù, siamo messi di fronte a una situazione un po’ assurda, paradossale, che per essere compresa richiede da parte nostra un cambiamento di mentalità. Cambiamento di mentalità che nel greco del Nuovo Testamento si dice metànoia e che noi traduciamo con conversione.
Allora, qual è la conversione che ci viene richiesta? Qual è il punto di vista di questo padrone così esageratamente severo e decisamente antipatico?
Il suo punto di vista è quello di un imprenditore con pochi scrupoli, uno di quelli che vengono definiti “squali”. Il suo ragionamento si può esprimere con queste parole che avrebbe potuto rivolgere al servo da lui definito “pigro” e addirittura “malvagio”: «Io ti ho dato una grande possibilità, la più grande occasione della tua vita: avevi per le mani un capitale con il quale potevi fare quello che volevi per dimostrarmi quanto vali, cosa sai fare. Invece ti sei fatto prendere dalla paura e non hai combinato niente. Non mi servi a niente, sei un incapace, un buono a nulla».
Certamente ci ripugna pensare che Dio possa fare a noi un discorso del genere, ma il fatto è che Gesù non dice mai che quel padrone è Dio: è solo un padrone umano e anche piuttosto cattivo, però ci aiuta a capire che nel regno di Dio non ci sono tre possibilità, ma ce ne sono soltanto due. Sarà la terza e ultima parabola del capitolo 25 a farci capire che il giudizio sulla nostra vita non riguarda tre categorie di persone, cioè quelli che hanno fatto il bene, quelli che hanno fatto il male e quelli che non hanno fatto niente di bene o di male. Ci saranno solo due categorie di persone: quelli che riconoscendo il bisogno di aiuto del prossimo hanno risposto e quelli che non lo hanno riconosciuto e non hanno risposto, quelli che non hanno fatto niente.
Se vogliamo fare un esempio terra terra, ricordiamoci di quando andavamo a scuola: chi consegna il compito in bianco ha un voto peggiore di chi ne consegna uno pieno di errori.
Le grandi tragedie della storia si sono compiute spesso per l’iniziativa di alcuni malvagi e l’inerzia della maggioranza rimasta silenziosa a guardare per paura di compromettersi.
La paura di sbagliare ha impedito a quel servo di realizzare qualcosa di buono quando ne aveva la possibilità, perché effettivamente il suo padrone era un uomo duro, molto duro. Ma noi, perché dovremmo avere paura di Dio?
Papa Francesco, in una lettera ai vescovi dell’Argentina scritta nel 2013, all’inizio del suo pontificato, scrisse una frase che poi ha ripreso molte volte: «Una Chiesa che non esce fuori da se stessa, presto o tardi si ammala nell’atmosfera viziata delle stanze in cui è rinchiusa». E se è vero che, come capita a chiunque, uscendo fuori di casa si può incorrere in un incidente, «preferisco mille volte di più una Chiesa incidentata che ammalata».
Gli incidenti della vita cristiana si chiamano peccati ed errori, ma per questi c’è la possibilità del pentimento e del perdono di Dio. Per una vita sprecata senza far niente, invece, non c’è più nulla da fare.
Ci conceda il Signore di essere “fedeli nel poco” per poter prendere parte alla sua gioia.