Ogni anno, almeno fino all’anno scorso, la notte precedente l’esame di maturità si scatena su Internet la caccia ai temi di italiano che saranno proposti il giorno dopo. In effetti, sapere in anticipo le domande di un esame costituisce un bel vantaggio. Ma quando ero studente a Roma, proprio il professore di didattica generale ci faceva sapere in anticipo, senza bisogno di imbrogliare, tutte le domande che avrebbe potuto porre all’esame, perché diceva: «Se saprete dare tutti le risposte esatte, vorrà dire che tutti avrete imparato tutto ciò che volevo insegnarvi. Perciò, se prenderete tutti il massimo dei voti, sarà un successo anche per me». Nonostante questo, non tutti prendevano 30, perché non basta conoscere le domande: bisogna anche sapere le risposte giuste, e per questo bisogna studiare.
Il brano del Vangelo di oggi fa un po’ la stessa cosa con noi: ci dice in anticipo l’argomento su cui saremo esaminati alla fine. Magari ci saremmo aspettati un giudice che contesta i peccati più gravi: omicidi, furti, violenze… ma di questi non si fa parola, forse perché sappiamo già che sono azioni cattive che non si devono commettere. Invece, il punto su cui sarà giudicata la nostra vita sarà la misericordia nei confronti di chi ha bisogno. Non tanto il “non fare il male”, quanto piuttosto “fare il bene” a chi ha bisogno di aiuto, a chi è povero, e non solo di denaro.
Come ha detto domenica scorsa Papa Francesco: «Noi, a volte, pensiamo che essere cristiani sia non fare del male. E non fare del male è buono. Ma non fare del bene, non è buono. Noi dobbiamo fare del bene, uscire da noi stessi e guardare, guardare coloro che hanno più bisogno. C’è tanta fame, anche nel cuore delle nostre città, e tante volte noi entriamo in quella logica dell’indifferenza: il povero è lì, e guardiamo da un’altra parte. Tendi la tua mano al povero: è Cristo. […] i poveri sono al centro del Vangelo; è Gesù che ci ha insegnato a parlare ai poveri, è Gesù che è venuto per i poveri. Tendi la tua mano al povero. Hai ricevuto tante cose, e tu lasci che tuo fratello, tua sorella muoia di fame?».
La tradizione cristiana ha chiamato “opere di misericordia corporale” le sei azioni che abbiamo ascoltato nel Vangelo e ne ha aggiunto una (seppellire i morti) per arrivare a sette, il numero della perfezione. Poi ha elencato altre sette “opere di misericordia spirituale”: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i defunti. Sono chiaramente solo esempi che non esauriscono tutte le possibilità del bene che possiamo compiere, ma coprono comunque buona parte delle possibilità.
Tuttavia, la parabola non si limita a dire “fate del bene”, ma ci dà anche la motivazione: il Signore afferma che quel che si è fatto o non si è fatto al più piccolo dei suoi fratelli lo considera rivolto a se stesso. Con queste parole Gesù compie una vera e propria rivelazione: la possibilità di vedere Dio (un giorno) è legata alla capacità di vedere, oggi, quelli che sono feriti e rifiutati.
Enzo Bianchi diceva nel 2016: «Noi umani non siamo cattivi come sovente ci giudichiamo, e dobbiamo constatarlo: in noi c’è la capacità della misericordia, di questo sentimento che si sprigiona dalle nostre viscere di fronte al male. Poi però non abbiamo tempo, andiamo oltre (cfr. Lc 10,31-32) ed è così che i nostri peccati sono soprattutto peccati di omissione. Raramente facciamo azioni cattive contro i bisognosi, ma quasi sempre non facciamo nulla! Sì, peccato di omissione verso i bisognosi, nient’altro che omissione! […] Sono davvero convinto che se una persona sa praticare verso l’altro le operazioni del vedere, dell’avvicinarsi, dell’ascoltarlo nel suo bisogno, allora farà misericordia, si metterà a servizio dei poveri, sentendo in sé prepotente la responsabilità verso l’altro che è fratello o sorella, che è la mia carne, che — se sono cristiano — è la carne di Cristo, come ama ricordare papa Francesco».
Quelli che si avvicinano al povero, al piccolo, al bisognoso inizialmente lo fanno per un desiderio di generosità, per aiutarlo e soccorrerlo; anche se dicono il contrario, si sentono un po’ “salvatori” e rischiano di bloccarsi in questo ruolo. Ma avvicinandosi al bisognoso, stabilendo con lui una relazione di amicizia, di amore, scoprono qualcosa che forse non si aspettavano: la rivelazione delle proprie “disabilità del cuore” (come le chiama un mio amico), delle proprie fragilità, debolezze e peccati, ma contemporaneamente la scoperta di un altro modo di essere umani, la possibilità della gratuità, di un amore non interessato, di una gioia condivisa, del ripudio degli idoli mondani. Non so se arrivano anche a scoprire in chi ha bisogno e in se stessi la presenza del Signore: ci vuole proprio tanta fede per credere che in quel fratello o in quella sorella così problematici, o perfino in me, c’è Gesù. E d’altra parte nel Vangelo di oggi, nessuno aveva riconosciuto il Signore nei bisognosi, neanche i giusti. Ma in questa vita è già molto se arriviamo a discernere la verità di noi stessi e i bisogni degli altri, il mio bisogno di misericordia e il bisogno di misericordia del mio prossimo.
Per quanto mi riguarda, quando sono diventato prete sapevo che avrei celebrato i sacramenti e annunciato la Parola “in persona Christi”, cioè in qualche modo incarnando in me la presenza di Cristo. Quando sono diventato disabile ho capito che dovevo incarnare la presenza di Cristo in un altro modo e che dovevo lasciarmi aiutare volentieri, non solo perché non potevo farne a meno. Dovevo passare dal fare le cose per gli altri al permettere agli altri di fare qualcosa per me, “offrendo” loro, se così si può dire, il mio bisogno, la mia non autosufficienza.
Non mi è sempre facile credere in questa doppia presenza del Signore in me, perché è silenziosa e misteriosa, ma è vero che quando le persone mi incontrano seduto sulla carrozzina e ancor più quando ero disteso in un letto di ospedale, le difese si abbassano e ci si parla da persona a persona, con autenticità, senza maschere e senza ruoli.
Quando il Signore ha deciso di nascondersi nella povertà nostra e altrui si è nascosto proprio bene, in un posto dove non saremmo mai andati a cercarlo, ma d’altra parte nessuno potrà dire che si tratta di un posto irraggiungibile, perché la povertà ce l’abbiamo sempre dentro di noi e intorno a noi.
Aprire gli occhi e le mani per vederla e toccarla è il passo decisivo per incontrare Dio.